47
Jacob fu il primo a emergere dalle scale del seminterrato. Il suo primo pensiero fu che fosse arrivato un giocatore di football, ma i pavimenti delle loro case erano tipici delle costruzioni vecchio stile dell’America rurale, fatti di assi ricavate dal cuore di vecchi pini, spesse, compatte e pesanti, in grado di trasmettere il rumore ma non le sfumature. Perciò non era possibile stabilire chi fosse entrato soltanto dal rumore. Non vide nessuno nell’atrio, ma quando arrivò in cucina vi trovò un uomo in piedi, piccolo e asciutto, scuro e inespressivo, in disordine e non molto pulito, con una camicia sbottonata senza cravatta. Teneva un coltello nella sinistra e una pistola nella destra. Il coltello era abbassato, ma la pistola era puntata dritta al centro del suo petto.
Jacob restò immobile.
L’uomo posò il coltello sul tavolo e portò l’indice alle labbra.
Jacob non emise suono.
Alle sue spalle il figlio e i fratelli si accalcarono in cucina, troppo in fretta per essere fermati. L’uomo spostò la bocca della pistola a destra e a sinistra, avanti e indietro. I quattro Duncan si allinearono spalla a spalla. L’uomo ruotò il polso e spostò la pistola su e giù, più volte. Nessuno si mosse.
«In ginocchio», ordinò.
«Chi sei?» chiese Jacob.
«Hai ucciso il mio amico», disse l’uomo.
«Non sono stato io.»
«È stato un Duncan.»
«No. Non sappiamo neanche chi sei.»
«In ginocchio.»
«Chi sei?»
L’omino prese di nuovo in mano il coltello. «Chi di voi è Seth?» chiese.
Seth Duncan rimase un attimo in silenzio, poi alzò la mano sana come un bambino a scuola.
«Hai ucciso il mio amico e caricato il corpo nel bagagliaio della tua Cadillac», dichiarò l’omino.
«No, Reacher ha rubato la macchina oggi pomeriggio. È stato lui», replicò Jacob.
«Reacher non esiste.»
«Esiste. Ha spaccato il naso a mio figlio. E la mano.»
La pistola non si mosse, ma l’omino girò la testa e guardò Seth. L’apparecchio di contenzione d’alluminio, le dita gonfie. «Non ci siamo mossi di qui per tutto il giorno. Reacher invece era al Marriott. Questo pomeriggio e stasera. Lo sappiamo. Ha lasciato la Cadillac là.»
«Dov’è ora?»
«Non lo sappiamo. Vicino, pensiamo.»
«Com’è tornato indietro?»
«Forse ha preso la vostra auto a noleggio. Il tuo amico aveva la chiave?»
L’omino non rispose.
«Chi sei?» incalzò Jacob.
«Rappresento Mahmeini.»
«Non sappiamo chi sia.»
«Compra la vostra merce da Safir.»
«Non conosciamo nessuno con questo nome. Vendiamo a un tizio italiano di Las Vegas, un certo Rossi, il resto non ci interessa.»
«State cercando di tagliare fuori tutti.»
«Non è così. Stiamo cercando di far arrivare il carico, tutto qui.»
«Dov’è?»
«Per strada. Ma non possiamo riceverlo finché Reacher non sarà eliminato.»
«Perché no?»
«Lo sapete. Si è messo in mezzo, e questo genere di affari non può essere fatto in pubblico. Dovresti aiutarci, invece di puntarci contro una pistola.»
L’omino non rispose.
«Metti via la pistola, sediamoci e parliamo. Qui siamo tutti dalla stessa parte.»
L’omino tenne la pistola dritta, in orizzontale. «Anche gli uomini di Safir sono morti», disse.
«Reacher», affermò Jacob. «È ancora in circolazione.»
«Gli uomini di Rossi?»
«Non li abbiamo visti di recente.»
«Davvero?»
«Lo giuro.»
L’omino rimase a lungo in silenzio. «Ok», disse dopo un po’. «Le cose cambiano. La vita va avanti per tutti. D’ora in poi venderete direttamente a Mahmeini.»
«Il nostro accordo è con il signor Rossi», obiettò Jacob Duncan.
«Non più», tagliò corto l’omino.
Jacob Duncan non rispose.
Cassano e Mancini decisero di tentare prima con la casa di Jacob Duncan. Una scelta logica, dato che era chiaramente il capofamiglia. Indietreggiarono di un paio di passi e procedettero parallelamente al recinto fino a ritrovarsi di fronte alla finestra della cucina. La striscia di luce gialla che ne fuoriusciva disegnava un vivido rettangolo sulla ghiaia, ma terminava a un paio di metri dal recinto. Lo scavalcarono, costeggiarono il rettangolo camminando in silenzio sulla ghiaia, Cassano a destra, Mancini a sinistra, poi si appiattirono contro il muro posteriore della casa e guardarono dentro.
