33
I Duncan si erano spostati dalla cucina di Jonas a quella di Jasper, perché Jasper aveva ancora una bottiglia quasi piena di Knob Creek nella credenza. Erano seduti tutti e quattro al tavolo, gomito a gomito, con davanti un dito di bourbon ambrato nei grossi bicchieri scheggiati. Lo sorseggiavano lentamente e parlavano a voce bassa. Il carico sarebbe arrivato entro dodici-ventiquattro ore. Quello di solito era il momento di festeggiare. Come la vigilia di Natale. Stavolta però erano un po’ giù di corda.
«Dove sarà secondo te in questo momento?» domandò Jonas.
«Si sarà fermato per la notte», rispose Jacob. «Almeno lo spero. Vicino al confine, in attesa che sorga il giorno. Adesso la prudenza è fondamentale.»
«Ottocento chilometri», affermò Jonas. «Il tempo per percorrerli è più di dieci ore, forse. Oltre a eventuali imprevisti.»
«Quanto pensi ci voglia per leggere un dossier della polizia?» chiese Jasper.
«Buona domanda», rispose Jacob. «Ovviamente ci ho riflettuto un po’. Dev’essere un dossier corposo. E dev’essere conservato in un archivio da qualche parte. Facciamo che i dipendenti governativi inizino alle nove del mattino. Facciamo anche che finiscano alle cinque. Che per avere accesso al dossier ci sia una certa burocrazia. Perciò domani a mezzogiorno dovrebbe essere realistico come orario d’inizio. Con ciò avrebbe cinque ore domani e forse tutte le otto del giorno seguente. Potrebbero bastare.»
«Quindi almeno per quarantotto ore non tornerà.»
«Sto solo facendo ipotesi. Non posso esserne certo.»
«Abbiamo comunque un buon margine.»
«Non tornerà affatto. Perché dovrebbe? Un’infinità di persone hanno letto il dossier per poi dire che non c’è niente di strano. Quel tizio non sarà molto più intelligente degli altri. Non può esserlo», osservò Seth Duncan.
Nessuno parlò.
«Che c’è?» fece Seth.
«Non dev’essere più intelligente degli altri, figliolo. Sicuramente non molto di più. Basta solo che lo sia in modo diverso. Trasversale, così si dice.»
«Ma non ci sono prove. Lo sappiamo tutti.»
«Concordo», ammise Jacob. «Ma proprio questo è il maledetto punto. Non è quello che c’è nel dossier. È quello che non c’è.»
La Malibu era come mezza Cadillac. Quattro cilindri anziché otto, una tonnellata anziché due, lunga quasi la metà. Ma andava bene. Filava liscia. Non che Reacher vi facesse molto caso. Pensava all’iraniano morto e alle probabilità di imbroccare la finestra temporale di un’onda T. Quell’uomo era piccolo, minuto come un uccellino e Reacher tendeva a presumere che chi si trovava all’estremo opposto dello spettro fisico rispetto a lui si trovasse all’estremo opposto anche in tema di personalità. Perciò immaginava che, invece di possedere un’indole tranquilla, fosse teso e nervoso: nel parcheggio aveva forse raggiunto i centottanta battiti al minuto, le onde T si erano susseguite rapide, frenetiche, tre volte al secondo e le probabilità di imbroccare la finestra cruciale dei quindici millisecondi precedente il picco erano state di circa quarantacinque su mille, poco più di una su venti.
Una sfortuna. Per l’iraniano di certo. Ma non un motivo di grande rimpianto. Con molta probabilità avrebbe dovuto eliminarlo lo stesso in un modo o nell’altro, prima o poi, forse nel giro di pochi secondi. Sarebbe stato praticamente inevitabile. Quando veniva estratta una pistola, le alternative erano poche. Ciononostante, le cose erano andate a quel modo, ma sarebbe stata la prima e, probabilmente, l’ultima volta. Perché Reacher era piuttosto sicuro che il prossimo che avrebbe incontrato sarebbe stato un giocatore di football. Suppose che i Duncan sapessero che aveva lasciato la città, forse per un giorno, magari per sempre. Che tempo prima avessero agguantato il dottore e gli avessero spremuto l’informazione. Erano realisti ma cauti. Avevano forse ordinato a cinque dei loro uomini di riposare quella notte e ne avevano mandato uno come sentinella a sud. E quella sentinella solitaria andava affrontata. Ma non con una commotio cordis. Reacher non avrebbe mai sferrato un pugno di quella violenza nel baricentro di un Cornhuskers. Neanche per tutto l’oro del mondo. Si sarebbe fracassato la mano.
