Sei Hanley
Per Ted e Catherine Novac, la scelta era stata obbligata. Se non fosse diventata apprendista per McAndrew, sarebbe successo con qualcun altro; tanto valeva che andasse con il migliore.
Quando gliel’avevano detto, erano in cucina, e avevano fatto il caffè.
L’orologio ticchettava rumorosamente alle loro spalle.
Lei aveva abbassato gli occhi al pavimento e aveva sorriso.
Aveva quasi sedici anni, all’inizio di dicembre, quando si era trovata in un prato, in città, nel quartiere delle corse, con la spina del tostapane ai suoi piedi. Si era fermata, aveva osservato meglio, e aveva detto: «Guardate, lassù, sul tetto…»
E poi l’aveva rivisto di sera, quando aveva attraversato la strada.
«E? Non vuoi sapere come mi chiamo io?»
La terza volta era stata un martedì, all’alba.
Il suo apprendistato sarebbe cominciato soltanto il mese successivo, ma lei correva già con i ragazzi della Tri-Colors, aveva iniziato qualche settimana prima che McAndrew la obbligasse a farlo.
«Fantini e pugili», era la teoria del vecchio, «hanno quasi lo stesso sangue.» Erano ossessionati dal peso. Dovevano combattere per sopravvivere, e la morte era costantemente in agguato.
Quel martedì di metà dicembre, Carey si stava allenando con i pugili, che come al solito avevano le maglie sudate intorno al collo. I capelli erano sciolti – li portava sempre così – e doveva sforzarsi per tenere dietro agli altri. Erano scesi lungo Poseidon Road. Il consueto profumo di pane che cuoceva nel forno, misto all’odore di metallo che veniva lavorato nei cantieri, e all’angolo con Nightmarch Avenue era stato Clay a notarla, per primo. All’epoca si allenava da solo. Lei indossava shorts e maglietta senza maniche. Quando aveva alzato gli occhi, si era accorta che lui l’aveva vista.
La maglietta era di un blu sbiadito.
Gli shorts erano jeans tagliati.
Per un attimo, si era voltata a guardarlo.
«Ehi, ciao!» l’aveva salutato uno dei pugili.
«Ehi, ciao ragazzi», aveva risposto lui, ma piano, rivolto a Carey.
La volta dopo Clay era sul tetto, faceva caldo ed era quasi sera, ed era sceso per andare da lei, che era sola in mezzo al vialetto.
«Ehi, Carey.»
«Ciao, Clay Dunbar.»
Un sussulto nell’aria.
«Sai il mio cognome?»
Di nuovo, aveva notato i suoi denti non proprio dritti, il vetro di mare.
«Oh sì, voi ragazzi Dunbar siete conosciuti, sai?» Aveva quasi riso. «È vero che date asilo a un mulo?»
«Asilo?»
«Non sarai mica sordo, vero?»
Gliele stava suonando di santa ragione!
Ma in un modo carino, allegro, che lo aveva reso ben disposto a risponderle.
«No.»
«Non state dando asilo a un mulo?»
«No, non sono sordo… Quanto al mulo, è con noi da un po’. E abbiamo anche un border collie, un gatto, un piccione e un pesce rosso.»
«Un piccione?»
Clay si era vendicato. «Non sarai mica sorda, vero? Si chiama Telemachus. I nostri animali hanno i nomi peggiori che tu abbia mai sentito, a parte forse Rosy, o Achilles. Achilles è un bel nome.»
«Ed è il nome del mulo?»
Clay aveva annuito; lei si era fatta più vicina.
Si era voltata verso la periferia.
Senza pensarci, avevano cominciato tutti e due a camminare.
Quando erano giunti all’imbocco di Archer Street, Clay le aveva guardato le gambe, nei jeans; era un ragazzo, dopotutto, e certe cose non passavano inosservate. Non gli erano sfuggite nemmeno le caviglie affusolate, le scarpe di tela consumate – un paio di Volley. Aveva colto ogni suo movimento, aveva notato la canottiera, e intravisto quello che portava sotto.
