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Eldridge Tyler stava percorrendo una lunga strada dritta a due corsie in Nebraska quando squillò il cellulare. Riportava a casa la nipote dopo averle comperato le scarpe nuove. Aveva un furgone Silverado Crew Cab con la vernice sbiadita e la bambina era distesa sul piccolo sedile posteriore. Non dormiva. Era ben sveglia, con le gambe sollevate, e osservava affascinata le enormi sneaker bianche che dondolavano mezzo metro sopra di lei. Faceva strani versi con la bocca. Aveva otto anni, e Tyler pensava che fosse un po’ indietro, per la sua età.

Il telefono di Tyler era un modello base, privo di funzioni sofisticate, e tuttavia disponeva di varie suonerie da associare ai diversi numeri. La maggior parte di essi riproduceva la melodia selezionata di default dall’azienda produttrice, ma quattro numeri erano predisposti per emettere una nota bassa e insistente, a metà tra la sirena di un’autopompa e il segnale d’immersione di un sommergibile. Quello fu il suono che Tyler udì quel tardo pomeriggio sulla lunga strada dritta a due corsie in Nebraska, quindici chilometri a sud dell’outlet e trenta a nord rispetto a casa. Tyler armeggiò per prendere il telefono dal cruscotto, premette il tasto e lo accostò all’orecchio. «Sì?»

«Forse avremo bisogno di te», esordì una voce.

«Di me?» chiese Tyler.

«Be’, di te e del tuo fucile. Come in passato.»

«Forse?» soggiunse Tyler.

«In questa fase è soltanto una precauzione.»

«Che succede?»

«C’è un tizio che sta ficcando il naso in giro.»

«Ci è andato vicino?»

«Difficile dirlo.»

«E cosa sa?»

«Qualcosa. Non tutto, per il momento.»

«Chi è?»

«Nessuno. Un forestiero. Un tizio qualsiasi. Ma si è messo in mezzo. Pensiamo che sia stato nelle forze armate. Un poliziotto militare. Forse non ha perso il vizio di indagare.»

«Quanto tempo fa era nelle forze armate?»

«È storia antica.»

«Legami?»

«Niente che ci risulti. Nessuno sentirà la sua mancanza. È uno senza fissa dimora, una specie di vagabondo. È piombato qui come un cespuglio sradicato dal vento e se ne dovrà andare nello stesso modo.»

«Descrizione?»

«È grande e grosso», disse la voce. «All’incirca un metro e novantacinque, probabilmente più di centodieci chili. L’ultima volta che è stato visto indossava un vecchio parka marrone di taglia enorme e un berretto di lana. Si muove in modo strano, come se fosse acciaccato. O ferito.»

«Ok», disse Tyler. «Dove e quando?»

«Vogliamo che sorvegli il granaio», spiegò la voce. «Domani, per tutto il giorno. Non possiamo permettere che lo veda. Non ora. Se non riusciamo a prenderlo entro stanotte, alla fine arriverà a capire tutto. Andrà lì a dare un’occhiata.»

«Da solo, come se niente fosse?»

«Ci crede quattro. Non sa che siamo cinque.»

«Questo è un bene.»

«Se lo vedi, sparagli.»

«Certo.»

«Non mancarlo.»

«Ho mai mancato un bersaglio?» replicò Tyler. Finita la telefonata, rimise il telefono sul cruscotto e continuò a guidare, con le scarpe nuove della bambina che ondeggiavano nel retrovisore, campi invernali senza vita davanti e dietro di sé, il buio alla sua sinistra e il sole che tramontava alla sua destra.

Il granaio era stato costruito molto tempo prima, quando gli edifici di legno di dimensioni contenute erano ancora funzionali all’agricoltura del Nebraska. Da tempo erano stati soppiantati da giganteschi capannoni di metallo posti in località remote, individuate esclusivamente in base a considerazioni logistiche. Eppure quel vecchio fabbricato aveva resistito, anche se si era deformato ed era marcito a poco a poco, inclinandosi per effetto degli agenti atmosferici. Tutt’intorno c’era un vecchio spiazzo di asfalto, sollevato dal gelo invernale e spaccato dal sole estivo, disseminato di robuste erbacce. Il portone scorrevole, fatto di grosse assi tenute insieme da lamine di ferro, era inserito in una rotaia e provvisto di ruote di ferro, ma dato che l’edificio si era gradualmente piegato non scorreva più. Per entrare bisognava passare da una porticina laterale, inserita sulla sinistra del portone scorrevole, alta circa un metro e mezzo.

Eldridge Tyler stava osservando la porta attraverso il cannocchiale del fucile. Si era messo in posizione già da un’ora, cioè ben prima dell’alba, per precauzione. Era un uomo paziente, preciso e meticoloso. Aveva lasciato la strada, imboccando un tortuoso sentiero per trattori fino a un vecchio capanno aperto su un lato, concepito in origine per riparare i sacchi di tela di fertilizzante dalla pioggia primaverile. E lì aveva parcheggiato. Il terreno congelato era molto duro, per cui Tyler non aveva sollevato polvere né lasciato tracce. Aveva spento il motore del grosso V-8 ed era andato all’ingresso del capanno per disporvi una trappola, fatta con un sottile cavo elettrico rivestito di plastica nera isolante, teso all’altezza della tibia di un uomo di buona statura.

