16
L’idea di Dorothy di una colazione da quindici dollari si rivelò essere un vero banchetto. Caffè prima di tutto e il resto era cibo, per la precisione porridge, bacon, uova e pane tostato. Porzioni abbondanti, gigantesche, c’era tanto di tutto, di ogni genere alimentare, tutto caldissimo, servito su spessi piatti di porcellana vecchi di cinquant’anni, abbinati a posate antiche con manici georgiani pesanti, squadrati.
«Favolosa», esclamò Reacher. «La ringrazio molto.»
«Prego. Grazie a lei per avermi offerto da mangiare.»
«Non è giusto, sa. Che la gente non mangi a causa dei Duncan.»
«La gente fa ogni sorta di cose a causa dei Duncan.»
«Io lo so che farei.»
Lei sorrise. «Dicevamo tutti così una volta, tanto tempo fa. Ma ci hanno fiaccati e tenuti in condizioni di povertà, e poi siamo invecchiati.»
«Che cosa fanno i giovani qui?»
«Se ne vanno non appena possono. Quelli più avventurosi girano. È un paese grande. Gli altri restano più vicini a casa, a Lincoln o a Omaha.»
«A far che?»
«Laggiù c’è lavoro. Alcuni entrano in polizia. È sempre un posto molto ambito.»
«Qualcuno potrebbe contattarli.»
Dorothy non rispose.
«Che cos’è successo venticinque anni fa?» domandò Reacher.
«Non posso parlarne.»
«Può, con me. Nessuno verrebbe a saperlo. Se mai incontrassi i Duncan, parleremmo del presente, non del lontano passato.»
«Mi sbagliavo, in ogni caso.»
«A proposito di che?»
La donna non rispose.
«Era lei la vicina che ha litigato con loro?»
La donna continuò a non rispondere.
«Vuole che la aiuti a lavare i piatti?» chiese.
Dorothy scosse la testa. «Al ristorante non lava i piatti, no?»
«Finora no.»
«Dov’era venticinque anni fa?»
«Non ricordo», rispose Reacher. «Da qualche parte nel mondo.»
«A quel tempo era nell’esercito?»
«Probabilmente.»
«Dicono che abbia pestato tre Cornhuskers ieri.»
«Non tutti insieme», precisò.
«Vuole altro caffè?»
«Sì.»
Dorothy riempì la caffettiera elettrica e la riaccese. «Quante fattorie hanno stipulato contratti con i Duncan?» domandò Reacher.
«Tutte», spiegò. «Tutta questa parte della contea. Quaranta fattorie.»
«È un bel po’ di mais.»
«E di soia ed erba medica. Ruotiamo le colture.»
«Ha comprato un pezzo della vecchia proprietà dei Duncan?»
«Quaranta ettari. Una bella fetta. Un bel quadrato nell’angolo. Sembrava una cosa sensata.»
«Quanto tempo fa è stato?»
«Una trentina d’anni fa.»
«Quindi per i primi cinque anni le cose sono andate bene?»
«Non ho intenzione di dirle che cos’è successo.»
«Secondo me dovrebbe», affermò Reacher. «E credo che voglia farlo.»
«Perché vuole saperlo?»
«Lo ha detto lei, mi hanno messo alle calcagna tre giocatori di football. Vorrei almeno capire perché.»
«Perché ha spaccato il naso a Seth Duncan.»
«Ho spaccato molti nasi. Prima nessuno ha mai cercato di vendicarsi ingaggiando ex atleti.»
Dorothy versò il caffè e gli posò la tazza di fronte. La cucina era calda grazie ai fornelli e sembrava lo sarebbe rimasta per tutto il giorno. «Venticinque anni fa Seth Duncan aveva otto anni.»
«E?»
«Questo angolo di contea era una specie di piccola comunità. Eravamo tutti sparpagliati e isolati, ovviamente, ma lo scuolabus era per così dire l’elemento fondante. Ci si conosceva tutti. I bambini giocavano insieme in grandi gruppi, prima in una casa poi in un’altra.»
