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La strada era una striscia dritta e stretta con desolati campi scuri da entrambi i lati. La luce della luna e delle stelle bastava a distinguere le sagome, che però non erano così numerose. C’erano alcuni alberi qua e là, ma in genere il terreno era spianato fino all’orizzonte. Dopo cinque chilometri Reacher vide due edifici in lontananza a ovest, uno grande, uno più piccolo, solitari in mezzo a un campo. Anche da lontano e al buio capì che erano entrambi vecchi e di legno. Non erano più in squadra, come se la terra li stesse risucchiando un centimetro alla volta, un angolo alla volta.
Reacher rallentò e imboccò una pista costituita da un paio di solchi profondi, probabilmente creati dal passaggio di un trattore. In mezzo al sentiero correva una gobba d’erba, ormai congelata, rigida, simile a una matassa intessuta da tanti fili metallici. Il pick-up procedette tra sobbalzi, sussulti e picchiettii. I sassolini grattavano sotto le ruote e schizzavano via. La pista proseguì dritta poi svoltò e svoltò ancora, seguendo la disposizione a scacchiera dei campi. Il terreno era duro come pietra. Non si alzava polvere. I vecchi edifici si fecero più vicini e più grandi. Uno era un granaio. L’altro un capanno più piccolo. Erano a circa cento metri di distanza l’uno dall’altro, contornati da vegetazione addormentata nei punti in cui i semi portati dal vento avevano sbattuto contro i muri, per poi cadere al suolo e mettere radici. D’inverno si presentava come un groviglio di stecchi secchi. D’estate era probabilmente una giungla di colorati rampicanti.
Reacher osservò innanzitutto il granaio. Sorgeva isolato, circondato da asfalto vecchio. Era di un legno che sembrava duro come l’acciaio ma stava marcendo e piegandosi. Il portone era scorrevole, abbastanza grande da consentire l’accesso di macchine agricole di notevoli dimensioni. Ma l’inclinazione dell’edificio lo aveva bloccato nelle rotaie. L’angolo in basso a destra era conficcato in profondità nel terreno. La ruota di ferro sulla rotaia in alto era uscita dalla propria sede.
C’era una porticina nel portone. Chiusa. Niente finestre.
Reacher tornò nel furgone e si diresse al capanno più piccolo. Era chiuso su tre lati e aperto su quello più stretto rivolto verso il granaio. I solchi del trattore arrivavano fin dentro. Era un deposito di qualche tipo. O lo era stato molto tempo prima. Era lungo quasi due volte il furgone e un po’ più largo.
Perfetto.
Reacher entrò e si spinse fino in fondo fermandosi con il cofano sotto una specie di mezzanino che sembrava un soppalco realizzato sotto il colmo del tetto. Spense il motore, scese e tornò da dove era venuto. Uscì dal capanno e percorse una ventina di metri. Si girò e controllò. Il furgone era perfettamente nascosto.
Sorrise.
È ora di andare a letto, pensò.
Prese a camminare.
Camminò nei solchi del trattore. Il terreno sotto i piedi era duro e irregolare, e Reacher avanzava più lentamente di quanto avrebbe fatto sulla gobba d’erba al centro, ma l’erba congelata poteva schiacciarsi e mostrare il segno dei passi, mentre lui preferiva sempre non lasciare tracce. Tornò sulla strada, girò a nord e si diresse là dove ci sarebbe dovuta essere la linea divisoria centrale, se qualcuno l’avesse dipinta. La notte era silenziosa e tranquilla, l’aria gelida, le stelle luminose sopra la sua testa. Non si muoveva nient’altro. Davanti non c’erano bagliori azzurri. Le luci del motel erano state spente per la notte.
Percorse veloce i cinque chilometri lungo la strada in meno di un’ora e arrivò all’incrocio da sud. Si fermò a un centinaio di metri e controllò. A sinistra le fondamenta del centro commerciale abbandonato. Al di là la stazione di servizio abbandonata. A destra niente, oltre ancora il motel buio silenzioso. Solo un insieme di forme e di ombre.