«È fantastico che io sia finita a vivere in Archer Street», gli aveva detto, all’angolo. Era illuminata dal lampione. «Il primo cavallo ad averla vinta: la Melbourne Cup.»
Allora Clay aveva provato a fare colpo. «Due volte. La prima e la seconda.»
E aveva funzionato, ma solo in parte.
«Sai anche chi lo addestrava?»
Con questa non aveva possibilità.
«De Mestre», gli aveva rivelato lei. «Ne vinse cinque, e nessuno lo sa.»
Erano andati nel quartiere delle corse, percorrendo strade che avevano nomi di purosangue. Poseidon, il cavallo, un campione; e poi c’erano negozi che avevano insegne che i due ragazzi trovavano meravigliose, come The Saddle & Trident Café, The Horse Head Haberdashery, e – chiaramente – il vincitore, il barbiere: The Racing Quarter Shorter.a
Quasi alla fine, vicino a Entreaty Avenue, la strada che saliva al cimitero, avevano fatto una piccola deviazione a destra e imboccato un vicolo, Bobby’s Lane, dove Carey si era fermata ad aspettare.
«Assolutamente perfetto», aveva detto, appoggiandosi alla recinzione. «L’hanno chiamato Bobby’s Lane.»
Anche Clay si era appoggiato allo steccato, a qualche metro da lei.
La ragazza aveva alzato lo sguardo al cielo.
«Phar Lap», aveva detto, e i suoi occhi erano verdi e limpidi. «E non è nemmeno una strada, ma un vicolo; e l’hanno chiamato come la sua scuderia. Non si può non trovarlo stupendo.»
Per un po’ aveva quasi regnato il silenzio, intorno a loro c’era solo quell’atmosfera di declino urbano. Clay naturalmente sapeva ciò che sappiamo quasi tutti, riguardo al cavallo simbolo del nostro Paese. Sapeva della sfilza di vittorie, di come il programma delle corse l’avesse quasi azzoppato, per via del peso eccessivo. Sapeva dell’avventura in America, dove aveva vinto una gara ed era deceduto l’indomani. Come molti di noi, amava la frase che si usava per dire a qualcuno che aveva coraggio, che si impegnava in qualcosa con tutto se stesso.
Hai un cuore grande come Phar Lap.
Non sapeva quello che avrebbe appreso da Carey quella sera, mentre erano appoggiati a una recinzione in un vicolo anonimo.
«Quando Phar Lap morì era primo ministro Joseph Lyons, che quello stesso giorno aveva ottenuto un’importante vittoria presso la corte suprema – qualcosa di cui a nessuno importa più, ormai. Mentre scendeva la scalinata del tribunale gli domandarono: ‘A che serve un verdetto favorevole della corte suprema, ora che Phar Lap è morto?’» Aveva alzato gli occhi che teneva rivolti a terra, posandoli su Clay. E poi aveva guardato il cielo. «Amo molto questa storia», e lui gliel’aveva dovuto chiedere.
«Credi davvero che sia stato ucciso in America, come dicono?»
Carey aveva reagito con un verso di scherno, non era riuscita a trattenersi.
«Nah.»
Felice, ma tanto triste, e risoluta.
«Era un cavallo strepitoso», aveva aggiunto, «ed ebbe la storia perfetta; non l’avremmo amato così tanto, se fosse vissuto ancora.»
Si erano staccati dalla recinzione e avevano camminato parecchio per le vie del quartiere delle corse, da Tulloch, a Carbine, a Bernborough – «Hanno dato nomi di cavalli persino alle piste di atletica!» – e la ragazza conosceva tutti quegli animali. Sapeva il record di ciascuno, quante spanne misuravano, o quanto pesavano, o se partivano in testa oppure aspettavano. In Peter Pan Square, gli aveva raccontato come all’epoca Peter Pan fosse amato quanto Phar Lap: aveva il manto chiaro ed era scandalosamente spaccone. Lì, nella piazza di ciottoli deserta, aveva messo una mano sul muso della statua, e aveva alzato lo sguardo verso Darby Munro. Gli aveva detto di come quel cavallo avesse perso una corsa per aver dato un morso al povero, vecchio Rogilla, uno dei suoi più acerrimi rivali, quando avevano lottato per superarsi a vicenda lungo il rettilineo.