Tornato al furgone, era salito sul pianale montando sul tetto dell’abitacolo. Da lì aveva raggiunto una sorta di soppalco collocato sotto il tetto a punta del capanno, issando il fucile e un borsone di tela. Dopodiché era avanzato strisciando fino a uno dei fori di ventilazione nella parete, da cui aveva tolto una grata mobile. In quel modo, non appena ci fosse stata luce in cielo, avrebbe avuto una vista perfetta del granaio, situato esattamente centoventi metri più a nord. Non avrebbe lasciato niente al caso. Aveva perlustrato la zona molti anni prima, quando i suoi quattro amici gli avevano chiesto aiuto, e si era preparato bene: in quell’occasione aveva conficcato nel terreno i chiodi per la trappola, misurando la distanza fino al granaio, e aveva allentato la grata. Ora si era messo di nuovo comodo sul soppalco e aveva cercato di tenersi il più possibile al caldo aspettando che il sole sorgesse, cosa che alla fine aveva fatto, pallido e smorto.

Il fucile era un Grand Alaskan, prodotto in America dalla Arnold Arms Company. Progettato per incamerare proiettili .338 Magnum e dotato di una canna da sessantasei centimetri, aveva un calcio intagliato all’inglese in radica di noce. Era un’arma da settemila dollari, efficace contro gran parte dei quadrupedi, più che efficace contro i bipedi. Il cannocchiale era un Leica, un Ultravid da novecento dollari con un reticolo standard inciso. Tyler aveva ingrandito il bersaglio di circa due terzi in modo da vedere, a centoventi metri di distanza, una sezione circolare alta approssimativamente tre metri e larga altrettanto. Il pallido sole del mattino era basso a est e la sua luce tenue, grigia, arrivava quasi orizzontale sulla terra addormentata. In seguito si sarebbe alzato un po’ e spostato a sud, per poi allontanarsi a ovest, il che era un bene perché significava che un bersaglio con un giaccone marrone sarebbe risaltato con chiarezza contro il legno sbiadito delle assi per l’intera durata del giorno.

Tyler partì dal presupposto che la maggior parte delle persone fosse destrimana e che pertanto il bersaglio sarebbe rimasto un po’ a sinistra rispetto al centro, in modo da afferrare con la destra la maniglia nel centro della porticina. Suppose inoltre che un uomo indolenzito e sofferente si sarebbe avvicinato il più possibile, per limitare i movimenti. La porta non arrivava al metro e ottanta, ma visto che era inserita nel portone scorrevole il bordo inferiore si trovava a venti centimetri dal terreno. Il centro del cranio di un uomo di un metro e novantacinque sarebbe stato a circa un metro e ottantacinque dal suolo, il che in termini di asse verticale collocava il punto di mira ottimale circa quindici centimetri al di sotto del bordo superiore della porta. Un uomo di più di centodieci chili sarebbe stato largo di spalle. Ciò significava che quando avesse cercato di aprire la porta, il centro del cranio si sarebbe trovato circa quarantacinque centimetri a sinistra rispetto alla mano destra, e in termini di asse orizzontale questo collocava il punto di mira approssimativamente quindici centimetri oltre il bordo sinistro della porta.

Quindici centimetri in basso, quindici a sinistra. Tyler si allungò all’indietro ed estrasse due confezioni di plastica di riso dal borsone. Le aveva appena comperate nel negozio di alimentari, due chili e mezzo ciascuna. Le impilò sotto la parte anteriore del calcio e ve lo adagiò sopra. Si rannicchiò, riavvicinò l’occhio al cannocchiale e posizionò il reticolo nell’angolo in alto a sinistra della porta. Poi lo spostò lentamente verso il basso, ancora a sinistra. Posò con delicatezza il dito sul grilletto. Inspirò ed espirò. Sotto di lui il furgone ticchettava e si raffreddava; gli odori vivi della benzina e dei fumi di scarico freddi salivano e si mescolavano con quelli morti della polvere e del legno vecchio. A poco a poco la luce si fece più intensa. L’aria era greve e umida, fredda e densa. Proprio il tipo d’aria che mantiene la palla da baseball all’interno del campo, che avvolge un proiettile e lo fa arrivare dritto e preciso al bersaglio.

Tyler aspettò. Sapeva che forse avrebbe dovuto aspettare per tutto il giorno, ed era preparato. Era un uomo paziente. Sfruttò il tempo morto visualizzando la sequenza di possibili eventi. Immaginò l’uomo grande e grosso con il parka marrone entrare nel campo visivo del cannocchiale, fermarsi, restare immobile, dargli le spalle e posare la mano sulla maniglia.

Centoventi metri.

Un solo proiettile ad alta velocità.

Fine della strada.

Child Lee - 2013 - Una ragione per morire: Un'avventura di Jack Reacher
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