Il vento che soffia da sud e che di notte spazza la costa
Naturalmente, Abbey Hanley non aveva mai voluto distruggerlo.
Era soltanto una di quelle cose.
Ma una di quelle cose che poi si trasformano in altre cose, che portano ad altre coincidenze, e che tanti anni dopo portano a ragazzi e cucine, a ragazzi e odio… e senza quella ragazza perduta da tempo non ci sarebbe stato nulla.
Niente Penelope.
Niente fratelli Dunbar.
Niente ponte, e niente Clay.
Tanti anni prima, quando al centro della storia c’erano Michael e Abbey, era tutto aperto, tutto meraviglioso.
Lui la amava con le linee e con i colori.
La amava più di Michelangelo.
La amava più del David, e di quegli schiavi-statue che lottavano per uscire dalla pietra.
Alla fine della scuola, avevano ottenuto entrambi buoni voti, voti che spalancavano loro le porte della città. Erano numeri che suscitavano meraviglia, e che potevano spingerli a fuggire.
In Main Street, avevano ricevuto qualche pacca sulla spalla.
Congratulazioni da alcune persone.
Ma c’era stato anche chi aveva mostrato un lieve disdegno, che sembrava sottintendere: Perché-diavolo-volete-andare-via? Si trattava soprattutto degli uomini, in particolare quelli un po’ più avanti con gli anni, con i loro volti maturi, che tenevano un occhio chiuso per via del sole. Le parole uscivano irregolari.
«E così te ne vai in città, eh?»
«Sissignore.»
«Signore? Non ti sei ancora trasferito, cazzo!»
«Merda… chiedo scusa.»
«Be’, non permettere a quella gente di trasformarti in una testa di cazzo, eh?»
«Può ripetere?»
«Mi hai sentito… Non lasciare che ti cambino come fanno con ogni bastardo che se ne va. Non dimenticare mai da dove vieni, ok?»
«Ok.»
«E neanche quello che sei.»
«Ok.»
Chiaramente, Michael Dunbar veniva da Featherton ed era un bastardo, e una potenziale testa di cazzo. Il fatto è che nessuno gli aveva mai detto: «E non fare niente che ti possa procurare un appellativo come Assassino».
Il mondo là fuori era enorme, e le possibilità erano infinite.
Il giorno in cui erano arrivate le risposte, Abbey gli aveva detto di aver aspettato la lettera accanto alla cassetta della posta. Michael avrebbe quasi potuto dipingere la scena.
Il cielo vuoto.
Una mano sul fianco.
Era rimasta a cuocersi sotto il sole una ventina di minuti, prima di tornare a una sdraio sotto un ombrellone a migliaia di chilometri dal mare. Poi era andata a prendere un frigo portatile, e dei ghiaccioli; Dio, doveva andarsene di lì.
In città, Michael stava lanciando mattoni a un tizio sopra un’impalcatura, che a sua volta li lanciava a un collega. Da qualche parte, molto più su, qualcuno li stava disponendo uno sull’altro, e intanto sorgeva un nuovo pub per minatori, contadini e minori.
A pranzo, era tornato a casa e aveva visto il suo futuro, piegato, che sbucava dal cilindro riservato alla pubblicità.
Aveva ignorato il presagio, e aveva aperto la busta. Aveva sorriso.
Quando aveva telefonato a Abbey, lei stava ansimando per aver fatto il vialetto di corsa. «Io la sto ancora aspettando! Questa maledetta città vuole torturarmi ancora un’ora o due, suppongo, tanto per punirmi.»
Ma più tardi, quando lui era tornato al lavoro, si era presentata in cantiere ed era andata a mettersi alle sue spalle, e Michael si era voltato e aveva lasciato cadere i mattoni, uno per lato. L’aveva guardata in faccia. «Allora?»
Abbey aveva annuito.
Aveva riso, e aveva riso anche lui, fino a quando non era piovuta una voce in mezzo a loro.