La sua corsa preferita, inevitabilmente, era la Cox Plate (perché era la più amata dai puristi delle corse), e gli aveva elencato i cavalli famosi che l’avevano vinta: Bonecrusher, Saintly, il colosso Might and Power. Il possente Kingston Town, per tre anni di fila.
E poi, alla fine, gli aveva raccontato la storia di Ted e del cavallo, The Spaniard: di come suo padre avesse sorriso tra le lacrime, e avesse pianto mentre sorrideva, e a quel punto erano arrivati al Lonhro Tunnel.
A volte immagino che Clay sia rimasto indietro un momento, aspettando che lei attraversasse. Vedo le luci arancio, sento i treni in transito. C’è persino una parte di me che pensa che lui abbia osservato il suo corpo come una pennellata, i suoi capelli come una scia castana dai riflessi ramati.
Ma poi mi fermo, torno in me, e nella mia mente lui la raggiunge, svelto.
Dopo quella sera, come probabilmente avrete intuito, erano diventati inseparabili.
La prima volta che era salita sul tetto era stata anche la prima volta che erano andati al Surrounds, e quello stesso giorno aveva conosciuto il resto dei fratelli, e aveva accarezzato il grande Achilles.
Era appena cominciato il nuovo anno, e la sua routine di lavoro ormai era stabilita.
Ennis McAndrew faceva a modo suo, e per alcuni addestratori era anormale. Altri lo accusavano di cose peggiori… lo accusavano di essere umano. La gente di quell’ambiente, se ci vuoi stare, ti deve piacere; come dicevano loro stessi, in molti almeno: «Noi delle corse siamo diversi».
Carey doveva essere a Hennessey entro le quattro del mattino, ogni giorno, oppure alla palestra Tri-Colors per le cinque e trenta.
Addestrava i cavalli, faceva esami, ma gli allenamenti in pista non erano contemplati. Per come la vedeva Ennis – con il suo solito atteggiamento da manico di scopa –, pazienza e mitezza erano due cose diverse, la sua volontà di proteggere i ragazzi non andava scambiata per un’attesa eccessiva. Aveva le sue teorie sull’addestramento, e su quando fosse il momento di promuovere un fantino. La scuderia, diceva, aveva bisogno di qualcuno che spalasse.
Spesso, la sera, attraversavano il quartiere delle corse; andavano in Epsom Road. E una volta lui le aveva detto: «Ecco, è qui che l’abbiamo trovato. Non era grandiosa l’ortografia di Sweeney?»
Al ritorno, Carey aveva conosciuto Achilles; Clay le aveva fatto attraversare la casa, in silenzio. Diverse ore prima aveva dato una sistemata, con Tommy.
«Quella era una ragazza?» aveva chiesto Henry.
Erano sdraiati a guardare I Goonies.
Persino Rory era rimasto sbigottito. «Era una donna quella che ho appena visto passare? Ma che diavolo sta succedendo, qui?!»
Eravamo balzati fuori tutti quanti, e lei aveva alzato lo sguardo dallo spazzolone; era venuta verso di noi, un po’ seria, un po’ nervosa. «Scusate se prima non mi sono fermata.» Ci aveva guardato in faccia, uno per uno. «Sono contenta di conoscervi, finalmente», aveva aggiunto, e il mulo si era messo in mezzo, come un parente indesiderato, e, quando lei gli aveva fatto una carezza, si era avvicinato per poi indietreggiare, osservandoci con aria severa.
Che nessuno di voi bastardi osi interromperci, ok?
Questa è geniale, cazzo.
Al Surrounds c’era stato qualche cambiamento.
Il letto era stato distrutto.
La base rubata e bruciata; ragazzini che volevano accendere un fuoco, immagino, il che per Clay andava benissimo: così, il materasso era più difficile da trovare. Quando ci era arrivato, ed era rimasto un momento in silenzio, in piedi, lei gli aveva chiesto il permesso di sedersi sul bordo.
