40

Era Dorothy Coe che arrivava da est con il suo vecchio e scassato pick-up. Reacher lo capì un secondo dopo aver visto i fari. Sentiva la marmitta bucata scoppiettare come quella di una moto. Come una Harley Davidson che partisse a un semaforo. Arrivò veloce, inchiodò, si fermò e restò a pochi metri dalla casa. Aveva visto lo Yukon dorato sul vialetto. Presumibilmente lo aveva riconosciuto. Un’auto dei Cornhuskers. Probabilmente la conosceva bene. La moglie del dottore andò nell’atrio, aprì la porta e gesticolò per chiamarla. Dorothy Coe non si mosse di un centimetro. Venticinque anni di abitudine alla cautela. Pensò che potesse essere un trucco o un’esca. Reacher raggiunse la moglie del dottore sul gradino. Indicò lo Yukon e poi se stesso con ampi gesti, come un segnalatore. È il mio furgone. Dorothy Coe allora si mosse e si avvicinò. Spense il pick-up, scese e s’incamminò verso la porta. Aveva un berretto di lana calato sulle orecchie e indossava un giaccone imbottito su un abito grigio. «I Cornhuskers sono venuti qui?» chiese.

«Non ancora», rispose la moglie del dottore.

«Ma cosa vorranno?»

«Non ne ho idea.»

Entrarono tutti e il medico sprangò la porta, poi tornarono in sala da pranzo. Ora erano in quattro. Dorothy Coe si tolse il giaccone per il caldo. Si sedettero in fila a guardare la finestra, quasi fosse lo schermo di un cinema. Dorothy Coe era accanto a Reacher. «Non sono venuti da lei?» le chiese lui.

«No. Ma il signor Vincent ne ha visto uno passare davanti al motel. Una ventina di minuti fa. Stava guardando dalla finestra», rispose.

«Ero io. Sono passato là davanti alla guida di quel furgone. L’avevo appena preso. Adesso ne restano solo cinque», spiegò Reacher.

«Ah, capisco. Ma questo mi preoccupa un po’.»

«Perché?»

«Mi sarei aspettata che almeno uno di noi ne avvistasse qualcuno in giro. Ma non è andata così. Il che significa che non procedono in ordine sparso, ma tutti insieme. Cacciano in branco.»

«Me?»

«Forse.»

«Allora non voglio condurli qui. Volete che me ne vada?»

«Forse», rispose Dorothy.

«Sì», rispose il dottore.

«No», rispose la moglie.

Erano in stallo. Decisioni, zero. Si girarono tutti verso la finestra a guardare la strada. Rimase buia. Le nubi si stavano diradando un po’. Filtrava solo la debole luce della luna in cielo. Era quasi l’una di notte.

Il motel era chiuso per la notte ma Vincent si trovava ancora nel bar. Sempre a guardare dalla finestra. Aveva visto passare lo Yukon dorato. Lo aveva riconosciuto. Lo aveva visto prima, molte volte. Apparteneva a un giovane chiamato John. Una brutta persona. Un bullo, persino per gli standard dei Duncan. Una volta aveva costretto Vincent a mettersi in ginocchio e a supplicare di non essere picchiato. A supplicare come un cane, con le mani alzate, a gemere e implorare per buoni cinque minuti.

Vincent aveva riferito tramite la catena telefonica di aver avvistato lo Yukon, poi era tornato di vedetta alla finestra. Erano passati venti minuti senza che accadesse niente. Fu a quel punto che vide i cinque uomini di cui tutti parlavano. Il piccolo e strano convoglio entrò nel parcheggio. La Chevrolet blu, la Ford rossa, la Cadillac nera di Seth Duncan. Sapeva dalla catena telefonica che qualcuno stava usando l’auto di Seth. Nessuno conosceva il motivo. Dal posto di guida sgattaiolò fuori un omino non rasato e in disordine, tipo i mediorientali che si vedevano al telegiornale. Poi dalla Chevrolet uscirono i due che lo avevano malmenato. Infine dalla Ford scesero altri due, alti, massicci, con la pelle scura. Anche loro di origine straniera. Rimasero tutti in piedi al buio.

Vincent pensò automaticamente che non fossero là per lui. Potevano esserci altre ragioni. Il suo parcheggio era l’unica area di sosta per chilometri. Numerosi guidatori lo utilizzavano per ogni sorta di motivo, gente di passaggio che si fermava a controllare la cartina, a togliersi la giacca, a prendere qualcosa dal baule, talvolta solo a stirarsi le gambe. Era una proprietà privata, certo, sotto il profilo legale, ma veniva usata quasi come un’area pubblica, come una normale piazzola a bordo strada.

