Il letto in fiamme
Al 18 di Archer Street io ero euforico, ma c’era un velo di tristezza a mitigare tanta eccitazione.
Clay stava facendo i bagagli.
Per un po’ eravamo rimasti insieme sulla vecchia veranda dietro casa, e Rosy era sdraiata sul divano. Dormiva sulla poltrona sacco vuota, ormai consumata, che vi avevamo gettato sopra.
Achilles era sotto lo stendino.
Masticava, mesto.
Restammo là fuori fino a quando il cielo non si fece più chiaro. Avevamo raggiunto la perfezione, tra fratelli: senza bisogno di dire nulla, sapevano che presto se ne sarebbe andato.
Quando Clay ci disse che restava un’ultima cosa da fare, e che Tommy doveva prendere la trementina (ma senza fiammiferi), uscimmo in silenzio. Andammo al Surrounds.
Ci fermammo lì, tra i monumenti della vita domestica.
Lontani, calpestati.
Raggiungemmo il materasso e rimanemmo con Clay, e nessuno fece commenti sul telo di plastica. No, restammo lì e basta, mentre lui tirava fuori dalla tasca l’accendino. Nell’altra aveva sempre la molletta.
Tommy innaffiò il materasso di trementina. Clay si accovacciò con l’accendino; all’inizio il letto resistette, ma un istante dopo fu divorato dal fuoco. Quel rumore. Il rumore delle onde spumose.
Il campo si accese.
Noi cinque, lì.
Cinque ragazzi e un materasso che bruciava.
Noi tornammo dentro, e il Surrounds rimase dov’era.
Nulla che somigliasse al vento da ovest.
Clay sarebbe andato da solo in stazione.
Ci strinse in un abbraccio affettuoso, uno alla volta.
Dopo Tommy, concluse con me… ed entrambi gli dicemmo di aspettare, in momenti diversi… Poi io sollevai il coperchio della cassa del pianoforte, e vi infilai una mano a cercare il bottone, in mezzo alla stoffa del vestito. I libri avrebbero dovuto aspettare.
Clay lo tenne in mano. Il bottone che si era staccato a Vienna.
Lei, mentre cercava di prendere una decisione.
Il bottone logoro, ma immacolato nel suo palmo.
*
Quanto a Tommy, circa dieci minuti dopo, quando ci radunammo sulla veranda per guardare Clay che andava via, fece una cosa assolutamente folle.
Affidò Hector a Rory.
«Ecco, tienilo tu», gli disse.
Per Rory e il gatto fu uno choc, nessuno dei due si fidava troppo di quella soluzione. Mentre si fissavano attentamente, Tommy entrò di corsa in casa, per tornare fuori poco dopo.
Noi eravamo ancora lì, a guardare Clay.
E Tommy lo aveva inseguito.
«Clay!» urlò. «Ehi, Clay!»
E naturalmente aveva preso Achilles; e il mulo, strano ma vero, stava correndo. Correva sul serio! Si sentiva il rumore vuoto degli zoccoli, mentre il ragazzino se lo tirava dietro, sull’asfalto. Clay si voltò, e guardò il fratello e l’animale.
Non ci fu neppure un momento.
Neppure un secondo di esitazione.
Era così che doveva essere, e Clay abbassò la mano per afferrare le redini.
«Grazie, Tommy.»
Lo disse sottovoce, ma lo sentimmo tutti. E poi Clay si girò, e si incamminò, prendendo con sé Achilles. E intanto il mattino investiva Archer Street, e noi tre scendemmo i gradini e raggiungemmo Tommy. Li osservammo andare via.
E là fuori, nel mondo della periferia, un ragazzo si allontanò con un mulo. Erano diretti a un ponte, a Silver. E si portarono via le acque più scure.
Il ponte d'argilla
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