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Il dottore e sua moglie aspettavano nel furgone di Dorothy Coe, sulla strada principale. Reacher e Dorothy parcheggiarono davanti a loro, scesero e rimasero vicini. La proprietà dei Duncan era ridotta a tre camini verticali e un’ampia distesa orizzontale di legno grigio cenere che continuava a bruciare, ma non più intensamente. Il fumo saliva e si raccoglieva in una grossa colonna che pareva innalzarsi all’infinito. Era l’unica cosa che si muovesse. Il sole aveva raggiunto il punto più alto e il resto del cielo era azzurro.

«Avete parecchio lavoro da fare. Convocate tutti. Prendete scavatrici e bulldozer e scavate grossi buchi. Molto grossi. Raccogliete i detriti e seppelliteli bene. Ma lasciate un po’ di spazio. A un certo punto arriverà il furgone, e l’autista è colpevole quanto loro.»

«Dobbiamo ucciderlo?» chiese il dottore.

«Potete seppellirlo vivo, per quel che m’interessa.»

«Ora se ne andrà?»

Reacher annuì. «Vado in Virginia.»

«Non può restare un paio di giorni?»

«Adesso avete voi la situazione in mano, non io.»

«E i giocatori di football a casa mia?»

«Liberateli e dite loro di andarsene. Ne saranno felici. Qui per loro non c’è più niente.»

«Potrebbero raccontarlo a qualcuno. O qualcuno potrebbe aver visto il fumo da lontano. Potrebbe arrivare la polizia.»

«Se succede, date tutta la colpa a me. Fate il mio nome. Quando capiranno dove sono, sarò già da un’altra parte.»

Dorothy Coe accompagnò Reacher per il primo tratto. Risalirono sullo Yukon e controllarono l’indicatore della benzina. Ce n’era abbastanza per un centinaio di chilometri. Concordarono che lo avrebbe portato cinquanta chilometri a sud e sarebbe tornata indietro; dopo, fare il pieno sarebbe stato un problema di John.

Percorsero i primi quindici in silenzio. Superarono il locale abbandonato oltre il quale la strada a due corsie proseguiva dritta e deserta. «Che cosa c’è in Virginia?» chiese Dorothy.

«Una donna», rispose Reacher.

«La sua ragazza?»

«Una persona con cui ho parlato al telefono, niente di più. Desidero incontrarla di persona. Anche se adesso non ne sono più così certo. Non ancora. Non con questo aspetto.»

«Che cos’ha il suo aspetto che non va?»

«Il naso», disse Reacher. Si toccò il nastro e se lo lisciò con due mani. «Ci vorranno un paio di settimane prima che sia presentabile.»

«Come si chiama questa donna in Virginia?»

«Susan.»

«Be’, secondo me dovrebbe andarci. Penso che se Susan avrà da ridire sul suo aspetto, non varrà la pena di conoscerla meglio.»

Si fermarono in un punto qualsiasi della strada che doveva essere quasi esattamente a metà tra l’Apollo Inn e il Cell Block. Reacher aprì la portiera. «Starà bene qui?» gli chiese Dorothy Coe.

Lui annuì. «Sto bene ovunque. Lei starà bene laggiù?»

«No», rispose. «Ma meglio di prima.»

Rimase seduta al volante, una donna forte e capace sulla sessantina, grossa e squadrata, sfinita dagli stenti e dal dolore, che stava via via ingrigendo ma con un aspetto migliore di prima. Reacher non disse nulla, scese sul ciglio e chiuse la portiera. Lei lo guardò una volta dal finestrino, distolse lo sguardo, fece inversione sulla strada e si avviò verso nord. Reacher si calò il berretto sulle orecchie, si infilò le mani in tasca per il freddo e si mise ad aspettare un passaggio.

Aspettò a lungo, molto a lungo. Nella prima ora non passò nulla. Poi apparve un veicolo all’orizzonte e un buon minuto dopo riuscì quasi a distinguere qualche particolare. Era piccolo e d’importazione, probabilmente giapponese, Honda o Toyota, vecchio con la vernice blu sbiadita dalle intemperie. Un acquisto di sesta mano. Reacher si mise ben dritto e allungò il pollice. L’auto rallentò, il che però non significava nulla. Era un puro riflesso. Gli occhi del guidatore si spostano a destra, il piede si solleva dall’acceleratore in automatico. In quel caso il guidatore era una donna giovane, probabilmente una studentessa di college. Aveva capelli chiari lunghi. L’auto era zeppa di ogni genere di cose.

