La ragazza in Gallery Road
C’era una volta, nella marea del passato dei
Dunbar, una ragazza che conosceva uno dei fratelli, e che
ragazza.
Aveva i capelli castani
con i riflessi ramati e gli occhi di un verde intenso.
Aveva un puzzle di
lentiggini rosso sangue.
Era famosa per aver
vinto una corsa del Gruppo 1, e per essere morta il giorno dopo… e
la colpa era stata di Clay.
Clay, che visse, respirò
e divenne quella morte.
E alla fine raccontò
loro ogni cosa.
Ma all’inizio, quando
Carey l’aveva visto la prima volta, l’aveva visto sul tetto.
Com’era giusto che fosse.
Era cresciuta in una
città di nome Calamia.
Suo padre era un
fantino.
E così pure il padre di
suo padre.
Se ci fosse già stato
qualcun altro prima di loro, non sapeva.
Amava i cavalli, le
scuderie e gli allenamenti, amava i record e le storie dei
purosangue.
Calamia era a sette ore
di auto, e i suoi primi ricordi riguardavano il padre. Tornava a
casa dall’ippodromo la mattina, e lei gli chiedeva dove fosse
stato. A volte si svegliava quando stava per uscire, alle tre e
quarantacinque. Si strofinava gli occhi e gli diceva: «Ted, posso
venire anch’io?»
Per qualche ragione, se
si svegliava che era ancora buio, chiamava i suoi genitori per
nome, Catherine e Ted. Di giorno, quell’abitudine scompariva: erano
semplicemente mamma e papà. Quella era una delle tante cose che
nessuno scrisse, e di cui nessuno parlò, anni dopo, quando la
trovarono caduta. E morta.
Come ho detto, amava i
cavalli, ma non come li amano le ragazzine.
Amava l’atmosfera, non
le coccarde.
La scuderia, più degli
spettacoli.
Una volta cominciata la
scuola, lei e i suoi fratelli avevano iniziato a supplicare papà di
portarli all’ippodromo, e Carey adorava quelle mattine ancora buie,
il rumore degli zoccoli nella foschia e nella nebbia. Adorava il
modo in cui il sole saliva in cielo, così lontano ed enorme,
apparentemente caldo, e adorava l’aria così vicina e
fredda.
Mangiavano pane tostato
sulla recinzione, tutta bianca, di rete e senza paletti, e amavano
guardare gli addestratori che imprecavano sottovoce e i fantini che
gironzolavano, come bambini cresciuti e induriti. Era divertente
vederli con l’abbigliamento da equitazione, in jeans, gilet e
vecchi berretti.
I suoi fratelli erano di
quattro e cinque anni più grandi e, quando avevano raggiunto l’età
giusta, si erano dati anche loro alle corse; ce l’avevano nel
sangue, era evidente.
Nell’ambiente delle
corse, si parla sempre di sangue.
Per essere più precisi,
di stirpe.
Come per Clay, e per
noi, c’è molto da scoprire nel passato.
Stando a Carey, sua
madre, Catherine Novac, era l’unico membro della famiglia a
diffidare di quel mondo o a disprezzarlo apertamente, a seconda
dell’umore. Poteva essere fredda e di un pallido azzurro
acquerello, o biondo-rossa e fumante di rabbia. Amava i cavalli,
certo, e amava cavalcare, ma aborriva il business che stava dietro
alle corse, lo spreco, i traffici. Il lato avido. Era come una
bella prostituta, che lei aveva visto senza make-up.
I fratelli di Carey la
chiamavano Catherine la Grande, perché era formidabile nel suo
rigore, nella sua serietà; non era una donna abituata a ciondolare
o a perdere tempo. I giorni di gara, quando diceva ai suoi ragazzi
di tornare tutti interi, loro sapevano benissimo che cosa
intendeva.
Non contate sulla
comprensione, se cadete.
La vita era dura per i
fantini.
E lo era molto, molto di
più per il cavallo.
E poi c’era
Ted.
Trackwork
Ted.
Carey conosceva la
storia.
