53
Il SUV bianco si rivelò essere uno Chevrolet Tahoe, che allo sguardo inesperto di Reacher apparve identico allo GMC Yukon. L’abitacolo era lo stesso. I comandi gli stessi. Strumenti e indicatori pure. La sensazione che dava alla guida era pressoché uguale: un veicolo grosso e poco maneggevole. Reacher arrivò sulla strada principale, dove svoltò a destra verso a sud. C’era foschia, ma il sole era alto a est. Il giorno era nato da quasi due ore.
Reacher rallentò, continuò in folle e parcheggiò sul ciglio a duecento metri dal motel. Giungendo da nord, non vedeva granché dell’edificio principale, tranne l’insegna a forma di navicella spaziale e la grande sagoma circolare del bar. Scese e s’incamminò sull’asfalto con un’andatura lenta e tranquilla. La visuale cambiava a ogni passo. Prima vide la Ford bruciata. Era nel parcheggio principale, appoggiata sui cerchioni, nera e scheletrica, con due sagome dietro i finestrini senza vetri, entrambe carbonizzate, piccole e lisce come foche. Poi vide la Subaru del dottore davanti alla stanza sei, ammaccata e danneggiata, ma pur sempre dotata di forma rispetto alla Ford.
Poi vide la Chevrolet blu scura.
Era parcheggiata dietro la Subaru, davanti alla stanza sette o otto o a entrambe, in diagonale, al termine di quattro brevi solchi nella ghiaia. Lasciata lì da uomini frustrati, stanchi e arrabbiati che avevano inchiodato non vedendo l’ora di andare a riposare.
Reacher abbandonò la strada e si avvicinò alla porta del bar il più silenziosamente possibile sulla ghiaia. Superò la Ford. Era ancora calda. Il calore del fuoco aveva creato bizzarri ghirigori nel metallo. La porta del motel era aperta. Reacher entrò e vide Vincent al banco della reception. Stava riagganciando il telefono. L’uomo s’immobilizzò e fissò la medicazione fatta con il nastro adesivo. «Che diavolo è successo?» domandò.
«Solo un graffio», disse Reacher. «Chi era al telefono?»
«Era la chiamata del mattino. La stessa di sempre. Puntuale come un orologio.»
«La catena telefonica?» chiese Reacher.
Vincent annuì.
«E?»
«Niente da segnalare. Tre veicoli dei Cornhuskers hanno girato senza meta per tutta la notte. Adesso sono andati da qualche altra parte. I quattro Duncan sono a casa di Jacob.»
«Ha ospiti», osservò Reacher.
«Gli italiani», disse Vincent. «Li ho messi nella sette e nella otto.»
«Hanno chiesto di me?»
Vincent annuì. «Hanno chiesto se fosse qui. Se l’avessi vista. La stanno sicuramente cercando.»
«Quando sono arrivati?»
«Stamattina verso le cinque.»
Reacher annuì a sua volta. Una caccia inutile per tutta la notte, zero risultati, la stanchezza finale, il rifiuto di guidare ancora per un’ora verso sud fino al Marriott e di farsi un’altra ora per tornare, di conseguenza l’alternativa locale. Avevano probabilmente in programma di dormire un paio d’ore e di rimettersi in pista, ma non si erano svegliati come stabilito. La natura umana.
«Mi hanno svegliato», affermò Vincent. «Erano molto scontrosi. Mi sa che non verrò pagato.»
«Quale dei due ha sparato agli uomini nella Ford?»
«Non so distinguerli. Uno ha sparato, l’altro ha incendiato l’auto.»
«Lo ha visto con i suoi occhi?»
«Sì.»
«Lo direbbe in tribunale?»
«No, perché sono coinvolti i Duncan.»
«Lo farebbe se i Duncan non fossero coinvolti?»
«La mia immaginazione non arriva a tanto.»
«A me lo ha detto.»
«In segreto.»
«Me lo ripeta.»
«Uno di loro ha sparato ai due uomini e l’altro ha bruciato l’auto.»
«Ok», fece Reacher. «Può bastare.»
«Per cosa?»
