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Reacher trovò la dichiarazione del padre della bambina. Era lunga e dettagliata. I poliziotti non erano stupidi. Il padre era automaticamente sospettato quando scompariva una bambina. Quello di Margaret si chiamava Arthur Coe, noto a tutti come Artie. Al momento della scomparsa della figlia aveva trentasette anni. Non proprio giovane per essere papà di una bambina di otto a quell’epoca. Era del luogo. Un veterano del Vietnam. La commissione di leva si era offerta di classificare il suo lavoro di agricoltore come un’attività essenziale per la nazione, ma lui aveva rifiutato. Aveva fatto il suo dovere, si era arruolato e poi era tornato a casa. Un uomo coraggioso. Un patriota. Stava riparando una macchina in un capannone quando Margaret si era allontanata, ed era ancora al lavoro, ore dopo, quando la moglie era andata a dirgli che la bambina non era rientrata. Aveva mollato tutto per andare a cercarla. Dalla dichiarazione trapelavano tutti i sentimenti di cui Dorothy aveva parlato a colazione: il senso di irrealtà, il baluardo della speranza, la convinzione che la bambina fosse sicuramente fuori a giocare da qualche parte, forse a raccogliere fiori, che avesse perso la nozione del tempo e sarebbe tornata presto a casa. Persino dopo venticinque anni quelle parole scritte a macchina comunicavano shock, dolore e infelicità.
Arthur Coe era un uomo innocente, pensò Reacher.
Passò a un pacchetto con sopra scritto a mano Biografia di Margaret Coe. Era una busta di normale carta da ufficio, piuttosto sottile, consona alla breve vita di una bambina di otto anni. Il risvolto gommato non era mai stato leccato, ma era ugualmente incollato a causa dell’umidità del magazzino. Reacher lo aprì con delicatezza. Dentro c’erano vari fogli, più una fotografia in una busta di carta glassine. La estrasse piano. E restò sorpreso.
Margaret Coe era asiatica.
Vietnamita forse o thailandese, cambogiana, cinese, giapponese o coreana. Dorothy no. Probabilmente nemmeno Arthur. Difficile nel caso di un agricoltore originario del Nebraska. Dunque Margaret era stata adottata. Una bambina deliziosa. Sul retro c’era una data, scritta da una grafia femminile, con un’annotazione: Ha quasi otto anni. Meravigliosa come sempre! Era una foto a colori, scattata da un dilettante di talento. Meglio di un’istantanea. Fatta con cura e utilizzando una discreta macchina. La somiglianza doveva essere buona, ovviamente, visto che la foto era stata data alla polizia. Mostrava una bambina asiatica in posa, sorridente. Era piccola, snella e sottile. Nei suoi occhi c’erano fiducia e allegria. Indossava una gonna scozzese e una camicetta bianca.
Proprio una bella bambina.
Reacher udì mentalmente la voce del ragazzino fumato incontrato ore prima: Sento quel povero fantasma che urla. Urla, si lamenta, geme e piange proprio qui nel buio.
A quel punto fece una pausa.
Cento chilometri più a nord Dorothy Coe prese una braciola di maiale dal frigorifero. La braciola proveniva da un maiale macellato da un amico a più di un chilometro di distanza, membro di una specie di cooperativa che aiutava le persone nei momenti difficili. Dorothy tolse il grasso, la cosparse leggermente di pepe, senape e zucchero di canna. La mise su un piatto e infilò il piatto nel forno. Apparecchiò la tavola: una tovaglietta, un coltello, una forchetta e un piatto. Prese un bicchiere, lo riempì d’acqua e lo posò accanto al piatto. Piegò un pezzo di carta da cucina che avrebbe usato come tovagliolo. Una cena per una persona sola.
Reacher aveva fame. Non aveva pranzato. Chiamò la reception e chiese il servizio in camera. L’uomo che gli aveva dato la stanza gli spiegò che non c’era e si scusò per la mancanza. Menzionò quindi i due ristoranti elencati sul tabellone che Reacher aveva notato in precedenza. Gli assicurò che in entrambi si sarebbe potuto godere un’ottima cena. Forse prendeva una percentuale dalla Camera di commercio.
Reacher si mise il giaccone e percorse il corridoio verso l’atrio. Alla reception c’erano altri due ospiti. Due uomini. Avevano un’aria mediorientale. Forse iraniana. Erano piccoli e in disordine, non rasati e nemmeno troppo puliti. Uno lanciò un’occhiata a Reacher, che rispose con un cenno educato avviandosi alla porta. Fuori era buio e freddo. Pensò di riservare il ristorante economico per la colazione e di andare a cena alla rib shack. Svoltò dunque a destra nella strada secondaria e affrettò il passo.
