21
Reacher corse per trenta metri sul terreno gelido e si fermò. Dentro il furgone il guidatore si era girato sul sedile e lo fissava. Armeggiava e maneggiava alla cieca volante e cambio. Il furgone indietreggiò sforzando, sempre con una marcia bassa, il motore su di giri e una velocità al suolo lenta. Reacher non sapeva quanto avrebbe impiegato un motore robusto senza olio a incepparsi e morire.
Non molto, sperava.
Saltellò a sinistra e il furgone lo seguì passo per passo arrivando lento, con il paraurti appiccicato sul muso come un brutto cerotto, gli assi delle ruote bloccati per avere la massima trazione, le gomme che si torcevano, sobbalzavano e tracciavano nuovi solchi. Il guidatore diede gas, ruotò il volante a sinistra nel tentativo di decifrare il balletto di Reacher e dopo l’inevitabile, improvviso cambio di direzione finale lo capì, ma questi fece un doppio bluff, balzò ancora a sinistra e il furgone lo mancò di buoni tre metri.
Il veicolo si bloccò di colpo e Reacher vide l’uomo trafficare con le leve. Udì il cambio innestare di nuovo le marce normali da strada. Poi il furgone effettuò un’ampia curva sul terreno e puntò verso di lui. Reacher rimase immobile, lo osservò e quindi saltellò a destra. Fece quindi un altro bluff spostandosi ancora a destra mentre il furgone sterzava a sinistra e lo mancava. Finì con il muso ammaccato tra i cespugli. Emetteva brutti rumori d’ogni genere. Tonfi sgraziati, simili a rintocchi stonati di campane. I cuscinetti, pensò Reacher. Le teste. Conosceva qualche termine. Aveva sentito parlare gli addetti ai veicoli nelle basi militari. Vide il guidatore guardare allarmato in basso, come se sul cruscotto si fossero accese varie spie rosse. C’era vapore nell’aria. E un fumo azzurro.
Il furgone indietreggiò ancora una volta.
Poi morì.
Il guidatore si fermò per cambiare marcia, cosa che accadde, ma il furgone non si mosse più. Fece un piccolo balzo in avanti grazie al gioco delle sospensioni e lì rimase. Il rumore del motore si spense. Reacher sentì sbuffare, sibilare e ticchettare, vide un getto di vapore e un ultimo schizzo nero sotto, simile a un colpo di tosse, a un rantolo agonico.
Il guidatore restò dov’era, sul sedile, dietro le portiere chiuse con la sicura.
Reacher cercò di nuovo un sasso senza trovarlo.
Erano in stallo.
Ma non durò a lungo.
Reacher le vide per primo. Era in una posizione più favorevole. Le fiamme che uscivano dallo spazio tra il cofano e i parafanghi, in basso, sul muso. All’inizio erano piccole e incolori, smossero l’aria sovrastante, si diffusero in fretta e scrostarono la vernice tutt’intorno. Poi si ingrandirono, divennero gialle e azzurre e iniziarono a produrre fumo nero ai bordi. Il cofano era grande e squadrato; nel giro di un minuto tutti e quattro i bordi erano circondati dal fuoco e la vernice si cuoceva, ribolliva e si spaccava per il calore proveniente da sotto.
Il guidatore restò seduto dov’era.
Reacher si avvicinò di corsa e controllò la portiera. Era sempre chiusa. Picchiò sul finestrino con una serie di colpi sordi, attutiti e indicò concitato il cofano. Ma era impossibile che l’uomo non sapesse già che andava a fuoco. I tergicristalli erano in fiamme. Emanavano un fumo nero che saliva a spirale dal parabrezza. Il guidatore li guardò, poi guardò Reacher spostando più volte lo sguardo dai primi al secondo, in preda al panico.
Temeva Reacher quanto il fuoco.
Perciò questi indietreggiò di qualche metro. La portiera allora si aprì e l’uomo balzò fuori. Era un ragazzo bianco grosso e pesante, molto giovane, forse sul metro e novantotto, di più di centotrenta chili. Corse per un paio di metri e si bloccò stringendo le mani a pugno. Alle sue spalle le fiamme fuoriuscirono dai vani delle ruote anteriori, si diressero in basso e avvolsero le lamiere ardendo violente. Dalle gomme si levava fumo. Il ragazzo rimase là, immobile. Reacher allora scattò, quello cercò di colpirlo e lo mancò. Reacher si abbassò evitando il pugno, centrò il ragazzo al ventre e lo afferrò per il colletto. Lui si accucciò all’istante e si protesse la testa. Reacher lo tirò su e lo trascinò veloce per dieci metri, dodici, quindici. Quando si fermò, il ragazzo tentò di nuovo di colpirlo e lo mancò. Reacher fece una finta con un diretto sinistro e gli assestò un poderoso gancio destro sull’orecchio. Il giovane barcollò per un attimo e piombò a terra sulle natiche. Rimase seduto a battere le palpebre nel centro di un campo in mezzo al nulla. A venti metri il furgone bruciava intensamente, avvolto dal fuoco fino al telaio del parabrezza. Le gomme anteriori erano in fiamme e il cofano deformato.
«Quanta benzina c’è nel serbatoio?» chiese Reacher.
«Non picchiarmi più», disse il ragazzo.
«Rispondi alla domanda.»
«Ho fatto il pieno stamattina.»
Perciò Reacher lo afferrò di nuovo, lo tirò su e lo trascinò più in là per altri dieci metri, poi ancora per tre. Lui incespicò per tutto il tratto, alla fine oppose resistenza e disse: «Ti prego, non picchiarmi più».