«Li chiami», disse Reacher. «Tra un minuto. Nelle loro stanze. Parli sussurrando. Dica che sono nel parcheggio proprio davanti alla sua finestra e sto guardando la carcassa.»
«Non intendo farmi coinvolgere.»
«È l’ultimo giorno», affermò Reacher. «Domani sarà diverso.»
«Mi perdonerà se preferisco aspettare e vedere.»
«Domani qui ci saranno tre categorie di persone», proseguì Reacher. «I morti, gli imbarazzati e quelli con un po’ di dignità personale. Lei deve rientrare nel terzo gruppo.»
Vincent non disse nulla.
«Conosce Eleanor Duncan?» chiese Reacher.
«Lei è a posto», rispose Vincent. «Non c’entra.»
«Passerà lei al comando. Da domani si occuperà lei del trasporto delle vostre merci.»
Vincent non disse nulla.
«Chiami gli italiani tra un minuto», ripeté Reacher. Uscì di nuovo nel parcheggio, camminò sulle assi argentate, superò la stanza uno, la due, la tre, la quattro, la cinque e la sei, girò attorno alla sette e alla otto e spuntò accanto alla nove. Si mise in uno spazio stretto a forma di clessidra con la struttura circolare della stanza otto di fronte, abbastanza vicina da toccarla, la stanza sette un edificio più in là, la Chevrolet, la Subaru e la Ford bruciata in fila a scalare, da sud a nord. Estrasse la Glock dell’iraniano morto e controllò la camera.
Tutto a posto.
Attese.
Sentì squillare i telefoni nelle stanze, prima uno, poi l’altro, entrambi attutiti al di là delle pareti e delle porte chiuse. Immaginò gli uomini che si giravano a letto, faticavano a svegliarsi, si mettevano a sedere battendo le palpebre, controllavano l’ora, si guardavano attorno in quel luogo sconosciuto, trovavano il telefono sul comodino, rispondevano e ascoltavano il messaggio urgente bisbigliato da Vincent.
Attese.
Sapeva che cosa sarebbe accaduto. Chiunque avesse aperto per primo avrebbe aspettato sulla soglia con la pistola in pugno, metà dentro e metà fuori, proteso in avanti con il collo allungato, che uscisse il collega. Poi ci sarebbero stati gesti, segni e un avvicinamento congiunto, prudente.
Attese.
La stanza otto si aprì per prima. Reacher vide una mano sullo stipite, poi una pistola puntata quasi in verticale, poi ancora un avambraccio, un gomito e infine una nuca. La pistola era una Colt Double Eagle. L’avambraccio e il gomito erano coperti dalla manica di una camicia stropicciata. La testa, di capelli neri spettinati.
Reacher indietreggiò di un passo e attese. Sentì la porta della stanza sette aprirsi. Percepì più che udire un fruscio di cotone inamidato, la mimica, le dita che indicavano e toccavano i petti per assegnare i ruoli, le braccia sollevate a segnalare le direzioni, le dita allargate a comunicare la tempistica. La mossa ovvia sarebbe stata che l’uomo della otto avanzasse e si nascondesse dietro alla stanza sei, per aggirare quindi il bar sul lato cieco e raggiungere il parcheggio da nord, mentre l’uomo della sette aspettava un istante prima di avvicinarsi lento da sud. Un gioco da ragazzi.
Così fecero. Reacher sentì l’uomo più lontano uscire e aspettare, quello più vicino uscire e camminare. Otto passi, pensò Reacher, prima che il secondo superasse il primo. Contò mentalmente, al sei uscì, al sette sollevò la Glock e all’otto urlò: «Fermi! Fermi! Fermi!» Si fermarono entrambi. Si erano arresi subito, le pistole abbassate vicino alle cosce, stanchi, appena svegliati, confusi e disorientati. Reacher recitò il copione fino in fondo e urlò: «Gettate le armi! Posatele a terra!» Obbedirono all’istante. Le due pesanti pistole d’acciaio toccarono simultaneamente la ghiaia. Reacher allora urlò: «Allontanatevi!» I due si allontanarono verso il parcheggio, isolati, lontani dalle stanze e dall’auto.
