15

Reacher si aspettava quasi una casa di assi marce e zolle d’erba, come nelle fotografie del Dust Bowl, invece la donna lo condusse su una lunga strada di ghiaia fino a un’abitazione curata a due piani che sorgeva solitaria nell’angolo di una distesa di circa quattrocento ettari. Parcheggiò sul retro, accanto a una fila di vecchi granai e capanni in rovina. Reacher udì i polli in una stia e sentì l’odore dei maiali nel porcile. Della terra, dell’aria e del tempo. Della campagna in tutto il suo splendore invernale. «Non voglio essere scortese, ma quanto intende darmi?» chiese la donna.

Reacher sorrise. «Sta decidendo quanto cibo servirmi?»

«Più o meno.»

«La mia media per la colazione a ovest del Mississippi si aggira sui quindici dollari con la mancia.»

La donna sembrò sorpresa. E contenta.

«È parecchio», commentò. «La paga di due ore. È come avere una settimana lavorativa di nove giorni.»

«Non è tutto guadagno», l’avvertì Reacher. «Ho fame, non se lo scordi.»

Lo fece entrare da una porta che dava su un corridoio nel retro. La casa era probabilmente simile all’abitazione di Seth Duncan prima della costosa ristrutturazione. Soffitti bassi, piccoli pannelli di vetro ondulato alle finestre, pavimenti sconnessi sotto i piedi, un posto vecchio, antico e fuori moda da ogni possibile punto di vista, ma pulito, ordinato e ben tenuto da cent’anni. La cucina era immacolata. I fornelli freddi.

«Lei non ha ancora mangiato?» domandò Reacher.

«Io non mangio», rispose la donna. «Quanto meno a colazione.»

«È a dieta?»

La donna non rispose e Reacher si sentì un idiota.

«Offro io», disse. «Trenta dollari. Godiamoci la colazione insieme.»

«Non voglio la carità.»

«Non è carità. Ricambio un favore, tutto qui. Ha corso un rischio a portarmi qui.»

«Cercavo solo di essere una persona ammodo.»

«Anch’io», ribatté Reacher. «Prendere o lasciare.»

«Prendo», rispose.

«Come si chiama? Di solito quando faccio colazione con una signora so almeno come si chiama», affermò.

«Dorothy.»

«Lieto di conoscerla, Dorothy. È sposata?»

«Lo ero. Ora non più.»

«Sa il mio nome?»

«Jack Reacher. Siamo stati tutti informati. Hanno sparso la voce.»

«L’ho detto alla moglie del dottore.»

«E lei lo ha detto ai Duncan. Non la biasimi. È automatico. Sta cercando di pagare il suo debito, come tutti noi.»

«Cosa gli deve?»

«Venticinque anni fa si è schierata dalla mia parte.»

Roberto Cassano e Angelo Mancini stavano andando a nord con un’Impala a noleggio. Usavano come base un Courtyard Marriott, l’unico albergo nel capoluogo della contea, poco più di una rete simbolica di strade collocata nel centro di quelli che sembravano chilometri e chilometri quadrati di nulla. Avevano imparato a controllare l’indicatore del carburante. Il Nebraska era quel genere di posto. Conveniva fare il pieno in ogni stazione di servizio che vedevi. La successiva poteva essere a centinaia di chilometri di distanza.

Erano di Las Vegas, il che, come sempre, significava che in realtà arrivavano da tutt’altro posto. Da New York nel caso di Cassano e da Philadelphia in quello di Mancini. Avevano fatto la gavetta nella città natale, erano stati assoldati insieme a Miami − un bel salto di qualità − e avevano infine raggiunto un ruolo di primo piano laggiù, nel deserto del Nevada. Ai turisti si diceva che ciò che succedeva a Las Vegas restava a Las Vegas, ma per quanto riguardava Cassano e Mancini non era vero. Erano uomini che viaggiavano, sempre in movimento, incaricati di spostarsi e gestire le prime, flebili avvisaglie dei problemi prima che si manifestassero e piombassero addosso al loro capo nel luogo in cui viveva.