Lo guardò per meno di un secondo, accelerò e proseguì a cento all’ora seguita da una scia d’aria fredda, di polvere e dal gemito delle gomme. Reacher la guardò allontanarsi. Una decisione saggia, probabilmente. Le donne sole non dovrebbero fermarsi in mezzo al nulla per uno sconosciuto enorme e trasandato con un pezzo di nastro adesivo sulla faccia.

Si risedette sul ciglio. Era stanco. Si era svegliato nella stanza del motel di Vincent la mattina precedente, presto, quando Dorothy Coe era venuta a pulirla e da allora non aveva dormito. Si tirò il cappuccio sul berretto e si stese sul terreno. Incrociò le braccia al petto e i piedi e si mise a dormire.

Stava facendo buio quando si svegliò. Il sole era svanito a occidente e i pallidi residui del tramonto invernale erano l’unica fonte di luce in cielo. Si sedette e poi si alzò. Non c’era traffico. Ma lui era un uomo paziente. Era bravo ad aspettare.

Aspettò altri dieci minuti e vide un altro veicolo all’orizzonte. Aveva le luci accese per il crepuscolo. Si abbassò il cappuccio per sembrare meno grosso e rimase disinvolto in piedi con una gamba sul ciglio e l’altra sull’asfalto, quindi allungò il pollice. Il veicolo in avvicinamento era più grande di un’auto. Lo capì dalla distanza tra i fari. Era alto e abbastanza stretto. Aveva un ampio parabrezza. Era un furgone. Un furgone grigio.

Come quelli che aveva visto nel deposito dei Duncan.

Rallentò a cento metri per il solito riflesso automatico, poi però continuò a rallentare e si fermò accanto a lui. Il guidatore si sporse, aprì la portiera del passeggero e si accese la luce all’interno. Era Eleanor Duncan.

Indossava jeans neri e un parka imbottito. Era pieno di cerniere e di tasche, luccicava e brillava nella luce. Conteneva fibre che mai e poi mai erano appartenute a un essere vivente, vegetale o animale.

«Salve», disse.

Reacher non rispose. Stava guardando il furgone dentro e fuori. Era sporco. Ricoperto di sale e di terra, di schizzi secchi e di polvere. Aveva fatto un lungo viaggio.

«Questo è il carico, vero? Questo è il furgone che hanno usato», disse.

Eleanor Duncan annuì.

«Chi c’era dentro?» domandò.

«Sei giovani donne e dieci bambine. Della Thailandia», rispose.

«Stavano bene?»

«Benissimo. Non c’è da stupirsi. Sembra si siano dati un gran daffare per fare in modo che all’arrivo potessero essere vendibili.»

«Che cosa ne avete fatto?»

«Niente.»

«Allora dove sono?»

«Ancora nel retro del furgone.»

«Cosa?»

«Non sapevamo che farne. Sono state attirate qui con un pretesto, ovviamente. Sono state separate dalle famiglie. Abbiamo deciso di riportarle a casa.»

«Come farete?»

«Le porto a Denver.»

«Cosa c’è a Denver?»

«Ci sono tanti ristoranti thailandesi.»

«È la vostra soluzione? I ristoranti thailandesi?»

«Non è stupido come sembra. Ci pensi, Reacher. Non possiamo andare alla polizia. Queste donne sono clandestine. Verrebbero rinchiuse per mesi in una prigione federale. Sarebbe tremendo. Abbiamo pensato che debbano almeno stare con persone che parlino la loro lingua. Una specie di comunità di sostegno. E i dipendenti dei ristoranti sono in contatto tra loro, giusto? Alcuni sono arrivati illegalmente. Abbiamo pensato che forse potrebbero usare le stesse organizzazioni ma in senso contrario, per farle uscire.»

«Di chi è stata l’idea?»

«Di tutti. Ne abbiamo discusso per tutto il giorno e poi abbiamo votato.»

«Grande.»

«Ha un’idea migliore?»

Reacher non disse nulla. Si limitò a guardare la fiancata grigia del furgone, le macchie di sale secche dalla sagoma lunga, aerodinamica, simili a pennacchi. Posò la mano sul metallo freddo.

«Vuol vederle?» chiese Eleanor Duncan.

«No», disse Reacher.

«Le ha salvate.»

«La fortuna e il caso le hanno salvate. Perciò non voglio vederle. Non voglio vedere le loro facce perché a quel punto inizierei a pensare a ciò che sarebbe successo loro se non fossero intervenuti la fortuna e il caso.»