Guardò. I cinque stavano parlando. Le finestre del motel erano un modello standard, scelto dai suoi genitori nel 1969. Avevano la zanzariera all’interno e si aprivano verso l’esterno con piccole maniglie girevoli. Vincent pensò di aprire quella che aveva di fronte. Solo di un soffio. Si sentiva quasi in dovere di farlo. Avrebbe potuto ascoltare ciò che si dicevano i cinque uomini. Ottenere informazioni preziose per la catena telefonica. Si presumeva che tutti dessero un contributo: così funzionava il sistema. Pertanto prese a girare lentamente la maniglia, spostandola un po’ alla volta. All’inizio ruotò senza problemi, poi divenne più dura. Il telaio era bloccato contro il materiale isolante. Vernice, sporcizia, il fatto che non venisse aperta quasi mai. Vincent cercò di far pressione con pollice e indice. Voleva sbloccarla con delicatezza. Senza far rumore. I cinque stavano ancora parlando. O meglio, l’uomo della Cadillac stava parlando, gli altri quattro ascoltavano.

«Ho mandato il mio socio in avanscoperta stanotte. Lavorerà dietro le linee. In questo modo mi sarà più utile. I movimenti a tenaglia sono sempre la cosa migliore», stava dicendo l’uomo di Mahmeini.

«Si coordinerà con noi?» chiese Roberto Cassano.

«Certo. Cos’altro dovrebbe fare? Siamo una squadra, no?»

«Avresti dovuto tenerlo con te. Prima di tutto dobbiamo studiare un piano.»

«Per questa faccenda? Non abbiamo bisogno di studiare un piano. Si tratta solo di stanare un tizio. Niente di complicato. Lo avete detto voi, i locali ci daranno una mano.»

«Dormono tutti.»

«Li sveglieremo. Con un po’ di fortuna prima di domani mattina sarà tutto finito.»

«E poi?»

«Poi faremo pressione sui Duncan. Abbiamo tutti bisogno di quella consegna e, dato che siamo stati costretti a venire quassù, possiamo anche dedicare il nostro tempo alle cose davvero importanti.»

«Allora da dove cominciamo?»

«Ditemelo voi. Avete passato un po’ di tempo qui.»

«Dal dottore», rispose Cassano. «È l’anello più debole.»

«Dove abita?» chiese l’uomo di Mahmeini.

«A sud-ovest di qui.»

«Ok, andate a parlargli. Io invece me ne andrò da un’altra parte.»

«Perché?»

«Perché se voi sapete che è l’anello più debole, lo sa anche Reacher. Scommetto quello che volete che non lo troverete. Perderete solo tempo, mentre io voglio andare avanti col lavoro.»

Vincent rinunciò a socchiudere la finestra. Sapeva che non c’era modo di aprirla senza fare rumore, e attirare l’attenzione in quel momento non sarebbe stata una buona idea. Inoltre la conferenza improvvisata nel suo parcheggio stava terminando. L’omino in disordine s’infilò nella Cadillac di Seth Duncan e la grossa auto nera tracciò scricchiolando un’ampia curva sulla ghiaia. I fasci delle luci investirono la finestra. Vincent si abbassò appena in tempo. Poi l’auto svoltò a sinistra sulla strada principale in direzione sud. Gli altri quattro rimasero dov’erano. Osservarono la Cadillac finché i fanali scomparvero, si voltarono e ripresero a parlare a due a due, per qualche strano motivo con la mano destra nella tasca destra della giacca, simmetrici, come in un quadro vivente.

Roberto Cassano osservò la Cadillac allontanarsi. «Non ha un socio. Non c’è nessuno che lavora in avanscoperta. Tutte stronzate», esclamò.

«Ovviamente ha un socio. Lo abbiamo visto tutti, proprio nella vostra stanza», ribatté uno degli uomini di Safir.

«Se n’è andato. È scappato. Ha preso l’auto che avevano noleggiato. Adesso quel tizio è solo. Ha rubato la Cadillac dal parcheggio. L’abbiamo vista lì prima che quei due arrivassero.»

Non ebbe risposta.

«A meno che non ci sia la mano di uno di voi. O di entrambi», proseguì Cassano.

«Che intendi?»