All’inizio della sua
carriera, era stato uno dei fantini più promettenti del Paese, a
livello di un Pike, o di un Breasley, o di un Demon Darb Munro. Con
il suo metro e settanta, era alto per fare il fantino e basso per
un uomo adulto, ma aveva il fisico perfetto per cavalcare e un
metabolismo invidiabile; sembrava incapace di mettere su peso. Il
lato negativo era che il suo viso pareva essere stato assemblato
alla bell’e meglio, come se i costruttori avessero avuto fretta di
finire. Ma non la pensavano tutti così. Una ragazza di nome
Catherine Jamison non lo trovava affatto male. Amava quel viso
disordinato e quegli occhi di un verde intenso, e amava il fatto di
poterlo portare in braccio… Questo fino alla tragedia che si era
consumata una mattina.
Da un giorno all’altro
il suo metabolismo aveva subìto un cambiamento
improvviso.
Se prima poteva
mangiarsi una confezione intera di biscotti al cioccolato il giorno
della gara, dopo aver compiuto ventitré anni poteva permettersi
solo l’involucro.
Vivevano in città da un
po’, ormai; si erano trasferiti perché lui potesse provarci sul
serio. Catherine lavorava come infermiera al Prince of Wales, nei
pressi di Randwick.
Cavalcava già da qualche
anno, quando a un tratto Ted aveva cominciato a sentirsi strano,
diverso. E poi un giorno, qualche ora prima dell’alba, aveva
compiuto il rituale viaggio al gabinetto, e la bilancia gli aveva
detto la verità; e così pure lo specchio. Aveva la pelle tesa, e un
aspetto pieno. Il viso aveva perso l’espressione tarda, lenta. Ma a
che cosa gli serviva? Voleva essere bello, o voleva montare il
cavallo perfetto nella Doncaster? Il mondo aveva smesso di avere
senso.
E la parte peggiore
erano state le mani.
Nella cucina del loro
appartamentino, non aveva nemmeno preso in considerazione l’idea di
fare colazione; si era seduto al tavolo, lo sguardo fisso sulle
mani… non aveva mai visto niente di così carnoso. Erano
grasse.
Per cinque lunghi anni
aveva lavorato e digiunato.
Aveva fatto bagni
turchi.
Vissuto di foglie di
lattuga.
Il giornale andava a
leggerlo in auto, nelle ore più calde, con i finestrini chiusi, e
con indosso il completo da allenamento più nuovo e più pesante.
Tagliava prati in giubbotto e jeans, infilati sopra una muta da
sub. Soffriva di crampi, era irritabile. Correva con dei sacchi per
l’immondizia legati alle gambe, sotto pantaloni invernali di lana.
Questi erano i vizi delle corse, insieme a mille sogni repressi…
sogni di barrette Crunchie e di torte al cioccolato, e pensieri
impuri di formaggio.
C’erano poi i normali
incidenti sul lavoro: era stato sbalzato via, si era fratturato
entrambi i polsi. Si era beccato un calcio in faccia. Era finito
due volte sotto gli zoccoli, in pista. Nella terza corsa a Warwick
Farm, un cavallo davanti a lui aveva perso un ferro; lo aveva
colpito sopra l’orecchio. Sarebbe potuta andare molto, molto
peggio.
Quando la sua carriera
si avviava al tramonto, era ormai un soldato o un cocchiere
dell’antichità. Partecipare a una gara era come andare in
battaglia. In mezzo a quel purgatorio che aveva nello stomaco, al
mal di denti, alle emicranie e alle vertigini, il risultato finale
era stato un brutto caso di piede d’atleta, preso nell’antro
profondo che era lo spogliatoio dei fantini…
«E quello», raccontava
spesso a Carey, che allora aveva sette anni, mentre si recavano
all’ippodromo in auto, «fu il colpo di grazia.»
Il fatto è che Ted Novac
le stava mentendo, perché a dargli il colpo di grazia non erano
stati né il piede d’atleta né i morsi della fame, e tantomeno le
privazioni o la disidratazione. Era stato un cavallo,
naturalmente.
Un gigantesco sauro, The
Spaniard.
The Spaniard era un
animale magnifico, dal cuore grande, come Kingston Town, o Phar
Lap. E perdipiù non era stato castrato, il che significava che
poteva portare avanti la stirpe.
All’epoca Ted lavorava
con Ennis McAndrew, noto addestratore che somigliava a un manico di
scopa.
Quando il cavallo era
arrivato nella sua scuderia, McAndrew aveva fatto una
telefonata.
«Quanto pesi,
ultimamente?»