«Ohi, Dunbar, cazzone buono a nulla! Dove sono i miei dannati mattoni?»
Abbey, sempre presente, gli aveva risposto: «Poesia!» E poi se n’era andata, con un ghigno.
Qualche settimana dopo, se n’erano andati.
Esatto, avevano fatto i bagagli ed erano partiti alla volta della città, e come si fa a riassumere quattro anni di apparente, idilliaca felicità? Se Penny Dunbar era brava a usare una parte per raccontare il tutto, c’erano parti che rimanevano tali: semplicemente frammenti e momenti che andavano alla deriva.
Avevano viaggiato per undici ore, fino a quando all’orizzonte non era spuntato lo skyline.
Avevano accostato e l’avevano osservato in tutta la sua lunghezza, e Abbey era andata a sedersi sul cofano.
Poi avevano proseguito fino a entrare in città, fino a diventarne parte, e lei aveva cominciato a studiare economia, mentre lui dipingeva e faceva sculture, sopravvivendo ai geni che lo circondavano.
Avevano tutti e due un lavoro part time.
Abbey serviva drink in un night club.
Michael era muratore, nei cantieri.
La sera si lasciavano cadere sul letto, e cadevano l’una nell’altro.
C’erano pezzi, dati e presi.
Stagione dopo stagione.
Anno dopo anno.
Di tanto in tanto, nel pomeriggio, andavano a mangiare fish and chips sulla spiaggia, e guardavano apparire i gabbiani come per magia, come conigli estratti da un cilindro. Sentivano la miriade di brezze marine, ciascuna diversa dalla precedente, e il peso del calore e dell’umidità. A volte se ne stavano semplicemente seduti lì, mentre arrivava una gigantesca nuvola nera, come una nave madre, e poi correvano sotto la pioggia. Pioggia che cadeva come una città, con il vento che soffiava da sud e che di notte spazzava la costa.
C’erano state tappe, e compleanni, uno in particolare in cui lei gli aveva regalato un libro – una bella edizione con copertina rigida, e caratteri color bronzo – intitolato Il cavatore, e Michael rimaneva alzato fino a tardi a leggere, notte dopo notte, mentre lei dormiva contro le sue gambe. E ogni volta, prima di chiuderlo, tornava alla breve nota biografica dedicata all’autore, dove a metà Abbey aveva scritto:
A Michael Dunbar – l’unico
che amo, e amo
e amo.
Da Abbey
E naturalmente, non molto tempo dopo, erano tornati a casa per sposarsi in una calma giornata di primavera, con i corvi che gracchiavano, fuori, come pirati dell’entroterra.
La madre di lei singhiozzava felice al primo banco.
Il padre di lei aveva scambiato una canottiera da lavoro lisa con un completo.
Adelle Dunbar era seduta accanto al buon dottore, gli occhi che luccicavano dietro un paio di occhiali nuovissimi, con la montatura blu.
Abbey aveva pianto, quel giorno, tutta bagnata, con il vestito bianco e gli occhi grigi.
Michael Dunbar, allora più giovane, l’aveva portata fuori, nel sole.
E tornando in città, qualche giorno dopo, si erano fermati a metà strada, in un punto in cui il fiume era bellissimo e folle, e scendeva furioso a valle. Un fiume dal nome strano, che però loro amavano: Amahnu.
Si erano distesi lì, sotto un albero, i capelli di lei che gli facevano il solletico, lui che non li spostava, mai. E Abbey gli aveva detto che le sarebbe piaciuto tanto tornarci; e lui le aveva risposto: «Ma certo, facciamo un po’ di soldi, costruiamo una casa e veniamo qui quando vogliamo».
Erano Abbey e Michael Dunbar.
Due tra i più felici bastardi che avessero avuto il coraggio di andare via.
E ignari di tutto ciò che sarebbe venuto dopo.
Il ponte d'argilla
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