18
Reacher rimase immobile e guardò dalla fessura. Ci fu un lungo istante di pausa. Poi l’uomo che stava contando abbassò la mano e rimise la pistola nel cappotto. Lasciò andare il braccio della donna che si scostò barcollando di un passo. I due guardarono a destra e a sinistra, quindi si scambiarono un’occhiata. Scrollarono le spalle. Test superato. Una precauzione opportuna. Si voltarono, girarono attorno alla casa e scomparvero. Un attimo dopo Reacher udì le portiere sbattere, un motore avviarsi, lo scricchiolio e il gemito di un’auto che percorreva la strada sterrata. La udì raggiungere l’asfalto, cambiare marcia e allontanarsi.
Il mondo tornò silenzioso.
Reacher rimase dov’era, nel buio. Non era un idiota. Niente di più facile che uno di quegli uomini si fosse nascosto dietro l’angolo mentre l’amico si allontanava con gran clamore per trarlo in inganno. Reacher conosceva tutti i trucchi. Li aveva usati. Ne aveva persino inventati alcuni.
Dorothy restò in cortile con una mano appoggiata al furgone per tenersi in equilibrio. Reacher la guardò. Suppose che nel giro di trenta secondi si sarebbe ripresa, avrebbe fatto un respiro, gridato che se n’erano andati e che poteva uscire. Poi vide venticinque anni di abitudine alla cautela prendere il sopravvento. Si allontanò dal furgone e seguì la stessa strada percorsa dai due. Restò via per un lungo minuto. Poi tornò dall’altra parte della casa. Un giro completo. Tutt’intorno c’era terra piatta. Era inverno. Non c’erano posti dove nascondersi.
«Se ne sono andati», gridò.
Reacher raccolse la pila di piatti e con una spallata uscì dalla porta deformata del granaio. Batté le palpebre nella luce e tremò al freddo. Proseguì fino a raggiungerla accanto al pick-up. Dorothy prese i piatti. «Sta bene?» le chiese.
«Per un attimo mi sono preoccupata un po’», rispose.
«C’era la sicura. Quell’uomo non ha mai spostato il pollice. Ho guardato. Era un bluff.»
«E se non lo fosse stato? Sarebbe uscito?»
«Probabilmente», disse Reacher.
«È stato bravo con quei piatti. Me ne sono ricordata all’improvviso e ho creduto d’essere spacciata. Quei due non sembrano tipi a cui sfuggono molte cose.»
«Che cos’altro sembrano?»
«Duri», rispose. «Minacciosi. Hanno detto di rappresentare i Duncan. Di rappresentarli, non di lavorare per loro. È una novità. Prima i Duncan non si erano mai avvalsi di esterni.»
«Dove andranno ora?»
«Non lo so. Secondo me non lo sanno neanche loro. Dove non ci sono posti in cui nascondersi non ci sono nemmeno posti dove cercare, non pensa?»
«Forse dal dottore?»
«Forse. I Duncan sanno che avete avuto un contatto.»
«Forse dovrei andare laggiù.»
«E io forse dovrei tornare al motel. Credo abbiano fatto del male al signor Vincent. Al telefono sembrava che non stesse molto bene.»
«A sud del motel ci sono un vecchio granaio e un vecchio capanno. Lontano dalla strada, a ovest. Sono fatti di legno. Isolati in un campo. Di chi sono?»
«Di nessuno. Erano di una delle fattorie che sono state vendute per costruire il centro mai realizzato. Cinquant’anni fa.»
«Ho un furgone laggiù. L’ho preso ai giocatori di football ieri sera. Mi dà un passaggio?»
«No», rispose. «Non passerò di nuovo davanti alla casa dei Duncan con lei.»
«Non hanno una vista a raggi X.»
«Invece sì. Hanno cento occhi.»
«Allora vuole che ci passi davanti a piedi?»
«Non è obbligato a farlo. Vada a ovest attraverso i campi finché vede il ripetitore per i cellulari. Uno dei miei vicini affitta un pezzettino di terra alla compagnia telefonica. Così si paga i costi del trasporto. Là, svolti a nord, costeggi la proprietà dei Duncan sul lato cieco e vedrà i granai.»