Il numero che aveva
composto era quello di Ted Novac.
The Spaniard partecipava
a tutte le corse importanti, di un miglio o anche di lunghezza
superiore.
Poteva scattare,
fermarsi, era in grado di fare qualunque cosa gli si
chiedesse.
Piazzarsi al secondo o
al terzo posto era un fallimento.
Arrivare quarto era un
disastro.
Sopra di lui c’era
sempre Ted Novac, il cui nome finiva regolarmente sui giornali,
insieme alle fotografie in cui aveva un sorrisetto stampato sul
volto – o forse era una smorfia per calmare il prurito? No. Quando
montava The Spaniard non gli capitava mai; lo lasciava dormire per
metà gara, lo incitava leggermente per un furlong, e poi lo portava
alla vittoria.
Verso la fine della
carriera del cavallo, anche Ted stava pensando di
mollare.
C’era solo una corsa che
non erano riusciti a mettersi in tasca, e no, non era quella capace
di fermare un’intera nazione. Di quella non importava nulla né a
McAndrew, né a Ted, né ai proprietari del cavallo. No. Era la Cox
Plate, quella cha agognavano. Nella testa dei veri esperti, era la
numero uno.
Per Ted era stata una
tragica presa in giro.
Perché non era riuscito
a rientrare nei limiti di peso.
Era fuori limite anche
nella categoria «peso per età», di cui conosceva molto bene gli
scaglioni. Aveva fatto come sempre. Aveva falciato un centinaio di
prati. A casa, era collassato nella doccia. La decisione era stata
presa con una settimana di anticipo, lo spaventapasseri gliel’aveva
comunicato mettendogli una mano sulla spalla… E, naturalmente, The
Spaniard era arrivato primo.
Anni dopo, gli costava
ancora fatica raccontarlo a Carey. Un altro fantino – il sempre
affabile e baffuto Max McKeon – aveva superato gli avversari
all’esterno, sull’evanescente rettilineo di Moonee Valley, e The
Spaniard aveva vinto per una lunghezza.
Lui, Ted Novac, aveva
ascoltato la radiocronaca in auto, sul vialetto di
casa.
Vivevano in un altro
quartiere di corse, all’epoca – al numero 11 di Archer Street, anni
prima di Penny e Michael –, e lui aveva sorriso e pianto, pianto e
sorriso.
Aveva avvertito un
prurito, ma non si era grattato.
Era un uomo con i piedi
in fiamme.
Per un periodo, dopo
essersi ritirato, aveva continuato a cavalcare, e in città era
molto noto per i suoi allenamenti mattutini in pista. Ma ben presto
erano tornati in campagna. A Catherine piaceva, e insieme avevano
preso la decisione migliore – e insieme peggiore – della loro vita,
ossia quella di tenere la vecchia casa in Archer Street. Se non
altro, le corse gli avevano concesso quella
possibilità.
Erano passati gli anni,
e avevano avuto dei figli. Ted era aumentato di peso, raggiungendo
quello naturale per il suo fisico – a cui forse si aggiungeva
qualche chilo, quando non si tratteneva con il dolce. A quel punto,
credeva di esserselo meritato.
Faceva molti lavori,
commesso in un negozio di scarpe e in una videoteca, bracciante in
una fattoria dove si allevava bestiame, e in alcuni era piuttosto
bravo. Ma la sua attività preferita era quella del mattino, quando
andava a correre nell’ippodromo vicino. Gallery Road, così lo
chiamavano.
Ed era stato allora che
aveva ricevuto il suo soprannome: Trackwork Ted.
Due incidenti avevano
contribuito a definirlo come persona.
Il primo quando
l’addestratore, McAndrew, aveva portato due promettenti fantini a
guardare gli allenamenti. Era un martedì. Il cielo era biondo e
raggiante.
«Lo
vedete?»
McAndrew non era
cambiato quasi per nulla.
Solo i capelli erano un
po’ più bianchi.
Ai due giovani aveva
indicato il fantino che stava sfrecciando davanti a
loro.
«Li vedete i talloni? E
le mani? Monta quel cavallo come se non fosse nemmeno in
sella.»
Ma i due ragazzi erano
l’arroganza fatta persona.