«Siamo tutti adulti», affermò Cassano. «Sappiamo benissimo come gira il mondo. Perciò, adesso mettiamo le carte in tavola. Mahmeini ha detto ai suoi di eliminarci tutti, Safir ha detto a voi la stessa cosa, così come Rossi ha fatto con noi. Non giriamoci attorno. Mahmeini, Safir e Rossi sono uguali. Non vogliono dividere la torta con nessuno. Lo sappiamo tutti.»

«Noi non abbiamo fatto niente. Pensavamo foste stati voi. Ne abbiamo parlato per tutto il viaggio. La Cadillac non è un’auto a noleggio», rispose l’uomo di Safir.

«Noi non abbiamo fatto niente a quel tizio. Pensavamo di agire dopo.»

«Anche noi.»

«Ne siete sicuri?»

«Sì.»

«Lo giurate?»

«Giurate voi per primi.»

«Sulla tomba di mia madre», disse Cassano.

«Sulla tomba della mia. Allora cos’è successo?» chiese l’uomo di Safir.

«È scappato. Dev’essere andata così. Forse è un coniglio. O è poco disciplinato. Forse Mahmeini non è quello che pensiamo. Il che solleva alcune possibilità.»

Nessuno parlò.

«Possiamo accordarci, no? Noi quattro. Far fuori l’altro uomo di Mahmeini e lasciarci in pace a vicenda. In questo modo Rossi e Safir otterranno ciascuno il cinquanta per cento della torta. Se lo faranno bastare. E sicuramente ce lo faremo bastare anche noi.»

«Proponi una tregua?»

«Le tregue sono temporanee. Diciamo un’alleanza. Così è permanente.»

Nessuno parlò. Gli uomini di Safir si scambiarono un’occhiata. Non fu una decisione difficile. Una guerra su due fronti o una guerra su un fronte solo? La storia era disseminata di esempi di persone intelligenti che avevano scelto la seconda opzione.

Vincent stava ancora guardando dalla finestra. Vide una conversazione pacata, toni bassi, una forte tensione, poi un certo rilassamento, un linguaggio corporeo più disteso, occhiate riflessive, sorrisi esitanti. I quattro estrassero le mani dalle tasche e se le strinsero. Quattro gesti, incroci di polsi, colpetti sulla schiena, pacche sulle spalle. Quattro nuovi amici che all’improvviso andavano d’amore e d’accordo.

Parlarono ancora un po’ concitati e disinvolti, come per pianificare e confermare alcune semplici mosse. Seguirono altri colpetti sulla schiena e altre pacche sulle spalle, quel genere di gesti che s’accompagna a un ci vediamo dopo, dopodiché i due uomini grossi dalla pelle scura risalirono nella Ford rossa. Chiusero le portiere e fecero per partire, ma evidentemente l’italiano che aveva parlato si ricordò d’un tratto qualcosa, dato che si girò e batté sul vetro del guidatore.

Il finestrino si abbassò.

L’italiano aveva una pistola in mano.

Si chinò e ci furono due lampi intensi, uno dopo l’altro, come i flash di una macchina fotografica, proprio là, all’interno dell’auto, dietro il vetro. Tutti i sei finestrini s’illuminarono, ci furono due forti esplosioni e una pausa. Poi altre due: due lampi intensi e due forti esplosioni ben distanziate.

L’italiano a quel punto si allontanò e Vincent vide i due uomini dalla pelle scura accasciati sui sedili, all’improvviso molto più piccoli, striminziti, sporchi di una sostanza nera, la testa ciondolante sul petto, devastata e deforme, con alcune parti mancanti.

Vincent cadde a terra sotto il davanzale, il vomito che gli saliva in gola. Poi si precipitò verso il telefono.

Angelo Mancini aprì il bagagliaio della Ford rossa e trovò due trolley di nylon, il che più o meno confermò una sua personale teoria. I veri uomini giravano con il borsone. Non si tiravano dietro un trolley come le donne. Ne aprì uno, vi frugò dentro e tirò fuori una serie di camicie su appendiabiti di ferro, tutte piegate, a fisarmonica. Ne prese una e la strappò dall’appendiabiti, che poi appiattì. Aprì il tappo della benzina della Ford e usò l’appendiabiti per infilare una manica nel tubo; appallottolò il resto e lasciò l’altra manica penzoloni. Diede fuoco alla stoffa con un fiammifero di una scatola del ristorante economico vicino al Marriott, si allontanò, salì sul sedile del passeggero della Chevrolet e Roberto Cassano partì.

