10
Il motore del Ford pick-up girava ancora paziente in folle. I fari erano accesi. I due uomini giacevano immobili, ammucchiati nell’oscurità al di là dei fasci intensi di luce. Fumavano leggermente, tre metri cubi di ossa e muscoli, duecentosettanta chili di carne ora orizzontali, non più verticali. Sarebbe stato molto difficile muoverli. «E adesso come facciamo?» chiese la moglie del dottore.
«A cosa si riferisce?» ribatté Reacher.
«Vorrei che non lo avesse fatto.»
«Perché?»
«Perché non ne verrà niente di buono.»
«Perché no? Che diamine succede qui? Chi è quella gente?»
«Gliel’ho detto. Giocatori di football.»
«Non loro», disse Reacher. «I Duncan. Le persone che li hanno mandati.»
«Mi hanno vista?»
«Quei due? Ne dubito.»
«Questo è un bene. Non posso proprio farmi coinvolgere.»
«Ma perché no? Mi spiega cosa succede qui?»
«Non sono affari suoi.»
«Lo dica a loro»
«Sembrava così arrabbiato.»
«Io?» osservò Reacher. «Non ero arrabbiato. Ero a malapena interessato. Se fossi stato arrabbiato, ora saremmo qui a pulire con una manichetta antincendio. Per come stanno le cose, ci basterà un carrello elevatore.»
«Che ne farà?»
«Mi racconti dei Duncan.»
«Sono una famiglia. Tutto qui. Seth, suo padre e i due zii. Erano agricoltori. Adesso gestiscono un’attività di trasporti.»
«Chi assolda i giocatori di football?»
«Non so chi prenda le decisioni. Forse decidono a maggioranza. O forse sono tutti d’accordo.»
«Dove vivono?»
«Sa già dove vive Seth.»
«E gli altri tre? I vecchi?»
«Poco più a sud di qui. Ci sono tre case isolate. Una per ciascuno.»
«Le ho viste. Suo marito le fissava.»
«Gli ha visto le mani?»
«Perché?»
«Probabilmente teneva le dita incrociate per scaramanzia. Cercava di farsi coraggio.»
«Ma perché? Chi è questa gente?»
«Un nido di vespe, ecco cosa sono. Lei lo ha appena smosso e ora deve andarsene.»
«Cos’avrei dovuto fare? Lasciare che mi massacrassero coi loro arnesi da lavoro?»
«Noi lo facciamo. Accettiamo le punizioni, teniamo il sorriso stampato sul volto e la testa bassa. Tiriamo avanti cercando di andare d’accordo.»
«Di che diavolo parla?»
Lei tacque e scosse la testa.
«Non è un problema così grosso», riprese poi. «Non come può sembrare a lei. Almeno secondo noi. Se butti una rana nell’acqua calda, schizza subito fuori. Se la metti in acqua fredda e la scaldi a poco a poco, si lascerà cuocere fino a morire senza neanche accorgersene.»
«Sareste voi le rane?»
«Sì», disse. «Siamo noi.»
«Mi dia qualche particolare in più.»
Lei tacque di nuovo e di nuovo scosse la testa.
«No», disse. «No, no, no. Da me non sentirà niente di male sul conto dei Duncan. Voglio che sia chiaro. Sono una donna del luogo, li conosco da una vita. Sono una buona famiglia. Non hanno niente che non vada. Niente di niente.»
La moglie del dottore lanciò una lunga e intensa occhiata alla carcassa della Subaru, poi si avviò a piedi verso casa. Reacher le offrì un passaggio sul pick-up, ma lei non volle saperne. La guardò uscire dal parcheggio finché fu inghiottita dal buio e scomparve. Si voltò allora verso i due stesi sulla ghiaia davanti alla porta. Non avrebbe mai potuto sollevare un essere umano svenuto di centotrenta chili. Centotrenta chili di pesi su un bilanciere, forse, ma non di carne inerte pari a un armadio.
Aprì la portiera del pick-up e salì a bordo. Odorava di disinfettante al pino e di olio caldo. Trovò la leva del cambio, avanzò tracciando una curva, si fermò e fece retromarcia fino ad allineare la ribalta con il punto in cui si trovavano i due. Scese, girò attorno al cofano e guardò il verricello imbullonato al telaio, davanti. Era elettrico. Aveva un motorino collegato a un tamburo attorno cui era avvolto un sottile cavo d’acciaio con un gancio all’estremità. C’erano un meccanismo di arresto e un pulsante di avvolgimento.
Sbloccò il meccanismo di arresto e svolse il cavo, tre metri, cinque, dieci. Lo gettò sopra il cofano, il tetto dell’abitacolo, tra le due luci fissate alla sbarra, sul pianale di carico e giù a terra, dove si trovavano i due. Abbassò completamente la ribalta, si chinò e fissò il gancio alla cintura del primo. Si avvicinò al muso del furgone, trovò il pulsante di avvolgimento e lo premette.
