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Jacob Duncan convocò una riunione straordinaria con i fratelli nel cuore della notte, nella sua cucina, non in quella di Jonas o di Jasper, con il Wild Turkey, non con il Knob Creek, e anche parecchio, perché era in vena di festeggiare.
«Ho appena finito di parlare al telefono», annunciò. «Sarete lieti di sapere che il mio ragazzo si è riscattato.»
«Come?» esclamò Jasper.
«Ha catturato Jack Reacher.»
«Come?» esclamò ancora Jasper.
Jacob Duncan si appoggiò alla sedia, allungò i piedi rilassato, cordiale, un uomo sereno che aveva una storia da raccontare. «Come sapete, ho accompagnato Seth a casa ma l’ho lasciato all’inizio della strada perché era un po’ giù e voleva farsi due passi nella notte. È arrivato a un centinaio di metri da casa e per poco non è stato investito da un’auto. La sua auto, guarda caso. La sua Cadillac, che andava come un missile. Ovviamente si è precipitato a casa. La moglie è stata costretta a rivelare tutti i dettagli. Salta fuori così che Reacher l’ha rubata nel pomeriggio. Il dottore era con lui. Fuorviato, certo, ma sembra che quel povero diavolo in qualche modo si sia alleato con il signor Reacher. Perciò Seth prende il suo vecchio Remington a pompa, parte con l’auto di Eleanor e fa centro. Reacher era effettivamente a casa del dottore: lì in carne e ossa.»
«Dov’è ora?»
«In un posto sicuro. Sembra che la cattura sia andata più o meno liscia.»
«È vivo?»
«Finora», confermò Jacob Duncan. «Ma per quanto lo rimarrà è l’argomento di cui dobbiamo discutere.»
Nella stanza calò il silenzio. Gli altri rimasero seduti in attesa come avevano fatto tante volte in passato, perché il loro fratello Jacob, uomo riflessivo, aveva sempre in serbo una dichiarazione, una decisione, una perla di saggezza, un’analisi o una proposta.
«Seth vuole portare a termine la faccenda a regola d’arte, giocandosela fino in fondo, e francamente sono tentato di lasciarlo fare. Vuole recuperare credibilità ai nostri occhi, e ovviamente gli ho detto che non è necessario, ma è pur vero che tutti noi dobbiamo considerare con la debita attenzione la nostra credibilità nei confronti del signor Rossi, il nostro buon amico a sud», affermò Jacob.
«Cosa vuol fare Seth?» chiese Jasper.
«Vuol far sì che il nostro temporeggiamento risulti totalmente giustificato. Aspettare che il carico sia a un’ora di strada, mostrare Reacher agli uomini del signor Rossi, inscenare una telefonata e attendere che il furgone arrivi nell’arco di sessanta minuti, come se tutto ciò che abbiamo sempre detto a proposito del ritardo fosse vero e fondato.»
«È troppo rischioso», dichiarò Jonas. «Reacher è un uomo pericoloso. Non dovremmo tenerlo in vita un minuto di più del necessario. Significa andare in cerca di guai.»
«Come ho detto, è in un posto sicuro. Inoltre alla fine, se facciamo come dice Seth, dimostreremo di aver risolto il problema da soli, senza aiuti esterni, perciò qualsiasi vaga impressione di vulnerabilità che possiamo aver dato svanirà del tutto.»
«Non cambia. È sempre rischioso.»
«Ci sono altri fattori in gioco», proseguì Jacob.
Nella stanza calò di nuovo il silenzio.
«Non abbiamo mai saputo con precisione che cosa succede ai nostri carichi quando arrivano nelle mani del signor Rossi, né ce ne siamo mai interessati. Abbiamo sempre supposto, credo, che finissero in una lunga catena commerciale di vendite e rivendite, fino alla destinazione finale. E adesso quella catena, o almeno buona parte di essa, è diventata visibile. Stanotte sembra si siano palesate tre parti. Probabilmente sono tutti con l’acqua alla gola. È chiaro che hanno acconsentito a collaborare solo per sbloccare la situazione. Quando l’avranno sbloccata, è altrettanto chiaro che avranno istruzione di eliminarsi a vicenda, in modo che l’ultimo rimasto possa triplicare i profitti.»
«Per noi non ha importanza», osservò Jonas.