La strada oltre il recinto di pali davanti alla finestra rimase buia. Il dottore si alzò, uscì dalla stanza e tornò con quattro tazze di caffè appena fatto su un vassoio di plastica. La moglie rimase seduta in silenzio. Accanto a lei Dorothy Coe fece lo stesso. La sorellanza teneva duro, aspettava che tutto finisse. Era solo l’ennesima lunga notte nell’ambito di più di novemila trascorse in quegli ultimi venticinque anni, la maggior parte passate tranquille, si presumeva, ma alcune no. Novemila tramonti, ciascuno dei quali foriero di nuovi, imponderabili sviluppi.

Anche Reacher aspettava che tutto finisse. Sapeva che Dorothy voleva chiedergli che cosa avesse scoperto nell’archivio della contea, ma le serviva tempo per arrivarci e a lui andava bene così. Non avrebbe sollevato l’argomento a sproposito. Aveva avuto a che fare con molte tragedie altrui, tutte impressionanti, nessuna facile da digerire, ma riteneva non ci fosse niente di peggio della storia della famiglia Coe. Proprio niente. Perciò attese in silenzio per dieci minuti, forse quindici. «Hanno ancora i dossier?» chiese lei infine.

«Sì», rispose.

«Li ha visti?»

«Sì.»

«Ha visto la sua fotografia?

«Era molto bella.»

«Vero?» esclamò Dorothy sorridendo, non per orgoglio, visto che la bellezza della bambina non era merito suo, ma con semplice meraviglia. «Mi manca ancora adesso. Il che penso sia strano, a dire il vero, perché le cose che mi mancano sono quelle che ho avuto, e ora non ci sarebbero più comunque. Le cose che non sono riuscita a vedere sarebbero venute dopo. Ora avrebbe trentatré anni. Sarebbe una donna adulta. Non mi mancano queste cose, perché non ho un’idea chiara di come sarebbero potute essere. Non so che cosa sarebbe diventata. Non so se sarebbe diventata lei stessa madre o una donna in carriera, forse un avvocato o uno scienziato, lontano, in una grande città.»

«Andava bene a scuola?»

«Molto.»

«Aveva qualche materia preferita?»

«Tutte.»

«Quel giorno dove stava andando?»

«Amava i fiori. Mi piace pensare che stesse andando in cerca di qualche fiore particolare.»

«Andava spesso in giro?»

«Quasi tutti i giorni, quando non era a scuola. Le domeniche soprattutto. Amava la bici. Andava sempre da qualche parte. Quelli erano tempi innocenti. Faceva le stesse cose che facevo io a otto anni.»

Reacher tacque per un istante. «Sono stato una specie di poliziotto per molto tempo. Posso farle una domanda seria?» chiese.

«Sì», rispose.

«Vuole davvero sapere che cosa le è successo?»

«Non può essere peggio di quello che immagino.»

«Purtroppo temo sia possibile. Talvolta lo è. Per questo gliel’ho chiesto. Talvolta è meglio non sapere.»

Lei tacque a lungo.

«Il figlio della mia vicina sente urlare il suo fantasma», affermò.

«L’ho conosciuto», disse Reacher. «Fuma parecchia erba.»

«A volte lo sento anch’io, il fantasma. O credo di sentirlo. Non so bene.»

«Io non credo ai fantasmi.»

«Neanch’io, in verità. Voglio dire, mi guardi.»

Reacher lo fece. Una donna forte e capace sulla sessantina, grossa e squadrata, sfinita dal lavoro e dagli stenti, che stava via via ingrigendo.

«Sì, voglio davvero sapere che cosa le è successo.»

«Va bene», disse Reacher.

Due minuti dopo squillò il telefono. Si udì il lento trillo di un campanello meccanico, un suono basso e sonoro, triste e nient’affatto impellente. La moglie del dottore saltò su e si precipitò nell’atrio a rispondere. Disse: «Pronto» e poi rimase in silenzio. Si limitò ad ascoltare. Di nuovo la catena telefonica. Gli altri sentirono il crepitio deformato di una voce concitata, impaurita, e percepirono uno scalpiccio agitato di piedi nell’atrio. Una notizia sorprendente di qualche tipo. Dorothy Coe si dimenò sulla sedia. Il dottore si alzò. Reacher guardò la finestra. La strada restò buia.