Reacher inspirò e li osservò da dietro. Indossavano tutti e due pantaloni, camicia e scarpe. Niente giacca, niente cappotto. «Giratevi», disse.
Obbedirono.
«Tu», esclamò quello a sinistra.
«Alla fine ci incontriamo. Come va?» fece Reacher.
Non ebbe risposta.
«Adesso rivoltate le tasche dei pantaloni. Completamente. Estraete la fodera», disse.
Obbedirono. Quarti, monete da dieci e centesimi nuovi di zecca caddero a terra, i fazzoletti svolazzarono, i cellulari sbatterono sulla ghiaia. Seguiti dalla chiave di un’auto con un’impugnatura grossa, tondeggiante e da un portachiavi di plastica simile a un grande numero uno. «Adesso indietreggiate. Continuate finché non vi dirò di fermarvi», ordinò.
Indietreggiarono e Reacher avanzò mantenendo l’andatura, otto passi, dieci, arrivò dove si trovavano le Colt e disse: «Ok, fermatevi». Si chinò e prese una pistola. Tolse il caricatore e lo buttò a terra. Vide che era pieno. Prese l’altra pistola. Nel caricatore mancava un colpo.
«Chi c’è andato di mezzo?» domandò.
«Quell’altro», rispose l’uomo a sinistra.
«Quell’altro chi?»
«Gli iraniani. Tu ne hai tolto di mezzo uno, noi l’altro. Siamo dalla stessa parte.»
«Non credo», ribatté Reacher. Proseguì verso il mucchietto di roba caduta dalle tasche e raccolse la chiave dell’auto. Premette il pulsante inserito nell’impugnatura e sentì le portiere della Chevrolet aprirsi. «Salite sul sedile posteriore», disse.
«Sai chi siamo?» chiese l’uomo a sinistra.
«Sì», rispose Reacher, «due fessi che si sono appena fatti fregare.»
«Lavoriamo per un certo Rossi a Las Vegas. Ha molti legami. È il tipo di persona a cui è meglio non pestare i piedi.»
«Perdonatemi se non svengo all’istante dal terrore.»
«Ha anche soldi. Molti soldi. Forse potremmo inventarci qualcosa.»
«Per esempio?»
«C’è un affare in corso. Potremmo inserirti. Renderti ricco.»
«Lo sono già.»
«Non sembra. Parlo sul serio. Sono molti soldi.»
«Ho tutto quello che mi serve. È la definizione di ricchezza.»
L’uomo tacque per un istante, poi riprese con fare da piazzista: «Dimmi cosa posso fare per sistemare le cose».
«Potete salire sul sedile posteriore della vostra auto.»
«Perché?»
«Perché mi fanno male le braccia e non voglio trascinarvi.»
«No, perché ci vuoi sulla macchina?»
«Perché andremo a fare un giro.»
«Dove?»
«Ve lo dico dopo che sarete saliti.»
I due guardarono un punto in mezzo a loro non osando incrociare lo sguardo, non osando credere alla fortuna. Un’opportunità. Loro dietro, un guidatore solitario davanti. Reacher li seguì con la Glock fino alla macchina. Uno salì dal lato vicino, l’altro girò attorno al bagagliaio. Reacher lo vide guardare davanti, la strada, i campi aperti al di là, poi lo vide rinunciare all’impulso di scappare. Terra piatta. Neanche un nascondiglio. Un’arma moderna da nove millimetri, precisa fino a quindici metri o anche più. L’uomo aprì la portiera, abbassò la testa e s’infilò dentro. L’Impala non era piccola, ma neanche una limousine, dietro. Avevano entrambi i piedi bloccati sotto i sedili anteriori e, anche se non erano né grossi né alti, i due uomini erano stipati e ravvicinati.
Reacher aprì la portiera del guidatore. Posò il ginocchio sul sedile e si chinò all’interno. «Allora dove andiamo?» domandò l’uomo che aveva parlato in precedenza.
«Non lontano», rispose Reacher.
«Non ce lo puoi dire?»
«Parcheggerò accanto alla Ford che avete bruciato.»
«Cosa, solo fin lì?»
«Ho detto non lontano.»
«E poi?»
«Poi darò fuoco all’auto.»