Guidò ancora per quattordici, quindici chilometri, poi iniziò a cercare il bar che aveva visto a bordo strada. Il piccolo edificio di legno. Il Cell Block. Forse sorgeva poco oltre il confine cittadino. In terra di nessuno. Forse per questioni di licenze o regolamenti. C’era foschia nell’aria e i fari della Malibu vi creavano due piccoli ma nitidi tunnel. Poi individuarono un bagliore. Un alone molto lontano a sinistra. Neon verde erba, rosso e blu. Insegne di birra. Più il tungsteno giallo di un paio di faretti del parcheggio.
Reacher rallentò, entrò e posteggiò l’auto gialla accanto a un pick-up di colore marrone, perlopiù a causa della ruggine. Scese, chiuse la portiera e si avviò verso la porta. Da vicino non ricordava affatto una prigione. Era semplicemente una baracca. Un tempo poteva essere stato una casa o un negozio. Persino l’insegna stonava. Le parole Cell Block ricordavano la grafica dei negozi di elettronica. Avevano un che di tecnologico. Dentro c’era rumore, un frastuono basso, intenso, accompagnato dalle sghignazzate tipiche di un bar semivuoto a tarda sera ma ancora in piena attività, più un po’ di musica in sottofondo, probabilmente di un juke-box, una melodia che Reacher non riconobbe, ma che trovò tendenzialmente gradevole.
Entrò. La porta si apriva nell’angolo sinistro della sala principale. Il bancone del bar correva dalla parte anteriore a quella posteriore sulla destra, tavoli e sedie erano a sinistra. Nella sala c’erano una ventina di persone, in prevalenza uomini. L’arredo non sembrava affatto in tono col nome del locale. Normali tavoli di legno, sedie windsor, sgabelli da bar, pavimento a listelli. Niente look carcerario. Anzi, la grafica dell’insegna era ripresa all’interno. Le parole Cell Block erano ripetute dietro il bancone, fiancheggiate da pezzi di ripetitori radio rivestiti di stagnola da cui usciva un fulmine.
Reacher s’infilò di lato tra i tavoli, incrociò lo sguardo del barista e questi si spostò a sinistra per andargli incontro. Era giovane e aveva un volto aperto, cordiale. «Sembri disorientato.»
«Immaginavo di trovare le sbarre alle finestre e forse i tavoli delle vecchie celle. Pensavo che indossassi un vestito a strisce.»
L’uomo non rispose.
«Come in una vecchia prigione», proseguì Reacher. «Come le celle di un blocco carcerario.»
L’uomo rimase perplesso per un istante, poi sorrise.
«Ma non c’entrano le celle di una prigione», spiegò. «Prendi il telefono.»
«Non ho un telefono.»
«Be’, se lo avessi, scopriresti che qui non funziona. Non c’è segnale. C’è una zona senza copertura larga quasi un chilometro e mezzo. Per questo la gente viene qui. Per godersi un po’ di tranquillità e di pace senza essere disturbata.»
«Non potrebbero limitarsi a non rispondere?»
«La natura umana non funziona esattamente così, ti pare? Non riesci a ignorare un telefono che squilla. Sa di coscienza sporca. Sai, le mogli o i capi. Saltano fuori discussioni d’ogni tipo. Meglio che non squilli.»
«Quindi hai un telefono pubblico? Solo per le emergenze?»
L’uomo glielo indicò. «Nel corridoio sul retro.»
«Grazie», disse Reacher. «Per questo sono venuto qui.»
Passò accanto alla fila di sgabelli, alcuni occupati, altri no, e trovò un’apertura che conduceva ai bagni e alla porta posteriore. C’era un telefono sulla parete di fronte al bagno delle donne. Era montato su un rettangolo di sughero scuro e macchiato per l’età, pieno di numeri scribacchiati con l’inchiostro ormai sbiadito. Reacher si tastò le tasche in cerca di quarti di dollaro e ne trovò cinque. In quel momento avrebbe voluto avere gli spiccioli dell’iraniano. Compose lo stesso numero che aveva fatto un quarto d’ora prima e che Dorothy Coe aveva fatto un quarto di secolo prima. Risposero alla chiamata, chiese di Hoag e glielo passarono in una decina di secondi.
