17

Il telefono era un vecchio e grosso Nokia poggiato sul banco di cucina. Sussultò, ronzò ed emise la classica melodia Nokia che Reacher aveva sentito un’infinità di volte nei bar, sui bus, per strada. Dorothy lo afferrò e rispose. Disse: «Pronto», ascoltò quello che sembrava un messaggio concitato, forse un avvertimento, chiuse la chiamata e lasciò cadere l’apparecchio come se fosse rovente.

«Era il signor Vincent», esclamò. «Giù al motel.»

«E?» soggiunse Reacher.

«Due uomini sono andati da lui. Stanno venendo qui. Ora.»

«Chi sono?»

«Non li conosciamo. Non li abbiamo mai visti prima.» Aprì la porta della cucina e lanciò un’occhiata nel corridoio verso la parte anteriore della casa. Per un istante ci fu silenzio, poi Reacher sentì un sibilo lontano di gomme sull’asfalto, il gemito di un motore che rallentava, il rumore dei freni, lo scricchiolio di una ruota sulla ghiaia, poi di un’altra, poi di altre due mentre un’auto svoltava e imboccava la strada sterrata.

«Vada via. Per favore. Non devono sapere che è qui», disse la donna.

«Non sappiamo chi siano.»

«Sono uomini dei Duncan. Chi altri potrebbero essere? Non posso permettere che la trovino qui. Ne va della mia vita.»

«Non posso andarmene. Sono già sulla strada.»

«Si nasconda fuori, in fondo. Per favore, la supplico. Non devono trovarla qui. Parlo sul serio.» Entrò nell’atrio, pronta a riceverli all’ingresso. Erano vicini e avanzavano rapidi. La ghiaia scricchiolava sempre più forte. «Potrebbero perquisire la casa. Se la trovassero, dica che è entrato di nascosto dal cortile. Dai campi. La prego. Dica che non la conosco. Faccia in modo che le credano. Dica che non ha niente a che fare con me», esclamò. Poi chiuse la porta e scomparve al di là.

Angelo Mancini piegò il foglio di istruzioni scritte a mano e se lo mise in tasca. Erano su una strada sterrata del cazzo tutta piena di buche, diretti a una vecchia casa del cazzo, decrepita e cadente, una roba da museo o da libro di storia. Lo schermo del navigatore non mostrava assolutamente niente. Solo uno spazio bianco. Roberto Cassano era al volante e prendeva ogni buca. Che importava? Erano le gomme della Hertz, non le sue. Davanti a loro la porta d’ingresso si aprì e una donna anziana apparve sul gradino aggrappata allo stipite, quasi non si reggesse in piedi.

«Ecco una donna che si sente in colpa perché nasconde un segreto. Stanne certo», osservò Mancini.

«Sembra proprio così», convenne Cassano.

Reacher controllò il cortile sul retro. C’erano circa venti metri fino al pick-up e forse altri venti fino alla fila di granai, capanni, stie e porcili. Aprì piano la porta. Si girò e controllò quella che conduceva nell’atrio. Era chiusa, ma si sentiva il rumore della macchina. Si stava fermando tra gli scricchiolii della ghiaia. Le portiere si stavano aprendo. Percepì la donna là fuori, intenta a fissare la scena in preda al panico. Scrollò le spalle, si girò di nuovo e fece per andarsene. Lo sguardo gli cadde allora sul tavolo di cucina.

Non andava bene.

Potrebbero perquisire la casa.

Dica che non la conosco.

Sul tavolo c’erano i resti di due colazioni.

Due ciotole per il porridge, due piatti sporchi d’uovo, due pieni di briciole di pane tostato, due cucchiai, due coltelli, due forchette, due tazze da caffè.

Mise il suo piatto del pane su quello delle uova, la ciotola del porridge sul piatto del pane, poi la tazza nella ciotola e s’infilò coltello e forchetta in tasca. Prese la pila traballante di stoviglie e la portò con sé oltre la soglia. La tenne con una mano, chiuse la porta con l’altra e s’incamminò in cortile. Il terreno era di terra battuta mista a ghiaia, invaso da erbacce invernali. Era abbastanza silenzioso sotto i piedi. Ma gli scossoni del braccio facevano vibrare la tazza nella ciotola. Emetteva un tintinnio a ogni passo. Sembrava forte come un allarme antincendio. Superò il pick-up e proseguì verso uno dei granai, una vecchia costruzione sfondata di assi sottili incatramate. Era in cattive condizioni. Aveva una porta a due battenti provvista di cardini. I cardini erano rovinati e la porta deformata. Mise un tallone in un battente, s’infilò a forza con le natiche nell’apertura e spinse con il fianco entrando a fatica prima con la schiena, poi con le spalle e infine con la pila di stoviglie.