«Certo. Fa’ pure.»
«Vuoi dirmi…» gli aveva domandato, «…che ogni tanto vieni a dormire qui?»
Si sarebbe potuto mettere sulla difensiva, ma aveva deciso che con lei sarebbe stato inutile.
«Sì, è così.»
Carey aveva abbassato la mano, quasi pensasse di poter strappare un pezzo di imbottitura, se avesse voluto. E le parole che avrebbe pronunciato di lì a poco sarebbero sembrate inevitabilmente fuori luogo, se fossero uscite dalle labbra di una qualunque altra persona.
Si era guardata i piedi.
E aveva parlato al terreno.
«È la cosa più strana e più bella che abbia mai sentito.» E poi, forse qualche minuto dopo: «Ehi, Clay?» Lui si era voltato. «Loro come si chiamavano?»
E Clay aveva avuto la sensazione che fosse trascorso tanto tempo, nella quiete e nella tranquillità che regnavano sul bordo di quel materasso, con la sera ormai vicina.
«Penny e Michael Dunbar.»
Sul tetto, le aveva mostrato dove amava sedersi, in parte nascosto dalle tegole, e Carey era stata ad ascoltarlo e aveva osservato la città. Aveva visto tutti quegli spilli di luce.
«Guarda là», gli aveva detto, «Bernborough Park.»
«E là», Clay non era riuscito a trattenersi, «c’è il cimitero. Possiamo andarci… se ti va, è chiaro. Ti mostro come si arriva alla lapide.»
Trascinarla dentro la sua tristezza l’aveva fatto sentire in colpa – più di quanto non si sentisse già –, ma Carey era aperta, ignara. Per lei, conoscerlo era una sorta di privilegio, e aveva ragione. Sono felice che la pensasse così.
In certi momenti Clay era lacerato, tante erano le cose che teneva per sé, e che non lasciava trasparire. Ma con lei ciò che aveva dentro si stava riversando fuori; Carey vedeva in lui quello che altri non erano in grado di vedere.
Era successo la sera stessa, sul tetto.
«Ehi, Clay?» gli aveva detto, mentre guardava la città. «Che cos’hai lì, in tasca?»
Nei mesi a venire, gli avrebbe fatto pressione, in questo senso.
A Bernborough, alla fine di marzo, aveva gareggiato con lui.
Correva come una quattrocentista, non si lamentava della fatica e dello sforzo fisico.
Clay aveva inseguito il suo profilo lentigginoso.
Aveva guardato i suoi polpacci magri.
Solo quando erano passati accanto alla gabbia del lancio del disco l’aveva superata, e lei gli aveva detto: «Non andarci piano, con me. Non osare», e lui non l’aveva fatto. Dopo la curva aveva accelerato; erano arrivati piegati in due, doloranti, con i polmoni straziati e pieni di speranza. E avevano fatto quello per cui erano andati lì.
Avevano preso due respiri brucianti.
E poi lei si era voltata a guardarlo: «Di nuovo?»
«No, credo che sia sufficiente.»
Per la prima volta, Carey aveva allungato un braccio ad afferrare il suo. Se soltanto avesse saputo quanta verità c’era in quello che stava per dire: «Dio, ti ringrazio. Sto morendo».
Era arrivato aprile. Quel giorno si correva, all’ippodromo, e lei gli aveva tenuto in serbo qualcosa.
«Aspetta di vedere questo cavallo», gli aveva detto, e naturalmente parlava di Matador.
Amava guardare allibratori e scommettitori, e quegli uomini sulla cinquantina che andavano lì a spendere i loro soldi: tutti con la barba non rasata, che passavano le giornate a grattarsi le natiche, e portavano odore d’alcol come venti ubriachi. Interi ecosistemi vivevano sotto le loro ascelle. Carey li osservava con tristezza mista ad affetto… Intorno a loro il sole stava tramontando, in più di un senso.
Adorava stare alla recinzione, con la tribuna alle spalle, quando i cavalli arrivavano al rettilineo.
La curva aveva il boato di un uragano.