«Ho ancora un favore da domandarti», esordì. «Avete gli elenchi telefonici dell’intera contea, giusto?»
«Sì», rispose Hoag.
«Mi serve il numero di un certo Seth Duncan, sta un centinaio di chilometri più a nord.»
«Un attimo», disse Hoag. Reacher udì il ticchettio di una tastiera. Un database informatico, non un elenco cartaceo. «Non è in elenco.»
«Non è in elenco nel senso che non lo avete o che lo vedi ma non puoi darmelo?»
«Nel senso che ti prego di non chiedermelo perché mi metteresti in difficoltà.»
«Ok, non te lo chiederò. C’è niente a nome di Eleanor Duncan?»
«No. Ci sono quattro Duncan, tutti maschi. Tutti non in elenco.»
«Allora dammi quello del medico.»
«Quale medico?»
«Quello del posto, lassù.»
«Come si chiama?»
«Non lo so», affermò Reacher. «Non conosco il suo nome.»
«Allora non posso aiutarti. Questa è una lista alfabetica, in base al cognome: Smith, dott. Bill e roba del genere. E in caratteri molto piccoli.»
«Ci dev’essere un numero per contattare il medico. Potrebbe verificarsi un’emergenza. Ci sarà modo di rintracciarlo.»
«Non vedo niente.»
«Aspetta», esclamò Reacher. «So come. Dammi l’Apollo Inn.»
«Apollo come la navicella spaziale?»
«Esatto, come la navicella spaziale.»
La tastiera ticchettò e Hoag lesse un numero, il prefisso di zona 308 della parte occidentale dello Stato e altre sette cifre. Reacher li ripeté una volta mentalmente. «Grazie», disse. Riagganciò e compose il numero.
Quindici chilometri più a sud anche l’uomo di Mahmeini stava componendo un numero. Chiamava la base. Trovò Mahmeini al cellulare e disse: «Abbiamo un problema».
«Cioè?»
«Asghar ci ha mollati.»
«Impossibile.»
«Be’, è così. L’ho mandato giù in macchina a prendere una bottiglia d’acqua. Non è tornato, perciò ho controllato. L’auto è sparita, e anche lui.»
«Chiamalo.»
«Ho provato dieci volte. Il telefono è staccato.»
«Non ci credo.»
«Cosa devo fare?»
«Trovalo.»
«Non ho idea di dove cercare.»
«Beve, lo sai» disse Mahmeini.
«Lo so. Ma non ci sono bar in città. Solo un negozio di liquori. Ormai sarà chiuso. E in ogni caso non ci sarebbe andato in macchina, ma a piedi. È circa a tre isolati.»
«Ci dev’essere un bar. Siamo in America. Chiedi al portiere.»
«Non c’è il portiere. Questo non è il Bellagio. Non mettono neanche l’acqua in camera.»
«Ci deve essere qualcuno al banco. Chiedi.»
«Non posso andare da nessuna parte. Non ho un’auto. E non posso chiedere aiuto agli altri. Non ora. Sarebbe un’ammissione di debolezza.»
«Trova un modo», affermò Mahmeini. «Trova un bar e trova il modo di arrivarci. È un ordine.»
Reacher sentì il telefono squillare. Era un trillo forte, sonoro e gli echeggiava nell’orecchio dato l’auricolare grande e antiquato, di tre centimetri di diametro, inserito in profondità nel ricevitore di plastica anch’esso vecchio e antiquato, pesante quasi mezzo chilo. Immaginò i due telefoni che suonavano nel motel, ottanta chilometri più a nord, uno alla reception, l’altro dietro il bar. O forse ce n’erano più di due. Forse c’era un terzo apparecchio nell’ufficio interno, e un quarto nell’appartamento privato di Vincent. Forse quel posto era un groviglio di cavi proprio come l’interno di un modulo lunare. Ma per quanti telefoni ci fossero, suonarono a lungo prima che qualcuno rispondesse. «Apollo Inn», disse Vincent con quel tono che Reacher aveva già sentito, molto allegro ed entusiasta, quasi fosse un locale nuovo di zecca che riceveva la prima telefonata la sera dell’inaugurazione.
«Mi serve il numero di telefono di Eleanor Duncan», esordì Reacher.
«Reacher? Dov’è?» chiese Vincent.
«Ancora fuori città. Mi serve il numero di Eleanor.»
«Sta tornando?»
«Che cosa potrebbe trattenermi?»
«Non va in Virginia?»