«Perché non dovrei? Hai appena cercato di uccidermi con un furgone.»
«Mi dispiace.»
«Ti dispiace?»
«Ho dovuto farlo.»
«Eseguivi solo gli ordini?»
«Mi arrendo, d’accordo? Non combatto più. Come un prigioniero di guerra.»
«Sei più grosso di me. E più giovane.»
«Ma tu sei pazzo.»
«Chi lo dice?»
«Ce lo hanno detto. Ci hanno raccontato di ieri sera. Hai mandato tre dei nostri in ospedale.»
«Come ti chiami?» domandò Reacher.
«Brett», rispose lui.
«Ma cos’è, siamo ai confini della realtà? Vi chiamate tutti nello stesso modo?»
«Solo tre di noi.»
«Su dieci, giusto?»
«Sì.»
«Il trenta per cento. Quante probabilità c’erano?»
L’uomo non rispose.
«Chi è il capo qui?» incalzò Reacher.
«Non so che intendi.»
«Chi ti ha detto di uccidermi con un furgone stamattina?»
«Jacob Duncan.»
«Il padre di Seth Duncan?»
«Sì.»
«Sai dove vive?»
L’uomo annuì e indicò in lontananza a sud-est, al di là del veicolo in fiamme. Il fuoco era penetrato all’interno. I vetri si erano spaccati e i sedili bruciavano. Nell’aria c’era una colonna di fumo nero, denso e sporco. Saliva dritta, arrivava a uno strato basso dell’atmosfera e si diffondeva in orizzontale. Come un minuscolo fungo.
Poi il serbatoio esplose.
Una palla di fuoco arancione sollevò il retro del furgone e una frazione di secondo dopo un boato sordo si sparse sul terreno, trasportato da un’onda di pressione tanto forte da far traballare Reacher e tanto calda da farlo balzar via. Il fuoco si levò per una quindicina di metri e morì subito. Il furgone si schiantò a terra, tutto nero e scheletrico, avvolto da fiamme nuove, intense che smuovevano una colonna d’aria di trenta metri.
Reacher le osservò per un attimo. «Ok, Brett, ecco cosa farai. Andrai di corsa a casa di Jacob Duncan e gli dirai tre cose. Mi stai ascoltando?» chiese.
Lui distolse lo sguardo dal fuoco. «Sì», rispose.
«Bene. Primo, se Duncan vuole, può mandare i sei uomini che gli restano a darmi la caccia. Ognuno mi terrà impegnato per un paio di minuti, poi però arriverò a lui e lo prenderò a calci in culo. Capito?»
«Sì.»
«Secondo, se preferisce può evitare che i sei finiscano male, uscire allo scoperto e incontrarmi faccia a faccia subito. Capito?»
«Sì.»
«E terzo: se vedo ancora quei due di fuori città, se ne torneranno a casa in un secchio, è chiaro? Hai capito tutto?»
«Sì.»
«Hai un cellulare?»
«Sì», rispose ancora.
«Dammelo.»
L’uomo frugò in una tasca ed estrasse un telefono, nero e minuscolo nella sua manona rossa. Glielo porse e Reacher lo aprì. Aveva visto vari cellulari cadere sui marciapiedi e sapeva cosa ci fosse lì dentro. Una batteria e una SIM. Tolse la cover, estrasse la batteria e la gettò a cinque metri in una direzione, poi estrasse la SIM e gettò il resto del telefono a cinque metri nella direzione opposta. Tenne la SIM sul palmo della mano e gliela avvicinò: una piccola cialda di silicio con sopra alcuni tracciati d’oro.
«Mangiala», ordinò.
«Cosa?» disse l’uomo.
«Mangiala. È il tuo castigo. Per essere un’inutile massa di lardo.»
L’uomo restò immobile per un istante, quindi la prese con delicatezza tra pollice e indice, aprì la bocca e se la mise sulla lingua. Chiuse la bocca, fece un po’ di saliva e deglutì.
«Fa’ vedere», ordinò Reacher.
L’uomo riaprì la bocca e allungò la lingua. Come un bambino dal medico. La SIM non c’era più.
«Adesso siediti», affermò Reacher.
«Cosa?»
«Come prima.»
«Pensavo che volessi mandarmi dai Duncan.»
«Certo», confermò Reacher. «Ma non subito. Non finché sono in zona.»
L’uomo si sedette un po’ preoccupato, rivolto a sud, con le gambe distese, le mani sulle ginocchia e il tronco leggermente piegato in avanti.
«Braccia dietro la schiena», disse Reacher. «Appoggiati sulle mani.»
«Perché?»
Materiale nemico.
«Fallo e basta», tagliò corto Reacher.
L’uomo mise le braccia dietro di sé e appoggiò il peso sulle mani. Reacher si portò alle sue spalle e gli cacciò lo scarpone nel gomito destro. Lui crollò a terra gridando, rotolò e gemette.
Poi si rimise a sedere, tenendosi il braccio rotto, e fissò Reacher con aria accusatoria. Reacher si portò di nuovo alle sue spalle e gli sferrò un forte calcio sulla nuca. Lui si accasciò lentamente, all’inizio in avanti, poi s’inclinò di lato dato che la pancia gli impediva di piegarsi ulteriormente in avanti. Cadde scomposto, atterrò delicatamente su una spalla e rimase immobile, una gigantesca L su una pagina bruna sporca. Reacher si girò e proseguì in direzione nord, verso i due edifici di legno all’orizzonte.