«Quanto distano?»
«Una mattinata di cammino.»
«Brucerò tutta la colazione.»
«A questo serve la colazione. Stia attento a svoltare a nord, ok? Se va a sud si avvicina alla casa di Seth Duncan, e non è proprio il caso. Conosce la differenza tra nord e sud?»
«Se vado a sud, mi scaldo. Se vado a nord, mi raffreddo. Dovrei essere in grado di distinguerli.»
«Parlo sul serio.»
«Come si chiamava sua figlia?»
«Margaret», rispose la donna. «Si chiamava Margaret.»
Perciò Reacher girò dietro i granai, i capanni, le stie e i porcili e si avviò spedito attraverso i campi. Il sole non era che un alone chiaro, luminescente nell’alto cielo grigio, ma bastava per orientarsi. Erano le dieci passate del mattino in Nebraska, d’inverno, e il sole era a sud-est, dietro la sua spalla sinistra. Lo tenne in quella posizione per quaranta minuti, poi vide il ripetitore per i cellulari stagliarsi indistinto nella foschia. Era alto e scheletrico, con un ricevitore a microonde simile a una grancassa e antenne per cellulari identiche a lunghe mazze da baseball. Alla base c’era un groviglio di erbacce brune morte e il tutto era circondato da un recinto di filo spinato. In lontananza, sorgeva una fattoria simile a quella di Dorothy. La fattoria del vicino, presumibilmente. Il terreno sotto i piedi era duro e accidentato, pieno di zolle grandi quanto palle da softball e di escrescenze congelate, i resti del raccolto dell’anno precedente. Si estendevano in lontananza a destra e a sinistra e si spezzavano sotto i suoi piedi mentre camminava.
Al ripetitore svoltò a nord. Il sole si era spostato. Adesso era alto e quasi alle sue spalle. Mancava un’ora alla triste versione stagionale del mezzogiorno. Non infondeva calore. Solo luce, un po’ più intensa di quella del resto del giorno. A grande distanza, a destra, vide una macchia all’orizzonte. Le tre case dei Duncan, immaginò, raggruppate in fondo al lungo vialetto comune. Non riusciva a distinguere i dettagli né qualsiasi cosa avesse grandezza umana. Il che significava che nessuno laggiù poteva fare altrettanto. Da est a ovest e da ovest a est c’erano lo stesso numero di chilometri, lo stesso cupo grigiore, la stessa foschia. Ciononostante, piegò leggermente a sinistra seguendo una curva, tenendo le distanze, con circospezione.
Dorothy la governante fece sedere il signor Vincent in una poltrona di velluto rosso e gli pulì il sangue dalla faccia. Aveva un labbro spaccato, un taglio sulla fronte e un bernoccolo grande quanto un uovo sotto l’occhio. Si era scusato per essere stato tanto lento ad avvertirla. Era svenuto, spiegò, e non appena si era ripreso si era affannato a raggiungere il telefono.
Dorothy gli disse di tacere.
Dall’altra parte della sala rotonda uno degli sgabelli era rovesciato e uno specchio dietro al bancone in frantumi. I frammenti di vetro argentato caduti tra le bottiglie sembravano pugnali. Una tazza della NASA era rotta. Il manico si era staccato di netto.
Angelo Mancini teneva il colletto della camicia del dottore appallottolato nella sinistra e la destra chiusa a pugno. La moglie del dottore era seduta sulle ginocchia di Roberto Cassano. Glielo avevano ordinato ma si era rifiutata di farlo. Di conseguenza Mancini aveva picchiato brutalmente il marito. Lei si era rifiutata lo stesso. Mancini lo aveva picchiato ancor più brutalmente. Lei allora aveva acconsentito. Cassano le teneva una mano sulla coscia con il pollice infilato per un paio di centimetri sotto l’orlo della gonna. La donna era impietrita dalla paura e tremava per la repulsione.
«Parlami, baby», le mormorò Cassano all’orecchio. «Dimmi dove hai detto a Jack Reacher di nascondersi.»
«Non gli ho detto niente.»