Il dottore camminò di buon passo per scaldarsi e arrivò a casa nel giro di un’ora. La moglie lo stava aspettando. Era preoccupata. Le doveva qualche spiegazione. Iniziò a parlare e le raccontò l’intera storia prima che potesse dire una sola parola. Alla fine tacque. «Allora è una scommessa, giusto? È questo che intendi? Come in una corsa di cavalli. Reacher tornerà prima che Seth rientri a casa e scopra che sei rimasto a guardare mentre gli rubava l’auto?» osservò la donna.
«Ma Reacher tornerà?» replicò il dottore.
«Penso di sì.»
«Perché dovrebbe farlo?»
«Perché i Duncan hanno preso quella bambina. Chi altro pensi sia stato?»
«Non lo so. Non ero qui. Ero in Idaho. Ero anch’io un bambino. Come te.»
«Credimi.»
«Ti credo. Ma vorrei mi dicessi esattamente perché.»
Lei tacque.
«Forse Seth non andrà a casa. Forse passerà la notte dal padre», suggerì il dottore.
«È possibile. Dicono che lo faccia spesso. Ma non dobbiamo affidarci alle congetture.» La donna iniziò a muoversi per casa, a controllare le chiusure delle finestre, le serrature delle porte sul davanti e sul retro. «Dovremmo bloccare le porte con i mobili», disse.
«Entreranno dalle finestre.»
«Sono vetri antitornado. Molto resistenti.»
«Quei tizi pesano centotrenta chili. Hai visto cos’hanno combinato alla mia macchina.»
«Dobbiamo fare qualcosa.»
«Ci costringeranno a uscire appiccando il fuoco. Oppure se ne staranno semplicemente sui gradini e ci diranno di aprire. E noi che faremo? Finta di niente?»
«Potremmo resistere un paio di giorni. Abbiamo cibo e acqua.»
«Forse durerà più di un paio di giorni. Forse per sempre. Anche se tu avessi ragione, non ci sono garanzie che Reacher trovi le prove. Probabilmente non esistono. Come pensare il contrario? Se esistessero, l’FBI le avrebbe trovate.»
«Bisogna sperare.»
Reacher ordinò costine di maiale con insalata di cavolo e un caffè. Il locale era cupo e sporco, le pareti tappezzate di vecchie insegne e pubblicità. Probabilmente tutte fasulle. Probabilmente ordinate in massa a un fornitore di ristoranti, dipinte in una fabbrica di Taiwan, grattate, graffiate e ammaccate dalla ditta successiva della catena di produzione. Ma le costine si rivelarono buone. Il condimento era delicato e la carne tenera. I cavoli croccanti. Il caffè caldo. E il conto minimo. L’equivalente di una mancia in qualsiasi posto a est del Mississippi o a sud di Sacramento.
Reacher pagò, uscì e tornò all’hotel. Nel parcheggio c’erano due uomini intenti ad estrarre le borse dal bagagliaio di una Ford Taurus rossa. Altri ospiti. Il Marriott attraversava un buon periodo invernale. La Taurus era nuova, tinta unita. Probabilmente a noleggio. Gli uomini erano grossi. Arabi di qualche tipo. Siriani, forse, o libanesi. Reacher aveva familiarità con quella parte di mondo. Lo guardarono quando passò, lui fece loro un cenno educato e proseguì. Un attimo dopo era di nuovo nella sua stanza con in mano i fogli friabili e sbiaditi.
Quella sera i Duncan mangiarono agnello nella cucina di Jonas. Jonas si riteneva un cuoco eccezionale. In effetti non era tanto male. I suoi arrosti di solito ottenevano giudizi più che positivi; li serviva con patate, verdure e molto sugo, il che aiutava. E con molto liquore, il che aiutava ancor di più. I quattro Duncan mangiarono e bevvero, seduti di fronte a due a due. Sparecchiarono insieme e a quel punto Jasper guardò il fratello Jacob. «Abbiamo ancora sei ragazzi in grado di camminare e di parlare. Dobbiamo decidere come disporli stasera», disse.
«Reacher non tornerà stasera», osservò Jacob.
«Possiamo garantirlo?»
«In realtà non possiamo garantire un bel niente, tranne che il sole sorgerà a est e tramonterà a ovest.»
«Quindi è meglio peccare per eccesso di cautela.»
«Ok», convenne Jacob. «Piazzane uno a sud e di’ agli altri cinque di riposare un po’.»
Jasper si mise al telefono e diede le istruzioni. Quando riagganciò, nella stanza calò di nuovo il silenzio. Seth Duncan guardò il padre. «Mi accompagni a casa?»
«No, meglio che resti qui, figliolo. Abbiamo cose di cui discutere. Il carico potrebbe arrivare domani a quest’ora. Il che significa che abbiamo preparativi da fare», rispose il padre.