Ci fu un lungo silenzio. Il motore del furgone girava in folle, la brezza soffiava, il cielo si scurì e l’aria divenne più fredda.

«Vuole almeno un passaggio fino all’autostrada?» chiese Eleanor Duncan.

Reacher annuì e salì.

Per trenta chilometri non parlarono. Superarono rombando il Cell Block. «Lei sapeva, vero?» domandò Reacher.

«No», rispose Eleanor Duncan. Poi disse: «Sì». E poi aggiunse: «In realtà ero convinta dell’esatto opposto. Davvero. Pensavo d’esserne assolutamente certa. E alla fine mi sono resa conto che stavo solo cercando di convincermi».

«Sapeva da dove veniva Seth.»

«Le ho detto di no, poco prima che rubasse la sua auto.»

«E io non le ho creduto. Fino a quel punto aveva risposto a quattordici domande consecutive senza la minima esitazione. Poi le ho chiesto di Seth e si è bloccata. Ci ha offerto da bere. È stata evasiva. Stava prendendo tempo per riflettere.»

«Lei sa da dove veniva?»

«Alla fine l’ho capito.»

«Allora mi racconti la sua versione», disse Eleanor.

«Ai Duncan piacevano le bambine. Da sempre. Era il loro hobby da una vita. Persone del genere formano comunità. Prima di internet lo facevano per posta e con incontri clandestini. Si scambiavano foto e roba del genere. Forse organizzavano riunioni. Forse invitavano ospiti. C’erano alleanze tra i gruppi. La mia ipotesi è che un gruppo a cui piacevano i bambini maschi fosse sotto pressione. Si sono spaventati. Hanno cercato di far sparire le prove, affidando una delle vittime ai loro amici. Doveva essere una cosa temporanea finché la pressione non si fosse allentata, ma nessuno è venuto a riprendere Seth. Probabilmente il colpevole è stato pestato a morte in prigione. O dalla polizia, che poi ha messo a tacere la cosa. Perciò i Duncan sono rimasti incastrati. Ma l’hanno presa bene. Hanno pensato che non sarebbe stato male avere un figlio senza doversi legare a una donna. Perciò lo hanno tenuto. Jacob lo ha adottato.»

Eleanor Duncan annuì. «Seth mi ha detto di essere stato salvato, quando ancora tra noi c’era dialogo. Ha detto che Jacob lo aveva salvato da una situazione in cui abusavano di lui. Con una specie di gesto di altruismo e di carità. Per una questione di principio. E io gli ho creduto. Poi negli anni ho percepito che i Duncan stavano facendo qualcosa di male, ma quella che si è rivelata essere la verità è sempre stata l’ultima cosa che avevo in mente. Sempre, glielo assicuro. Perché pensavo fossero assolutamente contrari a quel genere di cose. Pensavo che aver salvato Seth fosse la prova decisiva a loro favore. Sono stata cieca molto a lungo. Credevo che trasportassero qualcos’altro, droga o armi o persino bombe.»

«E poi cos’è cambiato?»

«Quello che ho sentito. Una voce qua, una là. Mi è parso chiaro che trasportassero persone, ma anche allora pensavo si trattasse di normali migranti clandestini. Come i lavoratori dei ristoranti.»

«Finché?»

«Finché niente. Non l’ho mai saputo con certezza fino a oggi. Glielo assicuro. Ma ero diventata sempre più sospettosa. C’erano troppi soldi. E troppa eccitazione. Sbavavano, praticamente. Eppure ho continuato a non crederci, soprattutto per quanto riguardava Seth. Pensavo trovasse quel genere di cose assolutamente ripugnanti, visto che le aveva subite. Non volevo pensare che fosse vero il contrario. Ma immagino che lo fosse. Credo che in fondo fosse tutto ciò che conosceva e apprezzava.»

«Neanch’io sono uno psicologo», affermò Reacher.

«Mi vergogno tanto», dichiarò Eleanor. «Non ho intenzione di tornare. Loro pensano di sì, ma non lo farò. Non riesco ad affrontarli. Non posso più tornare lì.»

«Allora che farà?»

«Lascerò il furgone a chiunque aiuterà questa gente. Una sorta di donazione. Una mancia. Poi andrò da qualche altra parte. In California forse.»

«Come?»

«In autostop come lei. E ricomincerò daccapo.»

«Stia attenta per strada. Può essere pericoloso.»

«Lo so. Ma non m’importa. Sento di meritare qualsiasi cosa mi capiterà.»

«Non sia troppo dura con se stessa. Almeno ha chiamato la polizia.»