«Sei rimasta con lui venti minuti. Ieri sera. Ce l’ha detto quel balordo del motel.»
«Non gli ho detto niente.»
«Allora cosa hai fatto là con lui per venti minuti? Sesso?»
«No.»
«Vuoi far sesso con me?»
Lei non rispose.
«Sei timida?» domandò Cassano. «Ti vergogni? Ti hanno tagliato la lingua?»
Spostò la mano verso l’alto di un altro paio di centimetri e le leccò l’orecchio. Lei si scostò. Torse il busto e si protese allontanandosi da lui.
«Torna qui, baby», fece Cassano.
Lei non si mosse.
«Torna qui», ripeté un po’ più forte.
Lei si raddrizzò. Cassano ebbe l’impressione che stesse per vomitare. Quello non gli andava bene. Non sui vestiti buoni. Ma le leccò lo stesso l’orecchio ancora una volta, solo per mostrarle chi comandava. Mancini colpì di nuovo il dottore, per puro piacere. Erano uomini che viaggiavano, sempre in movimento, che portavano a termine il loro lavoro. Ma che in Nebraska stavano perdendo tempo, quello era certo. Nessuno sapeva un accidente di niente.
Quel posto era brullo come la superficie della luna e c’era ben poco da fare. Chi vi sarebbe rimasto? Reacher, ovviamente, doveva essersene andato da tempo. Probabilmente al sorgere del sole era già a metà strada per Omaha, alla guida del furgone rubato, sfuggito alla polizia di contea che se n’era stata tutta la notte a grattarsi il culo. Del resto, aveva forse intercettato le spedizioni dal Canada a Las Vegas? In mesi e mesi? Ci era riuscita? Almeno in un caso?
Coglioni.
Ignoranti.
Ritardati.
Tutti quanti.
Cassano balzò in piedi e si tolse di dosso la moglie del dottore, che cadde a terra. Mancini picchiò un’ultima volta il medico, poi uscirono e tornarono all’Impala parcheggiata fuori.
Reacher si tenne a debita distanza dalle tre sagome indistinte a destra e proseguì. Era abituato a camminare. Tutti i soldati lo erano. A volte non c’erano alternative a una lunga e rapida avanzata a piedi, perciò i soldati venivano addestrati allo scopo. Era così fin dai tempi dei romani, lo era ancora e lo sarebbe sempre stato. Pertanto proseguì, contento dei progressi, godendosi le piccole ricompense dell’aria fresca e degli odori della campagna.
Poi sentì un altro odore.
Davanti c’era un groviglio di cespugli bassi, simile a un bosco in miniatura. Lamponi selvatici o rose canine, forse, risparmiati dagli aratri, ora spogli e addormentati ma pur sempre fitti e irti di spine. Da essi, proprio nel centro, orizzontale e quasi invisibile nel vento, si alzava un sottile pennacchio di fumo. Aveva un odore particolare. Non era un fuoco di legna. Né una sigaretta.
Era marijuana.
Reacher conosceva bene l’odore. Tutti i poliziotti lo conoscevano, persino quelli militari. I soldati si fanno come chiunque altro quando non sono in servizio. A volte anche in servizio. Reacher pensò che quella che sentiva era un’ottima cannabis, non una porcheria importata dal Messico ma una buona qualità coltivata in casa. E perché no, in Nebraska? La terra del mais era ideale per una piccola coltivazione clandestina. Il mais era alto quanto un elefante e fitto: una radura di sei metri ricavata a un centinaio dal bordo di un campo era un orto segreto realizzabile ovunque. Inoltre era più redditizia del mais, persino con tutti i sussidi federali. E quella gente doveva pagare le tariffe di trasporto. Forse qualcuno stava saggiando l’ultimo raccolto, valutandone la qualità, stabilendo mentalmente il prezzo.