«Tranne per il fatto che gli uomini del signor Rossi sembrano precorrere i tempi. Era inevitabile che qualcuno di quegli uomini prendesse l’iniziativa. I nostri informatori nella catena telefonica mi hanno detto che due sono già morti. Gli uomini del signor Rossi li hanno uccisi davanti al motel del signor Vincent. Perciò la mia idea è dar loro abbastanza tempo perché accorcino ancora un po’ la catena, in modo che domani sera il signor Rossi sia l’ultimo rimasto. Dopodiché potremmo fare due chiacchiere con lui per dividerci equamente il profitto in più. La matematica dice che raddoppieremmo tutti la nostra fetta. Il signor Rossi ne sarà soddisfatto, immagino, e anche noi, ne sono certo.»
«È sempre rischioso.»
«Non ti piacciono i soldi, fratello?»
«Non mi piacciono i rischi.»
«Tutto è un rischio. Lo sappiamo, no? Viviamo rischiando da molto tempo. È parte del gioco.»
Seguì un lungo silenzio.
«Il dottore ci ha mentito. Ha detto che Reacher aveva trovato un passaggio in una berlina bianca», affermò Jonas.
Jacob annuì. «Si è scusato per questo in modo molto sincero. Mi hanno detto che adesso è un esempio di collaborazione. Sua moglie è con lui, ovviamente. Sono certo che sia un fattore determinante. Sostiene anche che Reacher abbia lasciato la Cadillac di Seth a cento chilometri da qui e che la macchina sia stata rubata di nuovo da un uomo più in alto nella catena. Un mediorientale di bassa statura, in base alle testimonianze della catena telefonica. Sembra che fosse lui quello che per poco non ha investito Seth.»
«C’è altro?»
«Il dottore ha detto che Reacher ha visto i dossier della polizia.»
Nella stanza calò il silenzio.
«E?» chiese dopo qualche istante Jonas.
«Non c’è niente di conclusivo, sostiene il dottore.»
«Ma è stato sufficiente a farlo tornare.»
«Il dottore sostiene che Reacher è tornato a causa degli uomini arrivati in macchina.»
Nessuno dei fratelli intervenne.
«Ma nell’ambito di una piena confessione sostiene anche che Reacher abbia chiesto alla signora Coe se desideri davvero sapere che cosa è successo alla figlia», soggiunse Jacob.
«Reacher non può saperlo. Non ancora.»
«Concordo. Ma potrebbe iniziare a mettere insieme i pezzi.»
«Allora dobbiamo ucciderlo adesso. Per forza.»
«Si tratta solo di un giorno in più. È sotto chiave. Non può fuggire.»
Seguì un altro silenzio.
Nessuno parlò.
«C’è altro?» chiese dopo un po’ Jonas.
«Eleanor ha aiutato Reacher a superare la sentinella», disse Jacob. «Ha sfidato il marito, uscendo di casa senza permesso. Lei e Reacher hanno complottato per allontanare il ragazzo con l’inganno dalla sua postazione. Lui comunque ci ha messo del suo per fare una brutta figura. Dovremo licenziarlo, naturalmente. Lasceremo che Seth decida che fare con sua moglie. Sembra anche che Seth abbia una mano rotta. Avrà bisogno di cure. Pare che Reacher abbia una testa molto dura. Sono tutte le notizie che ho.»
Nessuno parlò.
«Dobbiamo prendere una decisione. Vita o morte. Da sempre la decisione suprema.»
Non ci fu risposta.
«Chi vuol dire la sua per primo?» chiese Jacob.
Nessuno parlò.
«Allora lo farò io. Voto per lasciare che il mio ragazzo faccia a modo suo. Voto per tenere Reacher nascosto finché il furgone non sarà nelle vicinanze. È un aumento minimo del rischio. Un giorno in più, tutto qui. Nel complesso, irrilevante. E mi piace fare le cose a regola d’arte. Mi piacciono le soluzioni eleganti», dichiarò Jacob.
Seguì un lungo silenzio.
Poi Jasper disse: «Ci sto».
«Ok», mormorò Jonas con una certa riluttanza.
Reacher si svegliò in una stanza di cemento grezzo inondata da una luce intensa. Era steso di schiena sul pavimento ai piedi di una ripida scala. Era stato portato laggiù, suppose, non scagliato o fatto rotolare. Perché la nuca era a posto. Non aveva distorsioni né lividi sul resto del corpo. Gli arti erano integri, tutti e quattro. Era in grado di vedere, di sentire e di muoversi. La faccia gli faceva un male cane, ma c’era da aspettarselo.