I due si guardarono senza capire. «Hai intenzione di guidare con noi dietro? Liberi?» esclamò lo stesso uomo di prima.
«Se volete, potete mettervi la cintura. Ma non ne vale quasi la pena. Non è molto lontano. E sono un guidatore molto attento. Non farò incidenti.»
«Ma...» obiettò l’uomo senza aggiungere altro.
«Lo so», soggiunse Reacher. «Vi darò le spalle. Potreste aggredirmi.»
«Be’, sì.»
«Ma non lo farete.»
«Perché no?»
«Non lo farete. Lo so.»
«Perché non lo faremo?»
«Perché sarete morti», rispose Reacher e sparò al primo in fronte, poi al secondo, due colpi bruschi senza intervallo, bang bang, senza un istante di pausa. Il lunotto posteriore andò in frantumi, sangue, frammenti di ossa e cervello investirono i resti del vetro con qualche istante di ritardo, più lenti dei proiettili. I due uomini si accasciarono piano, ancora più lenti, come anziani che s’addormentano, ma con gli occhi aperti e grosse gocce purpuree che fuoriuscivano dal foro netto nella fronte. Le gocce sgorgarono, si allungarono e si trasformarono in un rivolo lento, pacioso che scivolò sul dorso del naso.
Reacher uscì in retromarcia, raddrizzò l’auto e guardò a nord. I nove millimetri Parabellum. Ottime munizioni. In quel momento i due proiettili stavano probabilmente colpendo il terreno un chilometro e mezzo più in là, scavandosi la strada nel suolo gelido.
Reacher guardò nella stanza sette e trovò un portafoglio in un cappotto. Dentro c’era una patente del Nevada, emessa a nome di Roberto Cassano a un indirizzo di Las Vegas. C’erano quattro carte di credito e un po’ più di novanta dollari in contanti. Ne prese sessanta, salì sull’Impala, percorse una quarantina di metri e la parcheggiò accanto alla carcassa della Ford. Diede i sessanta dollari a Vincent nel bar, due stanze, una notte, chiese in prestito stracci e fiammiferi e non appena la miccia fu sistemata all’imboccatura del serbatoio della Chevrolet, tornò di corsa al Tahoe che aveva lasciato sul ciglio. Le prime fiamme di una certa importanza si svilupparono mentre si allontanava. Vide il serbatoio scoppiare nel retrovisore, quattrocento metri più in là. Dall’angolazione in cui si trovava, lo spettacolo della sfera di fuoco che si levava in cielo, in una nuvola di fumo, gli ricordò un razzo che decollava verso l’infinita vastità dello spazio.
Eldridge Tyler udì i colpi d’arma da fuoco. Deboli, rapidi. Due colpi ravvicinati da un luogo molto distante, in realtà solo due vaghi rumori percussivi. Non un fucile comune. Né da caccia. Tyler conosceva le armi da fuoco e come i rispettivi rumori si propagassero sul terreno. Una pistola, pensò, a cinque o sei chilometri di distanza. Forse la caccia era finita. Forse l’uomo grande e grosso era stato eliminato. Si mosse di nuovo, sollevò una gamba, l’altra, allungò un braccio, l’altro, ruotò le spalle, girò il collo. Frugò nel borsone di tela ed estrasse una bottiglia d’acqua e un sandwich di pane nero. Posò entrambi a portata di mano. Poi scrutò dal foro senza grata e si guardò cauto attorno. Perché forse l’uomo grande e grosso non era stato eliminato. Tyler non dava niente per scontato. Era un uomo prudente. Il suo compito era osservare e attendere, e quello avrebbe fatto finché non gli avessero detto diversamente.
Si appoggiò sulle mani, allungò il collo e guardò dietro di sé. Il sole si era spostato un po’ a sud-est e la luce bassa, obliqua illuminava l’ingresso del capanno. Lo strato isolante di plastica della trappola era bagnato a causa della foschia dell’alba e luccicava leggermente. Dieci minuti, pensò Tyler, prima che si asciugasse e tornasse invisibile.
Si girò, si stese, si rannicchiò dietro il cannocchiale e posò il dito sul grilletto.