Niente auto parcheggiate.
Niente furgoni parcheggiati.
Niente sentinelle.
Niente imboscate.
Reacher proseguì. Arrivò al motel da dietro, alla fine del semicerchio di bungalow, alle spalle del più piccolo. Era tutto tranquillo. Si tenne lontano dalla ghiaia e camminò a piccoli passi sulle assi argentate fino alla finestra del suo bagno. Era ancora aperta. La zanzariera ancora nella vasca. Si sedette sul davanzale, abbassò la testa, sollevò le gambe e sgattaiolò dentro. Chiuse la finestra per ripararsi dal freddo, si voltò e si guardò attorno.
Gli asciugamani erano dove li aveva lasciati dopo la doccia. Vincent non aveva rifatto la stanza. Probabilmente se ne sarebbe occupato il giorno dopo. Non c’era grande urgenza. Nessuno si aspettava un’improvvisa richiesta di stanze. Non in mezzo alle distese selvagge del Nebraska, perdipiù nel cuore dell’inverno.
Entrò nella stanza e trovò tutto esattamente come lo aveva lasciato. Tenne le luci spente e le tende aperte. Scostò le coperte e s’infilò dentro vestito da capo a piedi, con tanto di scarponi. Non era la prima volta che dormiva così. A volte conveniva essere pronti. Perciò gli scarponi e le coperte scostate. Si girò a destra, si girò a sinistra, si mise il più comodo possibile e un minuto dopo era già profondamente addormentato.
Si svegliò cinque ore dopo e scoprì d’essersi sbagliato. Vincent non svolgeva una quintuplice funzione. Solo una quadruplice. Aveva una cameriera. Una governante. Fu svegliato dal rumore dei suoi passi sulla ghiaia. La vide dalla finestra. Si stava dirigendo verso la sua porta per rifare la stanza. Reacher gettò da parte le coperte e si mise seduto battendo le palpebre. Le braccia andavano un po’ meglio. O forse erano ancora intorpidite per il sonno. Fuori c’era una nebbiolina che avanzava su una luce grigia, fredda. Era una gelida mattina invernale, poco dopo l’alba.
La gente vede quello che si aspetta di vedere. La governante usò un passepartout, spalancò la porta ed entrò in quella che credeva fosse una stanza vuota. Il suo sguardo si posò sulla sagoma di Reacher seduto sul letto e si spostò oltre. Passò un lungo istante prima che tornasse indietro. Non ebbe a dire il vero alcuna reazione. Non si mostrò molto sorpresa. Non gridò né strillò. Sembrava una donna forte, capace. Aveva all’incirca sessant’anni, forse più, era bianca, grossa e squadrata con una chioma bionda che stava ingiallendo e ingrigendo. Aveva un bel po’ di geni tedeschi o scandinavi in corpo.
«Mi scusi», disse, «ma il signor Vincent credeva che la stanza fosse vuota.»
«Quello era il piano», affermò Reacher. «Per lui è meglio così. Quello che non sai non può nuocerti.»
«Lei è l’uomo che i Duncan gli hanno detto di mandar via», disse. Non era una domanda. Era un’affermazione, una conclusione tratta dalle informazioni condivise mediante la catena telefonica.
«Me ne andrò oggi», dichiarò Reacher. «Non voglio creargli guai.»
«Temo sarà lei ad avere guai. Come pensa di andarsene?»
«Chiederò un passaggio. Mi piazzerò a sud dell’incrocio. L’ho già fatto.»
«La prima auto che vedrà si fermerà?»
«Forse.»
«Quante probabilità ci sono?»
«Poche.»
«La prima auto che vedrà non si fermerà. Perché quasi sicuramente sarà di un locale, e quel locale prenderà subito il telefono e dirà ai Duncan dove si trova con precisione. Abbiamo avuto istruzioni. Si è sparsa la voce. Perciò la seconda auto che vedrà sarà piena dei loro scagnozzi. Come la terza e la quarta. Lei è nei guai, signore. Qui la terra è piatta ed è inverno. Non ci sono posti dove nascondersi.»