Urla di uomini disperati.
«Andiamo, Gobstopper, brutto bastardo!»
C’era sempre quell’onda lunga e ampia, fatta di acclamazioni e fischi, di amore e perdite, di bocche spalancate che riversavano parole. Chili di troppo condannati da camicie e giacche che stringevano. Sigarette tenute tra le labbra in varie inclinazioni.
«Muovi quel dannato culo, Shenanigans! Vai, figliolo!»
Le vincite venivano incassate e venerate.
Le sconfitte negoziate.
«Andiamo», gli aveva detto Carey quella prima volta, «c’è qualcuno che devi conoscere.»
*
Dietro le due tribune c’era la scuderia; Clay l’aveva percorsa con lo sguardo, in lungo e in largo: dentro c’erano i cavalli, che aspettavano di correre o si stavano riposando dopo la gara.
Al box numero trentotto c’era lui, enorme, imperturbabile. MATADOR, diceva un cartello digitale, ma Carey lo chiamava Wally. C’era uno stalliere, Petey Simms, con un paio di jeans e una polo a brandelli sopra cui indossava una cintura. Aveva una sigaretta tra le labbra, che teneva in verticale. Si era lasciato sfuggire un ghigno, vedendo Carey.
«Ehi, ragazzina.»
«Ehi, Pete.»
Clay aveva guardato meglio e aveva notato che il manto del cavallo era di un marrone brillante; sul muso aveva un segno bianco, simile a una crepa. Muoveva le orecchie a scatti per scacciare le mosche, ed era molto liscio, anche se si vedevano le vene. Le zampe, simili ai rami di un albero, erano bloccate. La criniera era un po’ più corta del normale, perché sembrava attirare lo sporco più di qualunque altro cavallo nella scuderia. «Persino la terra lo ama!» Così diceva Petey.
E alla fine il cavallo aveva battuto le palpebre, quando Clay gli era andato vicino, gli occhi enormi e profondi, di una gentilezza equina.
«Su», lo aveva incoraggiato Petey, «da’ una carezza a questa grossa bestiaccia.»
Clay aveva lanciato un’occhiata a Carey, chiedendole il permesso.
«Va bene, accarezzalo.»
L’aveva fatto lei per prima, per dimostrargli che non aveva nulla da temere; anche il semplice fatto di toccarlo era paragonabile a un placcaggio frontale.
«Questo maledetto la ama alla follia», aveva commentato Petey.
Era stato diverso dall’accarezzare Achilles.
«Come sta il nostro ragazzo?»
Una voce alle loro spalle, secca. Arida come il deserto.
McAndrew.
Vestito scuro, camicia chiara.
Una cravatta che portava dall’Età del Bronzo.
Petey non gli aveva dato una risposta, però, perché sapeva che il vecchio non ne cercava; stava parlando tra sé e sé. Si era messo tra loro e aveva fatto scorrere le mani lungo l’animale, abbassandosi per controllare gli zoccoli.
«Perfetto.»
Si era tirato su e aveva guardato Carey, e poi Clay.
«E questo chi diavolo è?»
La ragazza gli aveva risposto in tono dolce, ma con una punta di ribellione.
«Signor McAndrew, le presento Clay Dunbar.»
McAndrew aveva sorriso, un sorriso da spaventapasseri, ma era già qualcosa. «Be’, divertitevi ragazzi, perché è il momento di farlo. L’anno prossimo…» aveva aggiunto, in tono più serio, e rivolgendo un cenno a Clay «…questo qui si becca il benservito. I rami secchi vanno tagliati.»
Clay non se ne sarebbe mai dimenticato.
Quel giorno c’era una corsa del Gruppo 2, The Plymouth. Per la maggior parte dei cavalli, richiedeva il massimo impegno; per Matador era semplice riscaldamento. Era stato dato due a uno.
I suoi colori erano oro e nero.
Casacca nera con maniche oro per il fantino.