Le luci erano normali lampadine a incandescenza per uso domestico, sei o otto, piazzate a caso, forse da cento watt l’una. Non avevano paralume. Il cemento era liscio, grigiochiaro. Molto fine. Non friabile. Un prodotto elaborato. Ad alta resistenza. Colato con gran precisione. Non c’erano linee di giunzione. Gli angoli formati dalle pareti e dal pavimento erano leggermente smussati, arrotondati come in una piscina pronta per essere piastrellata. In passato Reacher aveva scavato fosse per piscine. Un lavoro temporaneo di molti anni prima. Le aveva viste in tutte le varie fasi di costruzione.
La faccia gli faceva un male cane.
Si trovava in una piscina? Improbabile. A meno che non avesse un tetto provvisorio. Il tetto era di assi disposte su travetti pesanti di legno multistrato. Articoli realizzati in serie. Molto robusti. Strati di legni duri esotici, probabilmente incollati con resine da una pressa gigantesca in una fabbrica. Probabilmente tagliati con seghe controllate da computer. Consegnati da un camion con pianale e collocati con una gru. Pesavano probabilmente parecchio.
La faccia gli faceva male.
Si sentiva confuso. Non aveva idea di che ora fosse. L’orologio nella sua testa si era fermato. Respirava dalla bocca. Il naso era tappato dal sangue e dal gonfiore. Sentiva sangue sulle labbra e sul mento. Era denso e quasi secco. Un’emorragia nasale. Il che non era strano. Risaliva forse a trenta minuti prima. Non come quella di Eleanor Duncan. Il suo sangue coagulava in fretta, come sempre. Era l’esatto contrario di un emofiliaco. Una buona cosa ogni tanto. Un tratto evolutivo ereditato indubbiamente da molte generazioni di gente in grado di cavarsela.
La faccia gli faceva male.
C’erano altre cose nella stanza di cemento grezzo. Condutture di tutti i diametri. Scatole metalliche verdi vagamente incrostate di sostanze minerali. Cavi, alcuni in tubi d’acciaio, altri liberi. Non c’erano finestre. Solo le pareti. E le scale con una porta chiusa in cima.
Era sotto terra.
Era in un bunker di qualche tipo?
Non lo sapeva.
La faccia gli faceva un male cane. E stava peggiorando. Parecchio. Forti ondate di dolore si propagavano passando tra gli occhi, dietro al naso, per poi penetrare nella testa, una per ogni battito del cuore. Ognuna s’abbatteva e s’infrangeva lambendogli le ossa del cranio, rimbalzava e svaniva in tempo per essere sostituita dalla successiva. Un brutto dolore, ma poteva combatterlo. Poteva combattere tutto. Combatteva da quando aveva cinque anni. Se non c’era niente da combattere, combatteva contro se stesso. Non che fosse mai rimasto a corto di bersagli. Aveva combattuto le sue battaglie e quelle del fratello, per senso di responsabilità familiare. Non che il fratello fosse un codardo, tutt’altro. Né debole. Anche lui era grosso, ma era una persona razionale, gentile persino. Il che era sempre uno svantaggio. Qualcuno iniziava qualcosa e Joe sprecava il primo prezioso istante a pensare: Perché? Reacher non lo aveva mai fatto. Mai. Sfruttava il primo prezioso istante per assestare il primo prezioso colpo. Combatti e vinci. Combatti e vinci.
La faccia gli faceva un male cane. Affrontò il dolore e se ne distaccò. Lo vide, lo esaminò, lo identificò, lo circoscrisse. Lo isolò. Lo sfidò. Sei contro di me? Continua pure a sognare, amico. Lo racchiuse entro un confine, poi entro un muro. Costruì un muro, lo costrinse al di là e spinse quel muro all’interno di sé comprimendo il dolore, schiacciandolo, ingabbiandolo, limitandolo, sconfiggendolo.
Ma in realtà non lo stava sconfiggendo.
Era il dolore a sconfiggere lui.
Stava per esplodere come una bomba con il timer, uno, due, tre. Inesorabile, eterno, a ogni battito del cuore. Non si sarebbe mai fermato finché non si fosse fermato il cuore. Era una cosa da impazzire. In passato era stato ferito da schegge di ordigni, gli avevano sparato al petto e lo avevano accoltellato. Questo era peggio. Molto peggio. Peggio di tutte le precedenti sofferenze messe insieme.