Ecco spiegata la ragione del viaggio in quella zona rurale vasta e desolata, quasi milletrecento chilometri a nord-est, lontano dalle luci e dai lustrini. C’era stato un casino nella catena di rifornimento e nel giro di uno, due giorni la faccenda sarebbe diventata molto imbarazzante. Il loro capo aveva promesso certe cose a certe persone e non riuscire a consegnarle non gli avrebbe di certo arrecato beneficio. Perciò Cassano e Mancini erano intervenuti sul posto settantadue ore prima e avevano malmenato la moglie di un bifolco spilungone solo per ribadire il concetto. Poi un altro bifolco aveva chiamato sostenendo che il casino era stato creato da un forestiero che ficcava il naso dove non doveva. Una balla, forse. Probabilmente del tutto scollegata. Una semplice scusa. Ma Cassano e Mancini erano soltanto a un centinaio di chilometri, perciò il capo li aveva mandati a nord a dare una mano perché anche se l’affermazione del bifolco si fosse rivelata una menzogna, ciò tradiva comunque una certa vulnerabilità, e quindi la possibilità di un accordo migliore in seguito. Una mossa ovvia. Era il sistema americano, dopo tutto. Il succo era abbassare il prezzo all’ingrosso.

Percorsero la fottuta strada a due corsie, superarono il fottuto incrocio e si fermarono al motel. Lo avevano già visto. Di notte sembrava decente. Di giorno un po’ meno. Di giorno aveva un’aria triste, rabberciata, scialba. Videro quel che restava di una Subaru accanto a un bungalow. Era completamente distrutta. Non c’era altro da vedere. Parcheggiarono davanti al bar, scesero dall’auto a noleggio e si stiracchiarono. Due tizi di città che sbadigliavano, la pelle arrossata dal vento incessante. Cassano era di statura media, scuro, muscoloso, con uno sguardo assente. Mancini era simile. Indossavano entrambi buone scarpe, abiti scuri, camicie colorate senza cravatta e cappotti di lana. La gente li confondeva spesso.

Entrarono in cerca del proprietario del motel, che trovarono subito. Dietro il bancone del bar con uno straccio in mano, intento a pulire i bicchieri dalle impronte appiccicose più coriacee. Un perdente, una mezza calzetta con i capelli rossi tinti.

«Rappresentiamo la famiglia Duncan», disse Cassano, frase che gli avevano garantito avrebbe prodotto risultati. Così fu. L’uomo dai capelli tinti mollò lo straccio, indietreggiò, si mise sull’attenti e fece loro un saluto, quasi fosse nell’esercito, come se un ufficiale superiore gli avesse appena urlato qualcosa.

«Ieri notte hai accolto un uomo qui», proseguì Cassano.

«No, signore, non è vero. L’ho buttato fuori», rispose l’uomo dai capelli tinti.

«Fa freddo», osservò Mancini.

L’uomo dietro il bar non disse nulla. Non lo seguiva.

«Se non ha dormito qui, dove diavolo può averlo fatto? Non ci sono altri buchi come questo. E non ha dormito sotto una siepe. Primo, in Nebraska non sembrano esserci siepi. Secondo, si sarebbe congelato il culo», osservò Cassano.

«Non so dove sia andato.»

«Ne sei sicuro?»

«Non ha voluto dirmelo.»

«Ci sono anime buone qui, pronte ad accogliere un forestiero?»

«No, se i Duncan dicono di non farlo.»

«Allora dev’essere rimasto qui.»

«Signore, gliel’ho detto, non è così.»

«Hai controllato la stanza?»

«Ha restituito la chiave prima di andarsene.»

«C’è più di un modo per entrare in una stanza, coglione. Hai controllato?»

«La governante l’ha già rifatta.»

«Ha detto qualcosa?»

«No.»

«Dov’è?»

«Ha terminato. Se n’è andata. È tornata a casa.»

«Come si chiama?»

«Dorothy.»

«Dicci dove vive Dorothy», incalzò Mancini.

Child Lee - 2013 - Una ragione per morire: Un'avventura di Jack Reacher
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