Là non c’era nessuno.
Mancini aprì piano la porta e Cassano lo precedette all’interno. La casa era silenziosa. Non c’era alcun rumore. Nessuno era sveglio, nessuno addormentato. Cassano e Mancini avevano perquisito molti posti, molte volte e sapevano quali rumori ascoltare.
Sgattaiolarono di nuovo in cortile e ripercorsero i loro passi. Scavalcarono il recinto e tornarono nel campo dirigendosi a nord nel buio. Si allinearono di nuovo di fronte alla finestra di Jasper. Superarono il recinto e costeggiarono la luce. Si appiattirono contro il muro e guardarono dentro.
Non era quello che si aspettavano.
Per niente.
C’era solo un iraniano, non due. Niente conversazioni allegre. Niente sorrisi, niente brindisi con il bourbon. L’uomo di Mahmeini era in piedi con una pistola in mano e un coltello nell’altra, e i quattro Duncan si tenevano impauriti a distanza. Il vetro della finestra era ondulato e sottile in qualche punto, tanto che si udiva vagamente la voce incalzante di Jacob Duncan.
«Siamo in affari da molto tempo, lavoriamo in base a fiducia e lealtà, non possiamo cambiare ora le cose. Il nostro accordo è con il signor Rossi e solo con lui. Forse in futuro potrà vendere direttamente a voi, adesso che il signor Safir sembra fuori dal gioco. Forse potrebbe essere un vantaggio. Ma è tutto quello che possiamo offrire. Non che poi stia a noi offrire una cosa del genere», stava dicendo Jacob Duncan.
«Mahmeini non accetterà mezza torta quando sul tavolo c’è la torta intera», ribatté l’omino.
«Ma sul tavolo non c’è nessuna torta. Te lo ripeto, trattiamo solo con il signor Rossi.»
«Davvero?» fece l’omino. Cambiò posizione e si mise di lato. Sollevò il braccio all’altezza della spalla, chiuse un occhio, spostò la pistola lentamente, meccanicamente in avanti e all’indietro, a destra e a sinistra lungo la fila di uomini, come la torretta di una nave da guerra durante un brandeggio, fermandosi prima su Seth, poi su Jasper, su Jonas e Jacob. Dopodiché tornò indietro, su Jonas, su Jasper e su Seth e ricominciò. Alla fine la pistola si fermò davanti a Jonas. Puntata tra gli occhi. Il dito dell’omino divenne bianco sul grilletto.
In quel momento esplosero simultaneamente la finestra e la sua testa. La stanza affollata si riempì di vetro polverizzato, di fumo e del rimbombo poderoso di una calibro 45. Sangue, frammenti di ossa e cervello schizzarono con un rumore secco sul muro lontano. L’omino si accasciò a terra e prima Mancini, poi Cassano, entrarono dal cortile.
Dopo meno di un’ora i due giocatori di football erano più che stufi di stare seduti al buio. Non solo stufi, anche inquieti e un po’ ansiosi, nonché irritati, esasperati e umiliati, perché erano consapevoli di perdere man mano che il tempo passava e perdere in qualsiasi modo non era loro congeniale. Non avevano un’indole remissiva. Non arrivavano mai secondi. Erano dei big e vedersi negare il caldo, la luce e i momenti salienti della National Football League era umiliante in tutti i sensi.
«Abbiamo un fucile, maledizione», esclamò uno.
«È un seminterrato grande. Potrebbe essere ovunque.»
«Abbiamo una torcia.»
«Piuttosto debole.»
«Forse è ancora svenuto. Potrebbe essere un vero blackout e noi ce ne stiamo seduti qui come due idioti.»
«Ormai si sarà svegliato.»
«E se anche fosse? Lui è un uomo solo, noi abbiamo un fucile e una torcia.»
«Era un soldato.»
«Questo non gli dà poteri magici.»
«Come potremmo fare?»
«Potremmo attaccare la torcia alla canna del fucile con il nastro adesivo. Scendere di sotto in fila indiana, come nei film. Lo vedremmo per primi, no?»
«Non possiamo ucciderlo. Seth vuole farlo di persona, dopo.»
«Potremmo mirare in basso. Ferirlo alle gambe.»
«O costringerlo ad arrendersi. Così sarebbe meglio. Dovrebbe farlo, giusto? Con il fucile e tutto il resto. Potremmo legarlo con il nastro, con quello che useremo per fissare la torcia. Così non toccherebbe più il quadro elettrico. Avremmo dovuto farlo subito.»
«Non abbiamo nastro adesivo per nessuna delle due cose.»
«Andiamo a vedere in garage. Se troviamo un po’ di nastro, possiamo pensarci.»