«Alla fine spero di sì.»
«Non ho il numero di Eleanor.»
«Non fa parte della catena telefonica?»
«No, come potrebbe? C’è il rischio che risponda Seth.»
«Ok, il dottore è lì?»
«Non in questo momento.»
«Serata fiacca, allora.»
«Purtroppo.»
«Ha il suo numero?»
«Resti in linea.» Sì udì un tonfo quando Vincent posò il ricevitore, forse sul bancone, poi silenzio per il tempo che impiegò ad attraversare la sala, poi ancora il rumore di un secondo ricevitore che veniva sollevato, forse alla reception. Si sentiva che c’erano due ricevitori in linea. Reacher udì gli echi rimbalzare lenti contro il soffitto circolare a cupola. Vincent lesse un numero, il prefisso della zona con altre sette cifre. Reacher lo memorizzò subito. «Grazie», disse. Riagganciò e lo compose.
L’addetto alla reception del Marriott disse all’uomo di Mahmeini che sì, c’era un bar, non proprio in città ma quindici chilometri a nord, poco oltre il confine cittadino, sul ciglio sinistro della strada a due corsie, chiamato Cell Block, un posto piacevole dai prezzi ragionevoli, che sì, era di solito aperto fino a tardi e sì, c’era un servizio taxi in città e sarebbe stato lieto di chiamargliene uno subito.
Pertanto meno di cinque minuti dopo l’uomo di Mahmeini s’infilò sul sedile macchiato di una vecchia Chevrolet Caprice. L’autista uscì dal parcheggio, percorse la McNally Street e in fondo svoltò a destra.
Il dottore fu molto più veloce a rispondere di Vincent. «Mi serve il numero di telefono di Eleanor Duncan», esordì Reacher.
«Reacher? Dove si trova?» chiese il medico.
«Ancora fuori città.»
«Sta tornando?»
«Perché, vi manco?»
«Non ho detto ai Duncan della Cadillac.»
«Bravo. Seth è già tornato a casa?»
«Era ancora con suo padre quando me ne sono andato.»
«Si fermerà là?»
«Dicono che lo faccia spesso.»
«Lei sta bene?»
«Non va troppo male. Ero con il furgone. Mi hanno beccato i Cornhuskers.»
«E?»
«Niente di che. Solo parole, in realtà.»
Reacher se lo immaginò in piedi, nell’atrio o in cucina, scosso, tremante, intento a guardare dalle finestre, a controllare le porte. «È sobrio?» chiese.
«Un po’», rispose.
«Un po’?»
«È il meglio che posso fare in questi giorni, mi spiace.»
«Mi serve il numero di Eleanor Duncan.»
«Non è in elenco.»
«Lo so.»
«Non fa parte della catena telefonica.»
«Ma è sua paziente.»
«Non posso.»
«In che razza di guai potrebbe cacciarsi?»
«Non è solo questo. È anche un problema di riservatezza. Sono un medico. È stato lei a ricordarmelo, ho fatto un giuramento.»
«Se vogliamo preparare una frittata», replicò Reacher, «qualche uovo dovremo romperlo.»
«Capiranno che sono stato io.»
«Se le cose dovessero mettersi male, gli dirò che non è andata così.»
Il dottore tacque, sospirò e infine recitò un numero.
«Grazie», disse Reacher. «Stia attento. Mi saluti sua moglie.» Riagganciò, compose il numero e ascoltò altri squilli. Era lo stesso ronzio languido, elettronico, ma stavolta da un luogo diverso, da un punto della fattoria ristrutturata tra colori pastello, tappeti costosi e quadri a olio. Suppose che se fosse stato a casa, Seth avrebbe risposto. Sembrava quel genere di rapporto. Ma ipotizzò che non ci fosse. I Duncan avevano un doppio problema e la sua esperienza gli diceva che sarebbero rimasti vicini finché tutto fosse passato. Perciò Eleanor era probabilmente sola a casa e avrebbe risposto. Oppure no. Forse avrebbe ignorato gli squilli, al di là di quello che pensava il barista pochi metri più in là a proposito della natura umana.
Eleanor rispose.
«Pronto?»
«Seth è a casa?»
«Reacher? Dove si trova?»
«Non importa dove sono io. Dov’è Seth?»
«Da suo padre. Non penso rientrerà stasera.»
«Bene. È ancora alzata e vestita?»
«Perché?»
«Deve fare una cosa per me.»