«E?»
«A nessuno piaceva andare da Seth Duncan. Soprattutto alle bambine. Seth giocava molto con le bambine, più che con i maschi.»
«Perché alle bambine non piaceva?»
«Nessuno lo diceva chiaramente. In un posto come questo, a quell’epoca, non si parlava di certe cose. Ma stava succedendo qualcosa di spiacevole. O stava per succedere. O era nell’aria. Mia figlia aveva otto anni a quel tempo. La stessa età di Seth. In effetti, compivano gli anni quasi nello stesso giorno. Lei non voleva andare a giocare lì. Lo fece chiaramente capire.»
«Che cosa stava succedendo?»
«Glielo ripeto, nessuno lo diceva.»
«Ma lei sapeva», incalzò Reacher. «Vero? Aveva una figlia. Forse non aveva le prove, però sapeva.»
«Lei ha figli?»
«Non che mi risulti. Ma per tredici anni sono stato un poliziotto. E da sempre sono un essere umano. A volte la gente sa le cose e basta.»
La donna annuì. Sessant’anni, corporatura grossa e squadrata, il volto arrossato per il caldo e il cibo. «Immagino che oggi si chiamerebbero palpeggiamenti.»
«Da parte di Seth?»
Lei annuì di nuovo. «E di suo padre e di entrambi gli zii.»
«È spaventoso.»
«Sì.»
«Che cosa fece?»
«Mia figlia non ci andò più.»
«Ne parlò con gli altri?»
«Non all’inizio», rispose. «Poi saltò fuori all’improvviso. Ne parlavano tutti. Nessuna bambina voleva più andare lì.»
«Qualcuno lo disse alla madre di Seth?»
«Seth non aveva una madre.»
«Perché? Se n’era andata?» chiese Reacher.
«No.»
«Era morta?»
«Non era mai esistita.»
«Ma doveva esistere.»
«Biologicamente sì, credo. Ma Jacob Duncan non si è mai sposato. Non è mai stato visto con una donna. Nessuna donna è stata mai vista con un Duncan. La loro madre era morta anni prima. C’erano soltanto il vecchio Duncan e loro tre. Poi rimasero loro tre. Poi d’un tratto Jacob iniziò a portare il bambino all’asilo.»
«Nessuno chiese da dove arrivasse quel bambino?»
«La gente parlò un po’, ma non chiedeva. Era troppo educata. Troppo inibita. Suppongo pensammo tutti che fosse un parente. Sa, forse un orfano o roba del genere.»
«Dopo che accadde? Avete smesso di mandare i figli a giocare lì ed è questo che ha scatenato il guaio?»
«Così iniziò. C’erano molti pettegolezzi e molte voci. I Duncan se ne stavano tutti soli nella loro proprietà. Erano emarginati. E si risentirono.»
«Perciò si vendicarono?»
«Non subito.»
«Quando allora?»
«Dopo che una bambina scomparve.»
Roberto Cassano e Angelo Mancini tornarono all’Impala a noleggio e accesero il motore. L’auto aveva come optional un navigatore, costava pochi dollari in più al giorno ma era inutile. Lo schermo non mostrava che un paio di sottili linee rosse, simili a scarabocchi su un foglio. Nessuna strada aveva un nome. Solo numeri o nemmeno. Gran parte della mappa era vuota e in ogni caso inesatta o incompleta. Gli incroci non erano nemmeno segnati. A essere onesti, proprio come a Las Vegas. Las Vegas cresceva così in fretta che nessuna azienda di GPS riusciva a tenere il passo. Perciò Cassano e Mancini erano abituati a orientarsi con il vecchio sistema, annotando passo per passo le indicazioni fornite da una fonte ansiosa d’essere precisa per evitare un pestaggio peggiore di quello legato alle prime domande. L’uomo del motel era stato più ansioso di altri, già dopo i primi due ceffoni. Non era affatto un eroe, quello era certo.
