5
Una steakhouse, concluse Reacher. Una zona rurale, un paese agricolo, un gruppo di uomini benestanti che fanno gli amiconi, si arrotolano le maniche, allentano le cravatte, ordinano una caraffa di birra locale e danno l’assalto a una lombata di manzo al sangue sfottendo compiaciuti le femminucce della costa preoccupate del colesterolo. Il Nebraska è fatto di spazi immensi e poco popolati, il che significava cinquanta chilometri o più tra un ristorante e l’altro. Ma la notte era scura e le steakhouse avevano sempre insegne luminose. Faceva parte della cultura. Ostentavano la scritta STEAKHOUSE in caratteri vecchio stile fatti di tubi al neon in cima al tetto, oppure una grande insegna illuminata da riflettori.
Reacher spense i fari, scese dalla Subaru, si aggrappò a una barra del tetto, montò sul cofano, si accovacciò e salì sul tetto. Si alzò in piedi ed ebbe una traiettoria visiva a tre metri e trenta dal suolo in una delle tante regioni piatte del mondo. Ruotò di trecentosessanta gradi e scrutò nel buio. Vide il bagliore azzurro spettrale del motel in lontananza a nord e un alone rosa ancora più distante, forse una quindicina di chilometri a sud-ovest. Probabilmente si trattava solo di una stazione di servizio, ma era l’unica altra luce in vista. Reacher andò in quella direzione. Si fermò altre due volte per orientarsi. La luce nell’aria si fece più intensa a mano a mano che si avvicinava. Neon rosso, reso leggermente rosato dalla nebbiolina serale. Poteva essere tutto. Un negozio di liquori, un altro motel, una stazione della Exxon.
Ma era una steakhouse. A un certo punto Reacher se la trovò davanti. Era un edificio lungo e basso con candele alle finestre, un rivestimento che ricordava quelli dei granai e il tetto incurvato come il dorso di una vecchia cavalla in un campo. Aveva un’insegna luminosa sul tetto, un intrico di tubi al neon rossi e di sostegni metallici che formavano la parola STEAKHOUSE. Era circondata da auto parcheggiate di muso, come maialini poppanti o jet a un terminal. C’erano berline, pick-up e SUV, alcuni nuovi, altri vecchi, perlopiù di fabbricazione nazionale.
Reacher parcheggiò la Subaru del medico a distanza, sul ciglio della strada. Scese e rimase per un attimo nel freddo a ruotare le spalle per sciogliere il busto. Non aveva mai fatto ricorso all’aspirina e non avrebbe cominciato a farlo. Per due volte era finito malridotto in ospedale, con un’infusione di morfina nel braccio, e aveva un ricordo piuttosto piacevole dell’esperienza. Ma al di fuori dell’unità di terapia intensiva si sarebbe affidato solo al tempo e alla forza di volontà. Non c’erano altre opzioni.
Si avvicinò alla porta della steakhouse. Al di là c’era un piccolo atrio quadrato con un’altra porta, oltre la quale campeggiava un leggio con una luce e il registro delle prenotazioni, ma senza menu. A destra si trovava una saletta con due coppie che stavano terminando di mangiare. A sinistra idem. Di fronte si apriva un breve corridoio con una sala più grande in fondo. Soffitti bassi, legno grezzo alle pareti, finiture di ottone. Un posto caldo, intimo.
Reacher superò il leggio e diede un’occhiata nella sala più grande. Oltre l’arco c’era un tavolo per due. Vi era seduto un uomo: era intento a mangiare e indossava il giubbotto rosso della squadra di football dei Cornhuskers. Dell’università del Nebraska. Nel centro della stanza c’era un tavolo per otto. Era occupato da sette uomini in giacca e cravatta, seduti tre da un lato e tre dall’altro con a capo tavola quello della fotografia di nozze. Era un po’ più invecchiato rispetto alla foto, un po’ più scheletrico e persino più compiaciuto, ma si trattava dello stesso uomo. Non c’erano dubbi. Aveva un che di inconfondibile. Sul tavolo c’erano i resti di un lauto pasto. Piatti, bicchieri, coltelli seghettati con i manici di legno logoro.
Reacher entrò nella sala. Mentre avanzava, l’uomo seduto da solo al tavolo per due si alzò con agilità e, spostandosi di lato, gli sbarrò il cammino. Alzò la mano come un agente del traffico. Poi la posò sul petto di Reacher. Era grosso. Alto quasi quanto Reacher, molto più giovane, forse un po’ più pesante, in forma, con uno sguardo intelligente. Forza e cervello. Una combinazione pericolosa. Reacher preferiva i vecchi tempi, quando i muscoli si associavano all’ottusità. Biasimava l’istruzione. Il fine dell’avanzamento sociale. Pagavi un prezzo genetico quando obbligavi gli atleti a frequentare corsi universitari.
