War of the Roses
Passò altro tempo.
Settimane, quasi un mese, che i due trascorsero facendo varie cose.
Cominciarono, giustamente, dalla parte più difficile.
Spostarono la terra dal fiume.
Lavoravano dall’alba al tramonto, e pregavano che non piovesse, perché allora sarebbe stata fatica sprecata. Se l’Amahnu avesse ricominciato a scorrere, furioso, avrebbe portato con sé limo e terriccio.
La sera si mettevano seduti in cucina, o sul bordo del divano, al tavolino, a perfezionare il progetto. Disegnarono due modelli distinti, dell’armatura temporanea e del ponte vero e proprio. Michael Dunbar era matematico e metodico riguardo agli angoli della pietra. Parlava al ragazzo di traiettoria, e di come ogni singolo blocco dovesse essere perfetto. Clay aveva la nausea dei cunei.
Esausto fisicamente e mentalmente, si trascinava in camera e leggeva. Tirava fuori gli oggetti dalla scatola di legno, uno per uno. Accendeva la fiamma una volta.
Gli mancavano tutti, e sempre di più, settimana dopo settimana. E poi, nella cassetta della posta arrivò una busta. All’interno, c’erano due lettere scritte a mano.
Una di Henry.
Una di Carey.
Aspettava quel momento da quando si trovava lì, all’Amahnu; non le aprì subito, però. Risalì il letto del fiume fino ai massi e agli eucalipti, e si sedette tra le chiazze di ombra e sole.
Le lesse nell’ordine in cui le aveva tirate fuori.
Ciao Clay,
grazie della lettera della scorsa settimana. Per un po’ l’ho voluta tenere per me, prima di farla vedere agli altri… non chiedermi perché. Ci manchi. Nel tuo messaggio non racconti praticamente niente, ma ci manchi. Soprattutto alle tegole del tetto, mi verrebbe da dire. E a me, il sabato… Ai mercatini dell’usato mi porto Tommy, ma quel ragazzino è inutile come le tette su un toro. Lo sai.
Il minimo che tu possa fare è venire a trovarci. Prima togliti il pensiero e finisci quello che devi finire. Dannazione, quanto tempo ci vuole per costruire un ponte, comunque?
Tuo,
Egregio Henry Dunbar
P.S. Puoi farmi un favore? Quando torni, chiamami e fammi sapere a che ora pensi di arrivare. Dobbiamo esserci tutti. Tanto per essere sicuri.
Mentre leggeva la lettera, Clay provò soltanto riconoscenza, per l’«henrytudine» di quelle parole. Suo fratello disponeva di un patrimonio inesauribile di stronzate, e non poté non averne nostalgia. E poi, Henry era un gentiluomo; la gente spesso se lo dimenticava, quando parlava di lui: vedeva solo interesse personale e soldi. Ma si stava meglio con lui al proprio fianco.
Poi c’era il messaggio di Tommy: Henry aveva chiesto a lui e a Rory di scrivere qualcosa. O, più probabilmente, li aveva costretti. Tommy per primo.
Ciao Clay,
non ho molto da dire, a parte il fatto che Achilles sente la tua mancanza. Mi sono fatto aiutare da Henry, con gli zoccoli… quando si dice una persona INUTILE!!!!! (E manchi anche a me.)
E poi Rory.
Ohi, Clay… torna a casa, Cristo santo. Mi mancano le nostre chiacchierate a quore aperto.
Ah ah!
Hai pensato che non sapessi scrivere correttamente cuore, eh?
Ehi, fammi un favore. Dai un abbraccio da parte mia a papà.
Scherzavo. Dagli un calcio nei coglioni, ok? Ma daglielo bene.
E digli: «QUESTO TE LO MANDA IL FOTTUTISSIMO RORY!»
Torna.
Buffo: era sempre Rory che riusciva ad arrivare a lui, per qualche motivo, che gli faceva sentire le cose con la massima gravità. Forse perché era il genere di persona che non voleva amare niente e nessuno, ma amava Clay, e glielo dimostrava nei modi più assurdi.
Caro Clay,
come faccio a dirti in una lettera quanto mi manchi, e che cosa provo quando vado al Surrounds, il sabato, e ti immagino accanto a me? Non mi sdraio. Non faccio niente. Ci vado, e spero solo che tu venga, invece non vieni, e io lo so perché. Perché deve essere così, suppongo.
È buffo, perché queste ultime settimane sono state le migliori di sempre, e non posso nemmeno raccontartelo a voce.
Ho montato per la prima volta. Ci credi??? Era mercoledì, e ho montato War of the Roses, un vecchio cavallo che è lì solo per fare numero, e non l’ho mai frustato, gli parlavo e basta, l’ho portato al traguardo usando soltanto briglie e staffe, e alla fine è arrivato terzo. Terzo!!! Merda! Mamma è venuta all’ippodromo per la prima volta, dopo anni. I nastri erano neri, bianchi e blu. Ti dirò tutto quando tornerai a casa, anche se per poco. Ho un’altra gara la prossima settimana…
Dio, sono talmente su di giri che non ti ho nemmeno chiesto come stai.
Mi manca vederti sul tetto.
Quasi dimenticavo… Ho finito di leggere Il cavatore, per l’ennesima volta. So perché lo ami tanto. Ha fatto tutte quelle cose grandiose. Spero che tu riesca a costruire qualcosa di eccezionale, là. Lo farai. Devi. E lo farai.
A presto, mi auguro. Ci vediamo al Surrounds.
Ti passerò le mie dritte.
Promesso.
Con amore,
Carey
Be’. Voi che cosa fareste?
Che cosa direste?
Lassù, Clay lesse e rilesse quelle parole tante volte. E capì.
Gli ci volle un bel po’, ma alla fine calcolò di essere via da settantasei giorni, ed ebbe la certezza che l’Amahnu fosse il suo futuro. Ma era giunto il momento di tornare a casa e di affrontarmi.
Il ponte d'argilla
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