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Reacher fece scendere l’uomo dal furgone con lo stesso sistema di prima, dalla portiera del passeggero, in modo che fosse impegnato in goffi movimenti, sbilanciato e incapace di mosse a sorpresa. Lo seguì tenendogli puntata contro la Glock, guardò al di là del recinto e disse: «Dove sono i camion per trasportare i raccolti?»
«In Ohio. In fabbrica, per la manutenzione. Sono mezzi speciali e alcuni hanno trent’anni.»
«E a che servono quei due furgoni grigi?»
«Un po’ a tutto. Riparazioni, gomme, cose del genere.»
«Dovrebbero essercene tre?»
«Uno è fuori. È via da alcuni giorni.»
«A fare che?»
«Non lo so.»
«E i grossi camion quando torneranno?»
«In primavera», rispose John.
«All’inizio dell’estate cosa succede qui?»
«C’è grande frenesia. Il primo raccolto di erba medica arriva presto. Bisogna fare tanti preparativi in modo da essere pronti per tempo e poi molti lavori di manutenzione alla fine. Un gran casino.»
«Per cinque giorni la settimana?»
«Sette di solito. Parliamo di sedicimila ettari. È una grossa produzione.» John chiuse la portiera e fece un passo. Poi si fermò di colpo vedendo che Reacher si era bloccato all’improvviso. Stava fissando davanti a sé il rettangolo deserto di fronte all’edificio. Le pietre spaccate. Il parcheggio dei manager. Era vuoto.
«Dove parcheggi normalmente, John?» chiese Reacher.
«Proprio qui davanti, vicino alla porta.»
«Dove parcheggiano i tuoi amici?»
«Nello stesso posto.»
«Quindi dove sono?»
Il silenzio notturno calò loro addosso di colpo. Il giovane spalancò leggermente la bocca e si girò di scatto, quasi si aspettasse che gli amici si fossero nascosti da qualche parte alle sue spalle, per fargli un tiro mancino. Ma non era così. Si girò di nuovo. «Immagino siano fuori. Avranno ricevuto una chiamata», disse.
«Da te?» chiese Reacher. «Quando hai visto la signora Duncan?»
«No, lo giuro. Io non ho chiamato. Puoi controllare il telefono.»
«Allora chi li ha chiamati?»
«Il signor Duncan, penso. Il signor Jacob, voglio dire.»
«Perché avrebbe dovuto?»
«Non lo so. Stasera non doveva succedere niente.»
«Ha chiamato loro ma non te?»
«No, non mi ha chiamato. Lo giuro. Controlla il telefono Non lo avrebbe fatto comunque. Ero di sentinella. Dovevo restare fermo lì.»
«Allora che sta succedendo, John?»
«Non lo so.»
«Ipotesi?»
«Il dottore. O sua moglie. O entrambi. Vengono sempre considerati l’anello più debole. Per via dell’alcol. Forse i Duncan pensano che abbiano informazioni.»
«Su cosa?»
«Su di te naturalmente. Dove sei, cosa fai, se tornerai. A loro interessa questo.»
«Ci vogliono cinque persone per fare queste domande?»
«Una dimostrazione di forza», rispose il ragazzo. «Per questo siamo qui. Un raid a sorpresa nel cuore della notte può scuotere parecchio la gente.»
«Ok, John», disse Reacher. «Tu resterai qui.»
«Qui?»
«Va’ a letto.»
«Non mi farai del male?»
«Ti sei già fatto del male da solo. Non hai dimostrato alcuna aggressività nei confronti di un uomo più piccolo e più vecchio. Sei un vigliacco. Adesso lo sai. A me sta bene quanto un gomito lussato.»
«Facile dirlo. Hai una pistola.»
Reacher mise la Glock in tasca. Chiuse il risvolto e restò con le braccia aperte e le mani vuote, i palmi rivolti in avanti e le dita allargate.
«Adesso non ce l’ho. Quindi fatti sotto, grassone.»
John non si mosse.
«Dai», esclamò Reacher, «mostrami cosa sai fare.»
John non si mosse.
«Sei un vigliacco», ripeté Reacher. «Sei patetico. Sei uno spreco di buon cibo, un inutile sacco di merda di centotrenta chili. E sei anche brutto.»
John non disse nulla.
«Ultima possibilità», dichiarò Reacher. «Fatti avanti e diventa un eroe.»
John si allontanò a testa bassa con le spalle curve verso l’edificio buio. Si fermò cinque metri più in là e si guardò indietro. Reacher girò attorno al retro dello Yukon e si avvicinò alla portiera del guidatore. Salì. Il sedile era troppo arretrato. Quel ragazzo era enorme. Ma Reacher non lo avrebbe sistemato davanti a lui. Per una stupida forma di inibizione maschile, scaturita dal profondo del suo cervello. Accese il motore, sterzò e si allontanò regolando in fretta il sedile.