Carey e Clay erano in tribuna, e lei era nervosa per la prima volta dall’inizio della giornata. Quando il fantino era già in sella, aveva guardato nell’area di preparazione, e aveva visto Petey, che le faceva segno di raggiungerlo. Lui era con McAndrew, alla recinzione. Si erano fatti strada in mezzo alla folla. Quando si erano aperti i cancelli, Clay aveva guardato, mentre l’anziano si torceva le mani. Gli occhi rivolti alle scarpe, aveva parlato.
«Dov’è?» aveva chiesto.
E Petey gli aveva risposto.
«Terz’ultimo.»
«Bene.» E poi la domanda successiva. «Leader?»
«Kansas City.»
«Merda! Quello sgobbone. Significa che è una corsa lenta.»
E l’annunciatore l’aveva confermato.
«Kansas City da Glass Half Full e una lunghezza a Woodwork Blue…»
Di nuovo McAndrew. «Lui com’è?»
«Si sta battendo.»
«Pilota del cazzo!»
«Però lo sta gestendo.»
«Sarà meglio, maledizione.»
Alla curva, non c’era stato più motivo di preoccupazione.
«Eccolo. Arriva. Matador!»
(Lo speaker sapeva bene come usare la punteggiatura.)
E in quel momento il cavallo aveva raggiunto la testa del gruppo. Aveva superato tutti dall’esterno e aveva allungato il vantaggio. Il fantino, Errol Barnaby, era raggiante, in sella.
Sollievo, per il vecchio McAndrew.
E poi Pete aveva detto qualcosa, con la sigaretta ridotta ormai in cenere.
«Pensi che sia pronto per Queen?» E McAndrew aveva fatto una smorfia e se n’era andato.
L’ultima scommessa, però, era venuta da Carey.
Aveva piazzato un dollaro, e aveva dato la vincita a Clay… che l’aveva ben spesa tornando a casa.
Due dollari e qualche spicciolo messo insieme.
Patatine fritte con una montagna di sale.
Quello sarebbe stato l’ultimo anno di corse per Matador, che aveva vinto tutte le gare a cui aveva partecipato, tranne quelle che contavano.
Quelle del Gruppo 1.
Ogni volta si era trovato ad affrontare uno tra i cavalli più incredibili del suo tempo, o di tutti i tempi; una femmina, grande, scura e maestosa, amata dal Paese intero. Era il non plus ultra, dicevano, e la paragonavano agli altri.
Da Kingston Town a Lonhro.
Da Black Caviar a Phar Lap.
In scuderia era Jackie.
In pista era Queen of Hearts.
*
Matador era un cavallo eccezionale, certo, ma si trovava in una situazione molto simile a quella di un baio potente di nome Hay List, che perdeva sempre con Black Caviar.
Ennis McAndrew e il proprietario non avevano avuto scelta. Non erano molte le corse del Gruppo 1 della distanza giusta, e Queen of Hearts avrebbe preso parte a tutte. Era imbattuta, e imbattibile. Vinceva di sei o sette lunghezze – di due, se rallentava prima del traguardo. Con Matador vinceva di una lunghezza soltanto, una volta appena di mezza testa.
I suoi colori erano quelli di una carta da gioco.
Bianco, con cuori rossi e neri.
Vicino a lei, Matador sembrava un bambino, o nella migliore delle ipotesi un giovane adulto goffo e sgraziato; aveva il manto del marrone più scuro che si possa immaginare, al punto che tanti credevano erroneamente che fosse nera.
In TV, facevano primi piani ai cancelli di partenza.
Lei svettava sugli avversari.
Era sempre vigile e all’erta.
E poi un’impennata, e spariva.
La seconda volta che si erano trovati a correre insieme quell’autunno, al TJ Smith, Matador sembrava averla in pugno. Il fantino l’aveva lasciato andare parecchio prima della curva, e il vantaggio sembrava irrecuperabile. E invece Queen of Hearts se l’era mangiato. Con cinque o sei passi, si era portata in testa e ci era rimasta fino alla fine.
Una folla enorme circondava il box numero quattordici.
Da qualche parte, là dentro, c’era lei, Jackie, Queen of Hearts.
Al numero quarantadue c’erano solo pochi appassionati, oltre a Petey Simms e Carey. E c’era anche Clay.