Il motorino partì, il tamburo girò e il cavo si tese. Quando fu in trazione, vibrò come la corda di un arco, scavò un solco nella parte anteriore del cofano e piegò la barra delle luci sul tetto. Il tamburo rallentò, fece presa e continuò a girare. Il furgone si abbassò sulle ruote. Reacher tornò accanto al retro e vide il giocatore che veniva trascinato per la cintura verso il pianale: prima la vita, poi le braccia e le gambe. Arrivò al bordo della ribalta. A quel punto il cavo salì in verticale e stridette contro le lamiere. La cintura si allungò fino a diventare ovale e l’uomo fu sollevato in aria. Ruotò leggermente con la schiena arcuata, la testa, le braccia e le gambe penzoloni. Reacher attese e calcolò, spinse e tirò, spintonò e lo issò oltre l’angolo, quindi osservò mentre veniva trascinato sul pianale. Si avvicinò di nuovo al muso del pick-up, aspettò un istante e bloccò il verricello. Tornò sul retro, si protese sul pianale, tolse il gancio e ripeté le stesse mosse con l’altro uomo, come un veterinario incaricato di rimuovere due giovenche morte.
Reacher guidò per otto chilometri in direzione sud, rallentò e si fermò poco prima del vialetto d’accesso comune che portava a ovest, verso le tre case ammassate. Erano state dipinte di bianco una generazione prima, ma riuscivano ancora ad emettere un riflesso grigio alla luce della luna. Erano edifici solidi, disposti lungo un breve arco senza molto spazio in mezzo. I giardini non erano curati da un architetto. C’erano solo ghiaia vecchia, erbacce e tre auto parcheggiate, un recinto robusto e campi piatti, desolati, che si perdevano nel buio.
Una luce usciva da una finestra del pianterreno nella casa di destra. Ma non c’era altro segno di attività.
Reacher avanzò di una decina di metri, indietreggiò, curvò e risalì in retromarcia il vialetto. La ghiaia scricchiolò e grattò sotto le gomme. Era un avvicinamento rumoroso. Si arrischiò a percorrere cinquanta metri, equivalenti a circa metà strada. Si fermò, sgattaiolò fuori e aprì la ribalta. Salì sul pianale, afferrò il primo uomo per la cintura e il colletto, lo tirò e lo spostò, in parte lo trascinò e in parte lo fece rotolare fin sul bordo. Gli posò infine la suola dello scarpone sull’anca e lo spinse giù. L’uomo cadde da un metro, atterrò con un tonfo sordo sul fianco e si assestò, steso di schiena.
Restituito al mittente.
Reacher si avvicinò al secondo, lo spinse e lo tirò, lo trascinò e lo fece rotolare fuori dal furgone proprio sopra il compagno. Chiuse la ribalta, scavalcò con un salto la sponda per scendere, si rimise al volante e partì a tutto gas.
I quattro Duncan erano ancora seduti al tavolo nella cucina di Jasper. Non era una riunione programmata, ma avevano sempre un lungo ordine del giorno e approfittavano dell’occasione. Al primo posto nei loro pensieri c’era il ritardo al confine canadese. «Il nostro amico a sud ci sta facendo pressione», affermò Jacob.
«Non tutto è sotto il nostro controllo», osservò Jonas.
«Prova a dirglielo.»
«Riceverà il suo carico.»
«Quando?»
«A suo tempo.»
«Ha pagato in anticipo.»
«Lo fa sempre.»
«Un sacco di soldi.»
«Come sempre.»
«Stavolta però è agitato. Vuole che interveniamo. Questo è il punto. È molto strano. Mi ha chiamato ed è stato come se mi inserissi in un discorso a metà.»
«Cioè?»
«Era indispettito, ovviamente. Ma anche un po’ scontroso, quasi non lo prendessimo sul serio. Come se avesse già inviato dei messaggi che nessuno ha preso in considerazione. Come se avessimo ignorato gli avvertimenti. Ho avuto la sensazione che lui fosse alla pagina tre e io alla pagina uno.»
«Sta uscendo di senno.»
«A meno che...»
«A meno che, cosa?»
«A meno che uno di noi non abbia già ricevuto qualche telefonata.»
«Be’, io no», affermò Jonas Duncan.
«Nemmeno io», gli fece eco Jasper.
«Ne sei sicuro?»
«Certo.»
«Perché non ci sono davvero altre spiegazioni. Ricordatevi, è un uomo con cui non possiamo permetterci screzi. È una persona molto pericolosa.»
I due fratelli di Jacob scrollarono le spalle. Due uomini sulla sessantina dall’aspetto rude, malandato, simili a un idrante per conformazione. «Non guardate me», esclamò Jonas.
«E neanche me», ribadì Jasper.
Solo Seth Duncan non aveva parlato. Non aveva detto neanche una parola. Il figlio di Jacob.
«Che cosa non ci stai dicendo, figliolo?» gli domandò il padre.
Seth fissò il tavolo. Poi alzò imbarazzato lo sguardo. L’apparecchio di contenzione d’alluminio spiccava enorme sulla sua faccia. Il padre e gli zii lo fissarono. «Non sono stato io a spaccare il naso a Eleanor stasera», confessò.