Non aveva senso, per niente. C’era qualcosa che non andava. Aveva visto nasi rotti, più volte. Non era uno spasso ma nessuno faceva grandi storie. Nessuno si comportava come se gli fosse esplosa una granata in testa. Nemmeno Seth Duncan. La gente si rialzava, forse sputava un po’, trasaliva e se ne andava.
Si portò la mano alla faccia. Lentamente. Sapeva che sarebbe stato come spararsi in testa. Ma doveva sapere. Perché c’era qualcosa che non andava. Si toccò il naso. Emise un ansito forte e improvviso, una sorta d’imprecazione per il dolore, la rabbia e il disgusto.
L’osso del dorso era spezzato di netto. Si era spostato di lato sotto lo strato compatto della pelle e della cartilagine. Era bloccato lì come la cima mozzata di una montagna riattaccata su un pendio inferiore.
Gli faceva un male cane.
Forse il calcio del Remington aveva un bordo metallico. Di ottone o di acciaio. Un rinforzo contro l’usura. Non lo aveva notato. Nell’ultima frazione di secondo sapeva di aver girato la testa per quanto possibile, vista la resistenza opposta dal palmo sudato sulla fronte. Voleva che l’impatto fosse in qualche modo laterale. Sarebbe stato meglio di uno frontale. Un impatto frontale avrebbe spinto eventuali frammenti ossei nel cervello.
Chiuse gli occhi.
Li riaprì.
Sapeva che cosa fare.
Doveva ricomporre la frattura. Lo sapeva. Conosceva i costi e i benefici. Il dolore sarebbe diminuito e si sarebbe ritrovato con un naso dall’aspetto normale. Quasi. Ma sarebbe svenuto di nuovo. Su quello non c’erano dubbi. Sfiorare la lesione con la punta del dito gli aveva dato la sensazione d’essere decapitato. Di spararsi. Sistemarla sarebbe stato come mitragliarsi.
Chiuse gli occhi. Il dolore lo assaliva violento. Posò con delicatezza la testa sul cemento. Non aveva senso cadere e spaccarsi anche il cranio. Alzò la mano. Afferrò la protuberanza ossea con pollice e indice. Gli sembrò che un’atomica gli esplodesse in testa. Spinse e tirò.
Non ottenne risultati. La cartilagine la bloccava con troppa forza. Come una rete di elastici in miniatura che tenessero fermo quel maledetto osso nel posto sbagliato. Batté le palpebre per eliminare le lacrime e riprovò. Spinse e tirò. Gli sembrò che un ordigno termonucleare gli scoppiasse dentro.
Non ottenne risultati.
Sapeva che cosa fare. La pressione costante non sarebbe servita. Doveva rimettere a posto la protuberanza con un colpo della mano. Doveva riflettere bene, pianificare ed essere deciso. Come un chiropratico che manipolasse la colonna vertebrale: compiva un movimento brusco e ascoltava per cogliere l’improvviso clic.
Provò la manovra. Doveva colpire in basso l’angolo tra la guancia e il naso con il taglio della mano, con la parte inferiore opposta al pollice come in una mossa di karate, un colpo semiobliquo, diretto verso l’alto, di lato e all’esterno. Doveva ricollocare la cima sulla montagna. Si sarebbe sistemata bene. Una volta in sede, la pelle e la cartilagine l’avrebbero tenuta ferma lì.
Aprì gli occhi. Non riusciva ad avere l’angolazione giusta. Non lì per terra. Il gomito lo intralciava. Si trascinò sul calcestruzzo liscio spingendosi con le mani e i talloni per un metro e mezzo, tre, poi si mise seduto contro un muro in posizione semireclinata con il collo piegato. Sotto la schiena c’era spazio per i gomiti. Raddrizzò le spalle e i fianchi, si stabilizzò il più possibile per non cadere troppo in là o per non cadere affatto.
Si va in scena.
Accostò la mano al punto stabilito. Lasciò che percepisse ciò che doveva fare. Provò la mossa. La parte superiore del palmo gli avrebbe sfiorato il sopracciglio. A mo’ di guida.
Al tre, pensò.
Uno.
Due.
Ci fu un crack.
E poi il buio.