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Il dottore era instabile sulle gambe. Fece la tipica cosa degli ubriachi: camminare su un pavimento in piano come se risalisse una collina. Ma arrivò indenne nel parcheggio e, quando l’aria fredda lo investì, recuperò momentaneamente i sensi. Abbastanza da trovare le chiavi della macchina, in ogni caso. Si tastò una tasca dopo l’altra e alla fine estrasse un grosso mazzo con una targhetta di cuoio logora su cui era stampata in oro una scritta scrostata: DUNCAN TRANSPORTATION.
«Gli stessi Duncan?» chiese Reacher.
«C’è solo una famiglia Duncan in questa contea», rispose lui.
«Sono tutti suoi pazienti?»
«Solo la nuora. Il figlio va a Denver. Da quel che mi risulta, il padre e gli zii si curano da soli con radici e bacche.»
L’auto era una Subaru station wagon, non troppo sporca. Era l’unico veicolo nel parcheggio. Un modello recente. Reacher trovò il telecomando sul portachiavi e la aprì. Il medico fece gran mostra di dirigersi al posto del guidatore, poi cambiò mestamente direzione. Reacher salì, spostò il sedile all’indietro, avviò il motore e trovò le luci.
«Vada a sud», indicò il dottore.
Reacher tossì.
«Cerchi di non alitare addosso a me», disse. «O alla paziente.»
Per posare le mani sul volante sembrò che Reacher manovrasse due guanti da baseball infilati su due lunghi bastoni. Ma alla fine lo afferrò con le dita e strinse la presa per alleviare la pressione sulle spalle. Uscì lentamente dal parcheggio e svoltò a sud. Era buio pesto. Ma in realtà non c’era granché da vedere, a parte la terra piatta e infinita tutt’intorno.
«Cosa cresce qui?» chiese giusto per tenere sveglio il passeggero.
«Mais naturalmente», rispose il dottore. «Mais e ancora mais. Una quantità sterminata di mais. Più mais di quello che un uomo sano di mente vorrebbe vedere.»
«Lei è del luogo?»
«Sono originario dell’Idaho.»
«Le patate.»
«Sono migliori del mais.»
«Allora cosa l’ha portata in Nebraska?»
«Mia moglie», rispose. «Nata e cresciuta proprio qui.»
Rimasero in silenzio per un po’, poi Reacher chiese: «Cos’avrei io che non va?»
«Scusi?»
«Lei ha detto di sapere che cos’ho che non va. Almeno fisicamente. Perciò sentiamo.»
«Cos’è, un provino?»
«Direi che ne avrebbe bisogno.»
«Vada all’inferno. Sono perfettamente operativo.»
«Lo dimostri.»
«So cos’ha combinato», rispose l’uomo. «Non come.»
«Cos’avrei combinato?»
«Si è stirato completamente, dal flexor digiti minimi brevis al quadratus lumborum, da entrambi i lati e in modo quasi simmetrico.»
«Provi nella nostra lingua, non in latino.»
«Ha un problema alla muscolatura, ai tendini e ai legamenti associati al movimento delle braccia, dal mignolo al punto di ancoraggio sulla dodicesima costa. Ha male dappertutto e il controllo dei movimenti fini è andato a farsi fottere, visto che l’infiammazione è così diffusa.»
«Prognosi?»
«Guarirà.»
«Quando?»
«Tra qualche giorno. Forse tra una settimana. Potrebbe provare con l’aspirina.»
Reacher si concentrò sulla guida. Abbassò il finestrino di due dita per far uscire i fumi del bourbon. Superarono tre grandi case ravvicinate a un centinaio di metri dalla strada principale, in fondo a un lungo viale d’accesso comune. Erano abitazioni vecchie, ma di elegante fattura e ancora robuste, seppure un po’ trascurate. Il dottore girò la testa e le guardò attentamente, poi tornò a guardare davanti.
«Come ha fatto», domandò.
«A far che?» ribatté Reacher.
«Come si è fatto male alle braccia?»
«È lei il medico», osservò Reacher. «Me lo dica lei.»
«Un paio di volte mi è capitato di notare gli stessi sintomi. Ho fatto il volontario in Florida dopo un uragano. Alcuni anni fa. Non sono una persona tanto disprezzabile.»
«E?»
«Chi veniva sorpreso all’aperto dal vento che soffiava a centocinquanta chilometri all’ora finiva scagliato in mezzo alla strada, oppure si aggrappava ai recinti e cercava di raggiungere un posto sicuro. Ed era come trascinare tutto il proprio peso cercando di vincere la resistenza del vento. Uno sforzo incredibile. Che può provocare questo genere di lesioni. Ma nel suo caso direi che si tratta di qualcosa che le è capitato molto di recente, un paio di giorni fa, al massimo. E lei ha detto d’essere arrivato da nord. Dove non ci sono uragani, anche perché non è stagione. Sono pronto a scommettere che in questo periodo non c’è un solo posto al mondo in cui sia arrivato un uragano. Neanche uno. E quindi non ho proprio idea di come possa essersi fatto male. Ma le auguro di riprendersi presto. Davvero.»
Reacher restò in silenzio.
«Al prossimo incrocio a sinistra», disse il dottore.
Cinque minuti dopo arrivarono alla casa dei Duncan. Aveva luci esterne, tra cui due faretti puntati su una cassetta della posta bianca, uno per lato. Sulla cassetta spiccava la scritta DUNCAN. La casa sembrava una fattoria ristrutturata. Era di dimensioni modeste, ma molto ben curata. Sul giardino ibernato si trovava un antico calesse. Grandi ruote a raggi, lunghe stanghe protese nel vuoto. E un lungo vialetto dritto che conduceva a un edificio abbastanza grande da poter essere stato un granaio ai tempi in cui il complesso era un luogo di lavoro. Ora era adibito a garage. Aveva tre porte. Una era aperta, come se qualcuno fosse uscito di fretta.
Reacher si fermò all’altezza di un viottolo che portava all’ingresso principale.
«Si va in scena, dottore», esclamò. «Sempre che la signora sia ancora qui.»
«È qui», rispose l’uomo.
«Allora andiamo.»
Scesero dall’auto.