«Fuori dal parcheggio, a sinistra», lesse a voce alta Mancini.
Cassano uscì dal parcheggio e svoltò a sinistra.
Dorothy la governante fece per la terza volta il caffè. Sciacquò la caffettiera, la riempì e la accese. «Seth Duncan aveva vita dura a scuola. Era vittima dei bulli. I ragazzini di otto anni sanno essere molto cattivi. Immagino si ritenessero autorizzati a dargli addosso per le insinuazioni che sentivano a casa. Nessuna bambina stava con lui. Non andavano a casa sua e non gli parlavano neanche. Così sono i bambini. Così era. Tutte tranne una. I genitori l’avevano cresciuta insegnandole a essere buona e gentile. Non andava a casa sua ma gli parlava. Poi un giorno quella bambina scomparve.»
«E?» incalzò Reacher.
«È una cosa orribile, quando succede. Lei non ne ha idea. All’inizio c’è una fase di follia in cui sono tutti preoccupati e sconvolti, ma non riescono a credere al peggio. Sa, per un paio d’ore, forse tre o quattro, pensi che stia giocando da qualche parte, che sia fuori a raccogliere fiori, che abbia perso la nozione del tempo, che tornerà presto a casa sana e salva. A quel tempo naturalmente nessuno aveva il cellulare. Qualcuno non aveva neanche un normale telefono. Poi pensi che la bambina si sia persa e tutti iniziano ad andare in giro a cercarla. Poi fa buio e a quel punto chiami la polizia.»
«Cosa fece la polizia?» domandò Reacher.
«Tutto il possibile. Fecero un buon lavoro. Andarono di casa in casa, usarono le torce, usarono i megafoni per dire a tutti di cercare nei granai e nelle costruzioni annesse, girarono per tutta la notte. Alle prime luci presero i cani, contattarono la polizia statale e quest’ultima contattò la Guardia nazionale, che arrivò con un elicottero.»
«Niente?»
La donna annuì.
«Niente», confermò. «Poi dissi loro dei Duncan.»
«Davvero?»
«Qualcuno doveva farlo. Non appena parlai, altri si unirono a me. Puntammo tutti il dito. La polizia prese la faccenda molto seriamente. Immagino che non potessero fare altrimenti. Portarono i Duncan in una caserma a Lincoln e li interrogarono per giorni. Perquisirono le loro case. Ottennero l’aiuto dell’FBI. C’erano tecnici di laboratorio di ogni sorta.»
«Trovarono qualcosa?»
«Neanche una traccia.»
«Niente di niente?»
«Ogni test risultò negativo. Dissero che la bambina non era mai stata là.»
«Dopo che successe?»
«Niente. Si sgonfiò tutto. I Duncan tornarono a casa. Nessuno vide mai più la bambina. Il caso non fu mai risolto. I Duncan erano pieni di rancore. Mi chiesero di scusarmi per aver fatto i loro nomi, ma io mi rifiutai. Non potevo mollare. Mio marito nemmeno. Alcuni erano dalla nostra parte, come la moglie del dottore. Ma la maggior parte no, a dire il vero. Videro da che parte tirava il vento. I Duncan si chiusero in se stessi. E cominciarono a punirci, come per vendetta. Quell’anno non riuscimmo a spedire i raccolti. Li perdemmo tutti. Mio marito si uccise. Si sedette sulla sedia su cui ora è seduto lei e si puntò il fucile al mento.»
«Mi dispiace.»
La donna non disse nulla.
«Di chi era la bambina?» domandò.
Nessuna risposta.
«Sua, vero?»
«Sì», rispose. «Era mia figlia. Aveva otto anni. Avrà sempre otto anni.»
Iniziò a piangere e poi il telefono prese a squillare.