Era un giovane. Un ragazzo. Di quindici, forse sedici anni. Reacher continuò a camminare, guardò nel boschetto e lo trovò là. Era piuttosto alto e magro, con i capelli lunghi divisi a metà dalla riga, cosa che Reacher non vedeva da tempo in un giovane. Indossava pantaloni robusti e un parka dell’esercito della vecchia Germania occidentale, un capo in eccedenza. Era seduto su un sacchetto di plastica con le ginocchia al petto e la schiena appoggiata a un grosso sasso di granito che spuntava dal suolo. Era a forma di cuneo, come se fosse stato estratto da un masso più grande e spinto fin lì. Ed era la ragione per cui gli aratri avevano risparmiato il boschetto. I grossi trattori con lo sterzo poco preciso vi avevano girato al largo e la natura ne aveva approfittato. Il ragazzo ne approfittava a sua volta per nascondersi dal mondo, per passarvi la giornata. Forse dopo tutto non era un coltivatore a tempo pieno. Forse era solo un dilettante, un patito che ordinava i semi per posta a Boulder o a San Francisco.
«Ciao», disse Reacher.
«Amico...» rispose il ragazzo. Sembrava socievole. Non strafatto. Solo un po’ andato. Un utilizzatore esperto probabilmente, che sapeva quando era troppa e quando troppo poca. I suoi processi mentali erano lenti e glieli leggevi in faccia. Prima: Mi hanno beccato? Poi: Neanche per idea!
«Amico», ripeté. «Sei tu l’uomo. Quello che i Duncan stanno cercando.»
«Davvero?» fece Reacher.
Il ragazzo annuì. «Sei Jack Reacher. All’incirca un metro e novantacinque, centodieci chili, giaccone marrone. Ti vogliono, amico. Ti vogliono disperatamente.»
«Sul serio?»
«Stamattina sono venuti da noi i Cornhuskers. Dobbiamo tenere gli occhi bene aperti. Ed eccoti qui, amico. Mi hai proprio colto di sorpresa. Immagino che fossi tu ad avere gli occhi aperti, non io. Giusto?» Poi ebbe un attacco di riso irrefrenabile. Forse era un po’ più fatto di quello che pensasse Reacher.
«Hai un cellulare?» gli domandò.
«Sì, per la miseria. Manderò un messaggio ai miei amici. Gli dirò che ho visto il ricercato, proprio lui, in carne e ossa. Ehi, forse potrei farti parlare con loro. Sarebbe eccitante, no? Lo faresti? Parleresti con i miei amici? Così saprebbero che non racconto balle?»
«No», rispose Reacher.
Il ragazzo si fece subito serio. «Ehi, io sono con te, amico. Devi stare nascosto, questo lo capisco. Ma amico, non ti preoccupare. Non faremo la spia. Io e i miei amici, intendo. Siamo dalla tua parte. Dai contro ai Duncan e noi stiamo con te fino in fondo.»
Reacher non disse nulla. Il ragazzo si concentrò, sollevò il braccio oltre i rovi e gli porse lo spinello.
«Vuoi? Sarebbe eccitante. Fumare con il ricercato.»
Lo spinello era grosso e ben rollato in carta gialla. Era stato fumato fin quasi a metà.
«No grazie», disse Reacher.
«Li odiano tutti», affermò il ragazzo. «I Duncan, intendo. Tengono l’intera contea per le palle.»
«Mostrami una contea in cui qualcuno non lo faccia.»
«Ti capisco, amico. Il sistema fa schifo. Non ho da obiettare al riguardo. Ma i Duncan sono peggio del solito. Hanno ucciso una bambina. Lo sapevi? Una bambina piccola. Di otto anni. L’hanno presa, conciata per le feste e uccisa.»
«Davvero?»
«Sì, per la miseria. Davvero.»
«Ne sei sicuro?»
«Non ci sono dubbi, amico.»
«È stato venticinque anni fa. Tu ne hai quanti, quindici?»
«È successo.»
«L’FBI ha detto una cosa diversa.»
«Tu gli credi?»
«E a chi, se no? A un tossico che non era ancora nato?»
«L’FBI non sa quello che so io, amico.»
«Tu cosa sai?»
«Il suo fantasma, amico. È ancora qui dopo venticinque anni. A volte me ne sto seduto qui la sera e sento quel povero fantasma che urla. Urla, si lamenta, geme e piange proprio qui nel buio.»