12

Reacher rimase al freddo tra il furgone e il bungalow e si guardò attorno. Non c’era molto da vedere. La luce azzurra del neon arrivava fino alla carcassa della Subaru e poi si affievoliva. In alto c’era la luna, e un miliardo di stelle gelide.

«C’è ancora un po’ di caffè nella macchina?» chiese Reacher.

«Non posso servirla», rispose Vincent.

«Non farò la spia.»

«Potrebbero sorvegliarmi.»

«Stanno portando due tizi all’ospedale a cento chilometri da qui.»

«Non tutti.»

«Questo è l’ultimo posto in cui cercherebbero. Le hanno detto di mandarmi via. Daranno per scontato che lei abbia obbedito.»

«Non so.»

«Facciamo un patto», affermò Reacher. «Io me ne andrò per evitarle difficoltà. Può tenersi i trenta dollari perché non è colpa sua. In cambio voglio una tazza di caffè e alcune risposte.»

Il bar era buio tranne per l’unica lampada di servizio dietro al bancone. Niente più luci rosa e rosse tenui. Solo un tubo a fluorescenza dalla luce violenta che tremolava in modo evidente e creava un alone verdognolo, con un brusio di fondo. La musica era spenta e la sala silenziosa, fatta eccezione per il ronzio della lampada e il flusso dell’aria nel sistema di riscaldamento. Vincent riempì d’acqua la caffettiera Bunn, prese il caffè da un barattolo simile a un fusto e lo mise in un filtro di carta grande quanto un cappello. La accese e Reacher ascoltò l’acqua gorgogliare e sibilare; poco dopo osservò l’adorato liquido bruno colare nel contenitore.

«Parta dall’inizio», disse.

«L’inizio è molto tempo fa», rispose Vincent.

«Lo è sempre.»

«Sono un’antica famiglia.»

«Lo sono sempre.»

«Il primo che ho conosciuto era un anziano. Un agricoltore discendente da una lunga stirpe di agricoltori. Credo che il primo sia arrivato qui con un pezzo di terra in concessione. Forse dopo la Guerra civile. Coltivavano mais e fagioli e possedevano molta terra. L’anziano ereditò tutto. Aveva tre figli, Jacob, Jasper e Jonas. Era un segreto noto a tutti che i ragazzi odiassero l’agricoltura. Ma conservarono la proprietà fino alla morte del vecchio, per non spezzargli il cuore. Poi la vendettero e si diedero all’attività di trasporto. Molto meno lavoro. Divisero la proprietà e la vendettero ai vicini. Il che aveva perfettamente senso. Quello che era un bel podere ai tempi dei cavalli e dei muli non lo era più con i trattori e l’economia di scala. I prezzi della terra erano alti ma i ragazzi addolcirono la pillola. Fecero sconti a condizione che i vicini firmassero un contratto impegnandosi a usare la Duncan Transportation per spedire i raccolti. Anche questo aveva perfettamente senso. A ciascuno il suo. E tutti felici e contenti.»

«Finché?»

«Lentamente i rapporti si deteriorarono. Una lite con un vicino. Ormai è storia antica. Risalente forse a venticinque anni fa. Ma si creò un clima astioso. Capitò durante l’estate e quel tizio non poté spedire il raccolto. I Duncan si rifiutarono di farlo. Marcì nei campi. Quell’anno il vicino non incassò un dollaro.»

«Non poteva trovare qualcun altro che trasportasse il raccolto?»

«I Duncan avevano ormai monopolizzato l’intera contea. Un’altra ditta non aveva interesse a venire fin qui per un solo carico.»

«Non poteva fare da sé?»

«Avevano venduto tutti i loro camion. Non servivano, così credevano, per via dei contratti e in ogni modo avevano bisogno di soldi per il mutuo.»

«Avrebbe potuto noleggiarne uno. Per una volta soltanto.»

«Non sarebbe potuto uscire dal cancello. Le clausole scritte in piccolo dicevano che solo i camion dei Duncan potevano trasportare merce all’esterno delle fattorie. Non c’era modo di contestarle, non in tribunale, e sicuramente non sul campo perché a quel punto erano entrati in scena i giocatori di football. La prima generazione. Ormai saranno anche loro anziani.»

«Un controllo totale», osservò Reacher.

Vincent annuì.

«E molto semplice», aggiunse. «Puoi lavorare tutto l’anno ma hai bisogno di spedire il raccolto, altrimenti è come se te ne stessi seduto con le mani in mano e non coltivassi niente. Gli agricoltori vivono di stagione in stagione. Non possono permettersi di perdere un intero raccolto. I Duncan hanno trovato la leva perfetta. Per caso o di proposito, questo davvero non lo so. Ma non appena hanno capito che cosa avevano in mano, hanno iniziato ad approfittarne.»

«Come?»

«Niente di male, in realtà. Paghi un po’ di più e loro si comportano bene. Tutto qui.»

«Anche lei, vero?»

Vincent annuì. «Dieci anni fa questo posto ha avuto bisogno di qualche lavoro. I Duncan erano disposti a prestarmi i soldi senza interessi se avessi firmato un contratto per le consegne.»