Al tavolo grande nessuno alzò lo sguardo.
«Come ti chiami, ciccione?» domandò Reacher.
«Come mi chiamo?» ribatté l’uomo.
«Non è una domanda difficile.»
«Brett.»
«Allora ecco come funziona, Brett. O togli la mano dal mio petto o te la tolgo dal polso», disse Reacher.
L’uomo abbassò la mano ma non si scostò.
«Cosa c’è che non va?» chiese Reacher.
«È qui per vedere il signor Duncan?»
«E perché ti interessa?»
«Lavoro per il signor Duncan.»
«Davvero?» osservò Reacher. «Che fai per lui?»
«Prendo gli appuntamenti.»
«E?»
«Lei non ne ha uno.»
«Quando posso averlo?»
«Se fosse mai?»
«Non la prenderei molto bene, Brett.»
«Signore, se ne deve andare.»
«Cosa sei, un addetto alla sicurezza? Una guardia del corpo? Chi diavolo è Duncan?»
«Un privato cittadino. Io sono uno dei suoi assistenti, tutto qui. E ora dobbiamo andare alla sua macchina.»
«Mi vuoi accompagnare fuori nel parcheggio?»
«Signore, faccio solo il mio lavoro.»
I sette uomini al tavolo grande erano tutti chini, appoggiati sui gomiti, con un atteggiamento da cospiratori. Sei ascoltavano la storia che Duncan stava raccontando, ridevano a comando, si divertivano come matti. Da altre parti provenivano i rumori della cucina, il tintinnio delle posate sui piatti, il tonfo dei bicchieri posati sui ripiani di legno dei tavoli.
«Ne sei sicuro?» insistette Reacher.
«Gliene sarei grato», disse il giovane.
Reacher alzò le spalle.
«D’accordo», rispose. «Andiamo.» Si girò e ripercorse i suoi passi superando il leggio, la prima porta e la seconda fino a uscire nell’aria fredda della sera. Il giovane grande e grosso lo seguì per tutto il tragitto. Reacher s’infilò tra due furgoni e si avviò nello spiazzo aperto verso la Subaru. Il giovane grande e grosso continuò a seguirlo. Reacher si fermò a tre metri dalla macchina e si voltò. Anche il giovane grande e grosso si fermò, faccia a faccia. Attese in posizione di riposo, rilassato, paziente, competente.
«Posso darti un consiglio?» fece Reacher.
«A che proposito?»
«Sei sveglio, ma non un genio. Hai appena scambiato una buona situazione tattica con una molto peggiore. Dentro, c’erano un locale affollato, testimoni, telefoni, possibilità di intervento, qui fuori invece non c’è niente di niente. Hai appena sprecato un bel vantaggio. Qui fuori avrei tutto il tempo per prenderti a calci in culo e nessuno ti aiuterebbe.»
«Stasera nessuno dovrà essere preso a calci in culo.»
«Concordo. In ogni modo, io devo riferire un messaggio al signor Duncan.»
«Quale messaggio?»
«Picchia sua moglie. Gli devo spiegare perché è una cattiva idea.»
«Sono sicuro che lei si sbaglia.»
«Ho le prove. Adesso devo vedere Duncan.»
«Signore, accetti la realtà. Non vedrà un bel niente. Stasera solo uno di noi tornerà là dentro e non sarà lei.»
«Ti piace lavorare per un uomo del genere?»
«Non mi lamento.»
«Potresti, tra un po’. Qualcuno mi ha detto che l’ambulanza più vicina è a cento chilometri. Potresti restare steso qui per un’ora.»
«Signore, deve salire in macchina e andarsene.»
Reacher infilò le mani nella tasca del giaccone per evitare ulteriori danni. «È l’ultima possibilità, Brett. Puoi sempre andartene. Non devi farti male per un bastardo del genere.»
«Ho un lavoro da svolgere.»
Reacher annuì. «Ascolta ragazzo», soggiunse a voce molto bassa. Il giovane grande e grosso si protese in modo quasi impercettibile per ascoltare il resto della frase. In quell’istante Reacher gli sferrò un forte calcio all’inguine con il piede destro: uno scarpone dalla suola scolpita scagliato dall’estremità della gamba portante. Reacher indietreggiò mentre il giovane si piegava a novanta gradi in preda ai conati, vomitava, ansimava e farfugliava qualcosa. Poi gli sferrò un altro calcio, un colpo poderoso sul lato della testa, come un calciatore che ruotasse su se stesso per segnare un goal. Il giovane girò sui talloni e piombò a terra come se intendesse conficcarsi nel terreno.
Reacher tenne le mani in tasca e si avviò di nuovo verso la porta della steakhouse.