«È grasso», aveva
osservato uno, e l’altro aveva riso, e McAndrew li aveva
schiaffeggiati con violenza. Due volte, sul mento e sulle
guance.
«Eccolo. Sta tornando.»
Parlava come gli addestratori di ogni parte del mondo. Guardando
verso la pista. «E, per la cronaca, quell’uomo ha cavalcato più
cavalli vincenti di quanti ne cavalcherete voi due bastardi in
tutta la vostra vita. E vincerà ancora.»
In quel momento era
arrivato Ted, a piedi.
«McAndrew!»
E McAndrew gli aveva
rivolto un largo sorriso. «Ehi, Ted.»
«Come mi
trovi?»
«Mi sono chiesto perché
diamine Pavarotti fosse venuto fin qui per fare il
fantino.»
Si erano stretti in un
abbraccio affettuoso, e si erano dati qualche pacca sulla
schiena.
Avevano ripensato a The
Spaniard.
Il secondo incidente era
avvenuto alcuni anni dopo, quando i ragazzi Novac avevano tredici e
dodici anni, e Carey, la femminuccia, solo otto. Sarebbe stata
l’ultima giornata di Trackwork Ted all’ippodromo.
Erano le vacanze di
primavera, aveva piovuto e l’erba era alta e verde (è sorprendente
quanto la lascino crescere, per i purosangue), e il cavallo aveva
sgroppato, scaraventando via Ted, e tutti quanti l’avevano visto
cadere. Gli addestratori avevano tenuto lontani i ragazzi, ma in
qualche modo Carey era riuscita ad avvicinarsi; si era fatta strada
passando tra le gambe della gente, e la prima cosa che aveva notato
era stato il sudore misto a sangue sul suo viso, e poi la
clavicola, spezzata e piegata.
Quando si era accorto di
lei, aveva fatto un sorriso, più simile a una smorfia.
«Ehi,
bambina.»
Quell’osso, così
bianco.
Così nudo e puro, come
la luce del sole.
Era disteso sulla
schiena, e degli uomini in salopette con gli stivali ai piedi, che
fumavano sigarette, avevano stabilito che fosse meglio non
muoverlo. Si erano ammassati attorno a lui, rispettosi. All’inizio
aveva cercato di capire se si fosse spezzato l’osso del collo,
perché non sentiva più le gambe.
«Carey», aveva
detto.
Dio… il sole, il
sudore.
Un sole che stava
sorgendo, esitante.
Che rotolava lungo il
rettilineo.
Eppure lei non era
riuscita a smettere di guardare, mentre era lì in ginocchio, vicino
a lui. Guardava il sangue e lo sporco che si fondevano come code di
auto sulle sue labbra. Jeans e camicia di flanella erano
incrostati. Anche la zip del gilet si era sporcata. C’era un che di
selvaggio che sembrava uscire da lui, dilaniandolo.
«Carey», l’aveva
chiamata, ancora, ma questa volta aveva aggiunto dell’altro.
«Potresti grattarmi le dita dei piedi?»
Ma certo.
Il delirio.
Credeva di essere
tornato al periodo felice del piede d’atleta, e aveva sperato di
distrarla. «Non badare alla clavicola… quel prurito mi sta
uccidendo!»
Ma, quando le aveva
sorriso, non era più riuscito a trattenersi.
Lei si era chinata sugli
stivali per slacciarli, e lui aveva urlato di dolore.
Il sole era sceso e
l’aveva inghiottito.
In ospedale, qualche
giorno dopo, era arrivato un medico impegnato a fare il giro di
visite.
Aveva stretto la mano ai
ragazzi.
E aveva scompigliato i
capelli di Carey.
Una zazzera da
maschiaccio color castano, dai riflessi ramati.
La luce era bianca come
una clavicola.
Dopo aver controllato i
progressi di Ted, aveva guardato amichevolmente i
ragazzi.
«Ditemi, voi tre: che
cosa farete da grandi?» aveva chiesto, ma i maschi non erano
riusciti a spiccicare parola; era stata Carey a sorridergli, mentre
strizzava gli occhi per via della luce abbagliante che filtrava
dalla finestra. Aveva indicato con disinvoltura il suo papà, che
giaceva malconcio sul letto.
Aveva già imboccato la
sua strada.
Quella strada che
l’avrebbe portata da Clay, in Archer Street.
«Io diventerò come
lui.»