«E sta ancora pagando.»

«Tutti stiamo ancora pagando.»

«Perché starvene buoni e zitti?»

«Vorrebbe fare una rivoluzione? Non succederà. La gente deve mangiare. E i Duncan sono furbi. Niente di male, in fondo. Capisce?»

«Come le rane nell’acqua tiepida», osservò Reacher. «Così ha detto la moglie del dottore.»

«Così diciamo tutti.»

«Ma alla fine verrete comunque uccisi.»

«Ci vorrà parecchio.» Vincent riempì una tazza di caffè. Un altro logo della NASA. La fece scorrere sul banco. «Mia madre era imparentata con Neil Armstrong. Il primo uomo sulla luna. Un cugino di quindicesimo grado o roba del genere.»

Reacher annusò il vapore e assaggiò il caffè. Era ottimo. Macinato di fresco, caldo e forte. «Il presidente Nixon aveva pronto un discorso, sa, in caso fossero rimasti bloccati lassù. In caso non fossero riusciti a decollare dalla superficie. Riesce a immaginare? Restare fermi là a guardare la terra dal cielo in attesa che l’aria si esaurisca?»

«Non ci sono leggi? Su monopoli, limitazioni della concorrenza e cose simili?» osservò Reacher.

«Andare da un avvocato equivale a finire in bancarotta. Una causa richiede quanti? Due, tre anni? Due o tre anni senza spedire il proprio raccolto è un suicidio. E ha mai lavorato in una fattoria? O gestito un motel? Mi creda, alla fine della giornata non ha voglia di mettersi a studiare sui libri di legge. Ha voglia di dormire un po’.»

«Fracassare l’auto del dottore non è stata cosa di poco conto», disse Reacher.

«Concordo. È stato peggio del solito. Siamo tutti un po’ sconvolti», ammise Vincent.

«Tutti?»

«Parliamo tra noi. C’è una catena telefonica. Sa, quando succede qualcosa. Ci scambiamo informazioni.»

«E la gente cosa dice?»

«La sensazione è che forse il dottore se la sia meritata. Ha agito in modo molto scorretto.»

«Per aver curato la sua paziente?»

«Non era malata. È intervenuto.»

«Penso siate tutti malati», osservò Reacher. «Penso siate tutti un branco di codardi senza spina dorsale. Quanto sarebbe difficile cambiare le cose? Per un uomo solo, d’accordo, potrebbe essere dura. Ma se vi uniste e chiamaste un altro trasportatore, verrebbe. Perché non dovrebbe farlo? Se qui c’è abbastanza lavoro per i Duncan, ce n’è anche per qualcun altro.»

«I Duncan potrebbero far causa.»

«Che la facciano. Si ritroverebbero con tre anni di parcelle di avvocati e zero entrate. La situazione si capovolgerebbe.»

«Non credo che un altro trasportatore rileverebbe l’attività. Si spartiscono la torta. Da queste parti nessuno invade il territorio altrui.»

«Potreste provare.»

Vincent non rispose.

«In ogni caso», continuò Reacher, «non m’importa di chi trasporti un paio di pannocchie, né come, se o quando. O qualche chilo di fagioli. O un etto o in qualsiasi cavolo di modo li pesiate. Trovate voi la soluzione. Oppure no. Sta a voi. Io me ne vado in Virginia.»

«Non è così semplice», precisò Vincent. «Non qui. La gente è così abituata ad avere paura che non sa nemmeno più che cosa significhi non averne.»

Reacher non disse nulla.

«Che farà?» domandò Vincent.

«Dipende dai Duncan. Il piano A è trovare un passaggio per andarmene. Ma se vogliono la guerra, allora il piano B è vincerla. Continuerò a scaricare giocatori di football sul loro viale d’accesso finché non ne avranno più. Poi mi presenterò alla porta per una visitina. Sta a loro scegliere.»

«Si attenga al piano A. Vada via. È il mio consiglio.»

«Mi mostri dove scorre il traffico e potrei farlo.»

«Ho bisogno di una cosa da lei.»

«Cioè?»

«La chiave della stanza. Mi spiace.»

Reacher la pescò dalla tasca e la posò sul banco. Era un grosso oggetto di ottone contrassegnato dal numero sei.

«Dove pensa di dormire stanotte?» chiese Vincent.

«Meglio che lei non lo sappia», rispose Reacher. «I Duncan potrebbero chiederglielo. E lei glielo direbbe, vero?»

«Sarei obbligato», affermò Vincent.

Non ci furono altri discorsi. Reacher terminò il caffè, uscì dal bar e tornò al furgone. Il cavo del verricello aveva piegato la barra delle luci sul tetto, perciò visto di fronte sembrava un po’ strabico. Ma la chiave girò e il motore si accese. Reacher uscì dal parcheggio. Se sei in dubbio gira a sinistra, era il suo motto. Perciò andò a sud procedendo lento a luci spente, lasciando che gli occhi si adattassero all’oscurità della notte, in cerca di una direzione da seguire.

Child Lee - 2013 - Una ragione per morire: Un'avventura di Jack Reacher
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