Lo Yukon andava bene, ma i freni erano un po’ molli. Risultato della frenata d’emergenza, probabilmente. Cinque anni di usura in una frazione di secondo. Ma a Reacher non importava. Non frenava spesso. Filava spedito. Trenta chilometri erano una distanza notevole nel buio desolante di quella campagna.
Non vide niente per tutto il tragitto. Nessuna luce, nessun altro veicolo. Nessuna attività di sorta. Tornò sulla strada principale a nord del motel e cinque minuti dopo lo superò. Era tutto chiuso e buio. Niente neon azzurro. Niente movimento. Niente auto, tranne la carcassa della Subaru. Era ancora là, ricoperta di rugiada, bassa sulle gomme che si sgonfiavano a poco a poco, triste e inerte come un animale investito in mezzo alla strada. Reacher proseguì spedito, girò a destra, a sinistra e ancora destra lungo i confini dei campi deserti e bui, come le due volte precedenti, raggiungendo la casa a un piano con il recinto di pali e il cortile piatto, anonimo.
C’erano luci all’interno. Molte. Sembrava una nave da crociera di notte in pieno oceano. Ma nessun segno di trambusto. Né auto sul vialetto. Nessun pick-up, nessun SUV. Nessuna grossa sagoma nell’ombra. Nessun rumore, nessun movimento. Niente. La porta principale era chiusa. Le finestre integre.
Reacher svoltò, si fermò sul vialetto e si diresse alla porta. Si mise davanti allo spioncino e suonò il campanello. Seguì un’attesa di un buon minuto. Poi lo spioncino si scurì, si rischiarò, le serrature e il catenaccio sferragliarono, il dottore aprì. Aveva l’aria stanca, pesta e preoccupata. La moglie era in piedi nell’atrio alle sue spalle, nella luce intensa, con il telefono all’orecchio. Era un apparecchio antiquato, grosso e nero, poggiato su un tavolino, con il disco combinatore e il filo arricciato. La donna non stava parlando. Si limitava ad ascoltare, ben concentrata, sgranava e socchiudeva gli occhi.
«Alla fine è tornato», disse il dottore.
«Sì.»
«Perché?»
«Voi come state? I Cornhuskers sono in circolazione.»
«Lo sappiamo. Lo abbiamo appreso dalla catena telefonica, proprio ora.»
«Non sono venuti qui?»
«Non ancora.»
«Allora dove sono?»
«Non lo sappiamo.»
«Posso entrare?»
«Certo. Mi scusi.» Il dottore indietreggiò e Reacher entrò. L’atrio era molto caldo. L’intera casa era calda, ma sembrava più piccola, una minuscola e disperata fortezza. Il dottore chiuse la porta, girò due chiavi e rimise il catenaccio. «Ha visto i dossier della polizia?»
«Sì.»
«E?»
«Non sono conclusivi», soggiunse Reacher entrando in cucina. Poi udì la moglie del dottore esclamare: «Cosa?» Sembrava sconcertata. Forse addirittura sconvolta. Reacher la guardò. E anche il dottore. Lei non aggiunse altro. Continuò ad ascoltare muovendo gli occhi, prendendo mentalmente appunti. Il dottore seguì Reacher in cucina.
«Vuole un caffè?» chiese.
Ma in realtà intendeva dire: non sono ubriaco.
«Certo. Abbondante.»
Il dottore si accinse a riempire la caffettiera. La cucina era ancora più calda dell’atrio. Reacher si tolse il parka e lo appese allo schienale della sedia.
«Che intende con ’non sono conclusivi’?»
«Intendo dire che potrei anche formulare varie ipotesi sui Duncan, ma comunque non ci sarebbero prove.»
«E pensa di trovarle? Per questo è tornato?»
«Sono tornato perché quei due italiani che mi davano la caccia sembrano aver messo in piedi una piccola ONU. E non è neanche una forza di pace. Credo stiano venendo tutti qui. Voglio sapere perché.»
«Per orgoglio», rispose il medico. «Ha dato fastidio ai Duncan, e loro non lo tollerano. Ma visto che i loro uomini non riescono a darle una lezione, hanno chiamato rinforzi.»
«Non ha senso», obiettò Reacher. «Quegli italiani erano qui prima di me. Lo sa. Ha sentito quello che ha detto Eleanor Duncan. Quindi c’è un’altra ragione. Hanno un problema di qualche tipo con i Duncan.»
«Allora perché li aiuterebbero a risolvere il problema che i Duncan hanno con lei?»
«Non lo so.»
«Quanti ne stanno arrivando?» domandò ancora il dottore.
«Cinque», rispose la moglie dall’atrio. Aveva appena posato il telefono. Entrò in cucina e aggiunse: «E non stanno arrivando. Sono già qui. Era un messaggio della catena telefonica. Gli italiani sono tornati. Con altri tre uomini. Tre macchine in totale. Gli italiani con la Chevrolet blu, più due tizi in una Ford rossa e uno in un’auto nera che tutti giurano essere la Cadillac di Seth Duncan».