La moglie del dottore tornò più sconcertata che preoccupata, più stupita che spaventata. «Il signor Vincent ha appena visto gli italiani sparare agli uomini dell’auto rossa. Con una pistola. Li hanno ammazzati. Poi hanno dato fuoco all’auto. Proprio davanti alla sua finestra. Nel parcheggio del motel», annunciò.

Nessuno parlò finché Reacher osservò: «Bene, questo cambia un po’ le cose».

«Come?»

«Pensavo ci fossero sei uomini assoldati dalla stessa organizzazione, in qualche modo tutti facenti capo ai Duncan. Invece non è così. Sono tre coppie. Tre organizzazioni distinte, che più i Duncan fanno quattro. Il che li trasforma in una catena alimentare. I Duncan devono qualcosa a qualcuno e quel qualcuno deve qualcosa a qualcun altro e così via, fino in cima. Hanno tutti un interesse particolare e sono qui per tutelare i propri investimenti. E fintantoché saranno qui, cercheranno di farsi fuori a vicenda. Di accorciare la catena.»

«Quindi ci troviamo in mezzo a una guerra tra bande?»

«Guardi il lato positivo. Questo pomeriggio sono arrivati sei uomini e adesso ne restano solo tre. Una riduzione del cinquanta per cento. A me sta bene.»

«Dovremmo chiamare la polizia», fece il dottore.

«No, la polizia è a cento chilometri. E i Cornhuskers sono qui, in questo momento. È tutto quello di cui ci dobbiamo preoccupare stanotte. Dobbiamo sapere che cosa stanno combinando», replicò la moglie.

«Come comunicano di solito?» chiese Reacher.

«Con i cellulari.»

«Ne ho uno», disse. «Nel furgone che ho preso in prestito. Forse potremmo ascoltare le conversazioni. A quel punto sapremmo con certezza che cosa stanno facendo.»

Il dottore fece scattare le serrature e tolse il catenaccio. Uscirono tutti sul vialetto. Reacher aprì la portiera del passeggero dello Yukon, frugò nel vano dei piedi ed estrasse il cellulare, nero e sottile come una barretta. Rimase dietro la portiera e lo aprì. «Parlano in conference call, giusto? Questo aggeggio suona e tutti e cinque sono in linea?»

«Più probabilmente vibra, non suona», osservò il medico. «Controlli le impostazioni, l’elenco chiamate e quello dei numeri. Dovrebbe trovare un numero di accesso.»

«Controlli lei», replicò Reacher. «Non ho familiarità con i cellulari.» Girò dietro il furgone e gli porse il telefono. Poi guardò a sinistra e vide una luce nella foschia a est. Un bagliore in alto che tremolava, sobbalzava, si indeboliva, si intensificava e si indeboliva di nuovo. Molto bianco, quasi azzurro.

Un’auto diretta a ovest verso di loro, piuttosto veloce.

Era quasi a un chilometro di distanza. Come prima si trasformò in una fonte intensa e bassa di luce sulla superficie stradale, poi in due fonti identiche a breve distanza, ovali, bianco-azzurre, forti. E come prima gli ovali continuarono ad avanzare, a farsi più vicini tremolando e ondeggiando a causa delle sospensioni robuste e dell’agilità dello sterzo. All’inizio sembrarono piccoli per la distanza, poi perché lo erano davvero, visto che l’auto era una Mazda Miata bassa, minuscola e rossa. Reacher la riconobbe a circa sessanta metri.

Eleanor Duncan.

La sorellanza che si radunava.

A trenta metri la Mazda rallentò un po’. Stavolta la capotta era chiusa, sembrava un cappellino aderente. Faceva freddo e non c’era bisogno d’essere riconosciuta all’istante. Non c’erano altre sentinelle da distrarre.

A quindici metri frenò brusca, pronta a compiere la svolta e una luce rossa incendiò la foschia dietro al veicolo.

A circa sei metri fece un’ampia curva e iniziò a girare.

A tre Reacher ricordò tre cose.

Primo, Eleanor Duncan non faceva parte della catena telefonica.

Secondo, la pistola era nella sua giacca.

Terzo, la sua giacca era in cucina.

La Mazda fece rapida la curva, arrivò scricchiolando sulla ghiaia e inchiodò proprio dietro il pick-up di Dorothy Coe. La portiera si spalancò. Seth Duncan allungò le sue membra dinoccolate e uscì.

Impugnava un fucile da caccia.

Child Lee - 2013 - Una ragione per morire: Un'avventura di Jack Reacher
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