Dentro era buio. Non c’erano luci, a parte i piccoli fasci accecanti che filtravano dalle fessure tra le assi. Disegnavano linee sottili e minuscoli punti sul pavimento in terra battuta, impregnato di olio vecchio e cosparso di scaglie di ruggine. L’aria odorava di creosoto. Posò la pila di piatti. Attorno a lui c’erano vecchie macchine di un colore marrone uniforme, scrostate e in rovina. Non ne riconobbe neanche una. C’erano denti, ruote, metallo piegato e saldato in forme fantastiche. Roba da agricoltori. Non era il suo ambito di competenza, nemmeno lontanamente.

Tornò alla porta inclinata e sbirciò da una fessura. Guardò e ascoltò, studiando le regole d’ingaggio. Non poteva toccare quegli uomini a meno che non fosse disposto ad andare fino in fondo e a farli scomparire per sempre insieme all’auto, e a costringere poi Vincent al motel a tenere la bocca chiusa, anche quello per sempre. Qualsiasi altra cosa si sarebbe ripercossa prima o poi su Dorothy. Perciò prudenza voleva che se ne stesse tranquillo e nascosto, cosa che era pronto a fare forse, ma solo forse. Dipendeva da quello che avrebbe udito in casa. Un urlo avrebbe potuto significare agitazione o spavento. Due, e si sarebbe precipitato dentro, senza badare alle conseguenze.

Non udì nulla.

E non vide nulla per dieci lunghi minuti. Poi un uomo uscì in cortile dalla porta sul retro, seguito da un altro. Fecero dieci passi, si fermarono e rimasero fianco a fianco come se fossero i proprietari del posto. Guardarono a sinistra, davanti, a destra. Erano ragazzi di città. Avevano scarpe lucide, pantaloni di lana e cappotti di lana. Erano entrambi sotto il metro e ottanta, con il petto e le spalle larghi, scuri di carnagione. Due tipici duri, come quelli che si vedono in televisione.

Si spostarono un po’ a sinistra, verso il pick-up. Guardarono il pianale di carico. Aprirono una portiera e controllarono l’abitacolo. Proseguirono verso la fila di granai, capanni, stie e porcili.

Dritti verso Reacher.

Si avvicinarono parecchio.

Reacher ruotò le spalle, scrollò i gomiti, scosse i polsi per cercare di stimolare le braccia. Chiuse la mano destra a pugno, poi la sinistra.

I due continuarono avvicinandosi ancor di più.

Guardarono a destra. A sinistra. Annusarono l’aria.

Si fermarono.

Scarpe lucide, cappotti di lana. Ragazzi di città. Non avevano voglia di mettere i piedi nella merda di maiale, nelle piume di gallina o di rovistare in mucchi di ciarpame. Si guardarono l’un l’altro, poi quello a destra si girò verso la casa e gridò: «Ehi, vecchia, porta subito qui quel tuo culo grasso».

Quaranta metri più in là Dorothy uscì dalla porta. Si fermò per un attimo, quindi si avviò verso i due, lenta ed esitante. Questi s’incamminarono verso di lei con la stessa lentezza. Si incontrarono in prossimità del pick-up. L’uomo a sinistra rimase immobile. Quello a destra la prese per un braccio con una mano e con l’altra estrasse una pistola dal cappotto. Aveva una fondina ascellare. La pistola era una semiautomatica di qualche tipo, placcata in nichel. O di acciaio inossidabile. Reacher era troppo lontano per distinguere la marca. Forse una Colt. O una copia. L’uomo la sollevò e la puntò alla tempia di Dorothy. La tenne orizzontale, come i teppisti dei film. Pollice e tre dita stringevano saldamente l’impugnatura. Il quarto dito era sul grilletto. Dorothy si ritrasse di scatto. L’uomo la tirò per il braccio e la avvicinò di nuovo.

«Reacher? Così ti chiami? Sei là? Ti nascondi da qualche parte? Mi stai ascoltando? Conto fino a tre. E tu uscirai fuori. Se non lo fai, sparo alla vecchia befana. Le ho puntato la pistola alla testa. Diglielo, nonna.»

«Qui non c’è nessuno», esclamò Dorothy.

Nel cortile calò il silenzio. Tre persone, tutte sole in quattrocento ettari.

Reacher rimase immobile dov’era, nel buio.

Vide Dorothy chiudere gli occhi.

«Uno», disse l’uomo con la pistola.

Reacher rimase immobile.

«Due.»

Reacher rimase sempre immobile.

«Tre.»

Child Lee - 2013 - Una ragione per morire: Un'avventura di Jack Reacher
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