Trovarono un po’ di nastro. Seguirono il fascio della torcia nell’atrio, in cucina, nello spogliatoio fino in garage e proprio là sul banco da lavoro videro un grosso rotolo nuovo di nastro adesivo argentato, ancora chiuso nella confezione, fresco di negozio. Lo presero, non sapendo bene se essere contenti o no. Ma da un certo punto di vista si erano impegnati, perciò tolsero la confezione di plastica, staccarono l’estremità e ne srotolarono un pezzo. Accostarono la torcia alla canna del fucile lavorando nella fioca luce riflessa sulle pareti. Si adattava molto bene sotto la canna, visto che sopra c’era il mirino, anche se sporgeva un po’. La lente di plastica superava la bocca di un paio di centimetri. Una soluzione soddisfacente. Per fissarla avrebbero però dovuto avvolgere il nastro proprio sopra l’interruttore, il che era in un certo senso un punto di non ritorno. Se lo avessero fatto, avrebbero dovuto agire. Non aveva senso lasciare accesa la torcia ed esaurire le batterie per niente.
«Allora?» disse uno dei due.
Mancavano tre ore all’alba. Noia, irritazione, esasperazione, umiliazione.
«Facciamolo», rispose l’altro.
Si mise il fucile sulle ginocchia e tenne in posizione la torcia. L’altro prese il rotolo e staccò il nastro con rumori secchi avvolgendolo più volte come se fasciasse un paio di costole rotte, finché il tutto risultò grosso, mummificato. Piegò la testa e ruppe con i denti un ultimo pezzo di una ventina di centimetri, lo attaccò con cura, poi strinse con forza lisciandone i bordi con le dita. L’altro sollevò il fucile, lo spostò di lato e in alto e in basso. La torcia rimase ferma al suo posto. Il fascio si mosse fedele insieme alla canna.
«Ok», disse quello che teneva il fucile. «Ottimo. Siamo pronti. La luce è come un mirino laser. Non si può sbagliare.»
«Ricorda, mira in basso. Se lo vedi, abbassa di colpo la canna e sparagli ai piedi», soggiunse l’altro.
«Se prima non si arrende.»
«Esatto. La prima scelta è immobilizzarlo. Ma se si muove, sparagli.»
«Dove sarà?»
«Potrebbe essere ovunque. Probabilmente nascosto in fondo alle scale. O dietro il boiler. È abbastanza grosso.»
Seguirono il fascio di luce della torcia fino in corridoio e si fermarono accanto alla porta del seminterrato. «Aprila tu e mettiti dietro di me. Io scenderò lentamente e muoverò la luce di qua e di là il più possibile. Dimmi se lo vedi. Dobbiamo continuare a parlarci per tutto il tempo», disse quello col fucile.
«Tutto chiaro», ribatté il primo. Posò la mano sulla maniglia. «Siamo sicuri di farlo?»
«Sono pronto.»
«Ok, al tre. Conta tu.»
«Uno», disse il giocatore col fucile.
«Due.»
«Aspetta. Potrebbe essere proprio dietro la porta», osservò il primo.
«In cima alle scale?»
«Pronto a saltarci addosso all’improvviso.»
«Tu credi? Questo significherebbe che aspetta là da un’ora.»
«A volte aspettano tutto il giorno.»
«I cecchini, magari. Ma quel tizio non era un cecchino.»
«È possibile, però.»
«Probabilmente è dietro il boiler.»
«Ma potrebbe non essere lì.»
«Potrei sparare attraverso la porta.»
«Se non è là, lo metterai in allarme.»
«Lo metteremo comunque in allarme non appena vedrà il fascio della torcia.»
«La porta ha un’anima di acciaio. Hai sentito quello che ha detto Seth.»
«Allora che facciamo?» chiese quello col fucile.
«Potremmo aspettare l’alba», suggerì l’altro.
Noia, irritazione, esasperazione, umiliazione.
«No», rispose quello con il fucile.
«Ok, allora aprirò di colpo e tu sparerai subito una fucilata, proprio dove sono i suoi piedi. O dove potrebbero essere. Non si sa mai. Non aspettare di vedere qualcosa. Premi il grilletto in ogni caso, subito.»
«Ok. Poi però dovremo scendere molto veloci.»
«Lo faremo. Sarà sotto shock. Scommetto che quel fucile farà un gran botto. Pronto?»
«Pronto.» Il giocatore con il fucile calcolò l’arco che avrebbe tracciato la porta, si avvicinò di una trentina di centimetri e si stabilizzò con il calcio alla spalla, un occhio chiuso e il dito sul grilletto.
«Mira in basso», disse l’altro.
L’ovale della luce si stabilizzò sulla parte inferiore della porta.
«Al tre. Conta tu.»
«Uno.»
«Due.»
«Tre.»
Il primo giocatore girò la maniglia, spalancò completamente la porta e il secondo sparò subito con una lunga lingua di fuoco e il boato immenso di un calibro 12.