«Ma non è mai arrivata», disse.

Reacher non rispose.

«Come fa a sapere che ho chiamato la polizia?» domandò.

«Perché è venuta», spiegò Reacher. «Per così dire. È stato un poliziotto a darmi il passaggio fino al motel.»

«Chi era?»

«Polizia di Stato, un’auto senza insegne. Non me lo ha detto, ma si capiva. Era una persona piuttosto garbata. Mi ha preso su più a nord. Quasi in South Dakota. Mi ha detto che avrebbe dovuto lasciarmi in mezzo al nulla perché tutto quello che doveva fare era venire da queste parti e tornare indietro. Non abbiamo parlato delle ragioni e non sapevo che avesse intenzione di tornare indietro proprio subito. Ma è quello che ha fatto. Si è fermato, mi ha fatto scendere, due secondi dopo si è girato ed è ripartito nella direzione da cui eravamo venuti.»

«Perché?»

«GPS e pubbliche relazioni», affermò Reacher. «È stata la mia prima ipotesi. In un grande Stato come il Nebraska, ho pensato che ci fossero proteste e casini a proposito delle tante zone fuori controllo. Ho pensato che la polizia mettesse le mani avanti. Potevano produrre foto ricavate dai sistemi GPS a riprova del fatto che controllavano con regolarità tutto il territorio. Ora le auto della polizia sono dotate di localizzatori e tutti quegli aggeggi possono comparire in giudizio se un agente finisce davanti a una commissione d’inchiesta. Poco dopo però ho cambiato idea. Mi sono chiesto se non avessero ricevuto una telefonata anonima da qualcuno. Pur senza aprire un’inchiesta, dovevano comunque pararsi il culo ed essere in grado di dimostrare che si erano almeno fatti vedere. In seguito mi sono chiesto se non fosse stata proprio lei a farla.»

«Sono stata io. Quattro giorni fa. E non era una telefonata anonima. Ho detto loro tutto ciò che pensavo. Perché quell’uomo non è neanche sceso dall’auto?»

«Pregiudizi e conoscenza del luogo», affermò Reacher. «Lei gli avrà detto che Seth la picchiava.»

«Be’, sì, certo. Visto che lo faceva.»

«Quindi hanno ignorato tutto il resto della sua storia. Avranno pensato a una moglie maltrattata che stava inventando scuse per mettere nei guai il marito. A volte la polizia ragiona in questo modo. Non dico che sia nel giusto, ma funziona così. E di certo non avrebbero affrontato la questione dei maltrattamenti. Non mettendosi contro i Duncan. Per via della conoscenza del luogo. Dorothy Coe mi ha detto che alcuni ragazzi della zona entrano nella polizia di Stato. Perciò gli agenti si saranno informati facendo qualche domanda ai colleghi, o magari erano già al corrente della faccenda, ma in entrambi i casi il messaggio era lo stesso: in quell’angolo della contea non bisogna pestare i piedi ai Duncan.»

«Non ci credo.»

«Lei ci ha provato», disse Reacher. «Insieme a tutto il resto, se lo deve ricordare. Ha provato a fare la cosa giusta.»

Arrivarono nella cittadina e passarono nella via principale, oltre il tabellone della Camera di commercio, il ristorante a forma di carrozza ferroviaria d’alluminio, la stazione di servizio con l’insegna Texaco e le tre officine, il ferramenta, il negozio di liquori e la banca, il gommista e il concessionario John Deere, il negozio di alimentari e la farmacia, la torre dell’acqua, la McNally Street, il cartello dell’ospedale. Entrarono in un territorio che Reacher in precedenza non aveva visto. Il motore del furgone borbottava piano, le gomme ronzavano e di tanto in tanto Reacher pensava di sentire dei rumori nel vano di carico alle sue spalle, persone che si muovevano, parlavano, ridevano persino. Al suo fianco Eleanor Duncan era concentrata sulla strada buia. La guardò con la coda dell’occhio.

Un’ora e cento chilometri dopo videro le luci intense delle lampade ai vapori di sodio del raccordo autostradale e grosse insegne verdi che indirizzavano verso est e verso ovest. Eleanor rallentò e si fermò. Reacher scese e la salutò. Imboccò la prima rampa, quella diretta a ovest verso Denver e Salt Lake City. Passò sotto il ponte e si piazzò sulla rampa est, una gamba sul ciglio e una sulla corsia, allungò il pollice, sorrise e cercò di sembrare cordiale.

Child Lee - 2013 - Una ragione per morire: Un'avventura di Jack Reacher
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