Cassano e Mancini tornarono dal ristorante e andarono dritti nella stanza di Cassano. Questi chiamò la reception e chiese se fossero arrivati nuovi ospiti. Gli fu detto di sì, erano arrivati due uomini e, poco dopo, altri due. Cassano chiese che gli passassero le rispettive camere. Parlò prima con gli uomini di Mahmeini, poi con quelli di Safir e fissò un appuntamento immediato nella sua stanza. Pensava di stabilire un certo predominio cogliendoli di sorpresa, privandoli del tempo per riflettere, portandoli nel suo territorio, per quanto non avrebbe mai voluto che si pensasse che quella topaia di merda fosse il suo ambiente preferito. Ma si intendeva abbastanza di psicologia da sapere che non si riusciva mai ad avere il sopravvento senza curare i dettagli più importanti.
Gli iraniani arrivarono per primi. Gli uomini di Mahmeini. Parlò solo uno di loro, il che secondo Cassano andava bene dato che era lui, non Mancini, il portavoce di Rossi. Non si presentarono. Anche quello andava bene. Nella loro attività era così. Gli iraniani non avevano un fisico imponente. Erano piccoli, trasandati e in disordine, avevano un’aria silenziosa, furtiva, segreta. E strana. Cassano aprì il minibar e li invitò a servirsi. A piacimento. Ma nessuno dei due prese niente.
I libanesi arrivarono cinque minuti dopo. Gli uomini di Safir. Arabi sicuramente, ma grossi e dall’apparenza piuttosto duri. Anche in questo caso parlò solo uno e non fece presentazioni. Cassano indicò loro di sedersi sul letto ma non lo fecero. Si appoggiarono invece al muro. Cercavano di apparire minacciosi, pensò Cassano. E per poco non ci riuscirono. Anche loro facevano giochetti di psicologia. Cassano lasciò che nella stanza calasse il silenzio, li guardò tutti per un minuto, uno dopo l’altro, quattro uomini che aveva appena conosciuto e che ben presto avrebbero tentato di ucciderlo.
«È un lavoro piuttosto semplice. Cento chilometri a nord c’è un angolo della contea con quaranta fattorie. C’è un tizio che se ne va in giro a dar fastidio. In realtà, niente di così importante, ma per il nostro fornitore è una questione personale. L’attività resterà ferma finché non verrà eliminato», disse.
«Sappiamo già tutto questo. Ora che si fa?» replicò l’uomo di Mahmeini.
«Bene», proseguì Cassano, «andremo tutti lassù e collaboreremo per risolvere il problema.»
«A partire da quando?»
«Diciamo da domani mattina, alle prime luci.»
«Hai visto quel tizio?»
«Non ancora.»
«Ha un nome?»
«Reacher.»
«Che razza di nome è?»
«Un nome americano. Il tuo qual è?»
«Il mio nome non conta. Hai una descrizione?»
«È grande e grosso, occhi azzurri, bianco, circa uno e novantacinque, centodieci chili, giaccone marrone.»
«È inutile. Siamo in America. In una zona agricola. Piena di immigrati e contadini. Hanno tutti lo stesso aspetto. Voglio dire, abbiamo appena visto un tizio simile.»
«Hai ragione. Anche noi ne abbiamo visto uno. Ci serve una descrizione molto più precisa», osservò l’uomo di Safir.
«Non l’abbiamo. Ma quando saremo lassù sarà più facile. A quanto sembra, dà nell’occhio. E la popolazione locale è pronta ad aiutarci. Tutti sanno che devono chiamare subito in caso di avvistamenti. Lassù non ci sono coperture.»
«Allora dove si nasconde?» fece l’uomo di Mahmeini.
«Non lo sappiamo. C’è un motel, ma il tizio non è là. Forse dorme all’aperto.»
«Con questo tempo? È verosimile?»
«Ci sono capanni e granai. Sono sicuro che lo troveremo.»
«E poi?»
«Lo facciamo fuori.»
«Rischioso.»
«Lo so. È un duro. Finora ha messo fuori combattimento quattro locali.»
«Non m’importa quanto duro pensa di essere. E non m’importa neanche quanti locali abbia messo fuori combattimento. Di sicuro quelli lassù sono un branco di idioti. Dico che è rischioso perché questo non è più il selvaggio West. Abbiamo una buona strategia d’uscita?» domandò l’uomo di Mahmeini.
«Mi dicono che sia una specie di vagabondo. Perciò nessuno noterà la sua scomparsa. Non ci saranno indagini. Lassù non c’è neanche la polizia», rispose Cassano.
«Questo aiuta.»
«Come hai detto tu, è una zona agricola. Sarà pieno di scavatrici. Lo seppelliremo. Vivo preferibilmente, visto quel che dice il nostro fornitore.»