Lei gli aveva accarezzato la macchia bianca sul muso.
«Bella corsa, ragazzo.»
Petey era d’accordo. «Pensavo l’avesse battuta… ma Queen è formidabile.»
A metà, intorno alla stalla numero ventotto, i due allenatori si erano dati una stretta di mano. E si erano scambiati poche parole, lo sguardo rivolto altrove.
Per qualche motivo, a Clay era piaciuta molto quella parte.
Gli era piaciuta più della corsa in sé.
Verso metà inverno, il cavallo era stato sostituito, dopo un’altra sconfitta contro la sua nemesi. Questa volta era stato un massacro; l’aveva battuto di quattro lunghezze. Matador era arrivato poco più avanti del resto del gruppo. Avevano guardato la corsa in TV, al Naked Arms, in diretta su Sky. La corsa si svolgeva nel Queensland.
«Povero vecchio Wally», aveva commentato Carey, e poi aveva chiamato il barista, un tizio di nome Scotty Bils. «Ehi, che ne dici di portarci un paio di birre mentre ci commiseriamo?»
«Vi commiserate?» aveva replicato lui, con un ghigno. «Ehi, Queen ha vinto! E, a parte questo, siete minorenni.»
Carey era rimasta disgustata. Dalla prima frase, non dalla seconda.
«Dai, Clay, andiamo via.»
Il barista allora l’aveva guardata, e poi aveva guardato Clay. Anche se non sapeva dove, era certo di averlo già visto. C’era qualcosa tra loro, ne era certo.
Quando finalmente aveva realizzato, i due erano praticamente fuori dalla porta.
«Ehi», li aveva chiamati, «sei tu… sei uno di loro… qualche anno fa… non è vero?»
Era stata Carey a parlare.
«Uno di loro chi?»
«Sette birre!» aveva urlato Scotty Bils, che aveva perso quasi tutti i capelli, e Clay era tornato indietro, e gli aveva risposto: «Erano buone».
Che cosa vi avevo detto?
Carey Novac aveva la capacità di farsi raccontare le cose dalle persone, anche se Clay era il più tosto di tutti. Fuori dal pub, quando si era appoggiato al muro, si era messa accanto a lui. Erano vicini, le loro braccia si toccavano.
«Sette birre? Ma di che stava parlando quel tipo?»
Clay aveva infilato la mano in tasca.
«Perché ogni volta che sei a disagio tocchi quello che tieni lì dentro, qualunque cosa sia?» Lo stava guardando in faccia, gli stava facendo pressione.
«Non è niente.»
«No, non è vero.»
Aveva scosso la testa e aveva deciso di correre il rischio; aveva abbassato la mano verso la tasca.
«Fermati.»
«Oh, e dai, Clay!»
Si era messa a ridere, e con le dita aveva toccato la stoffa dei pantaloni; l’altra mano era andata alle costole… ed è sempre un momento orribile e angoscioso quando un volto si accende, e poi cambia; l’aveva afferrata e spinta via.
«SMETTILA!»
L’urlo di un animale spaventato.
Lei era caduta all’indietro, mentre balbettava qualcosa; solo una mano le aveva impedito di finire a terra, ma non si era lasciata aiutare quando lui si era offerto di tirarla su. No, si era accasciata contro il muro, portandosi le ginocchia alla gola. Clay aveva cominciato a dire qualcosa. «Mi dispiace…»
«No… non scusarti.» Aveva rivolto un’occhiata feroce al ragazzo accanto a lei. «No, Clay.» L’aveva ferita, e voleva fare lo stesso con lui. «Che diavolo hai che non va? Perché sei così…»
«Così? Così come?»
Così strambo, cazzo.
Il gergo dei ragazzi, in ogni parte del mondo.
Parole che erano calore rovente, in mezzo a loro.
Erano rimasti lì seduti forse un’ora, dopo l’incidente, e Clay si era interrogato su quale fosse il modo migliore per rimediare, ammesso che fosse possibile: il sapore livido del conflitto.
Aveva tirato fuori la molletta, dolcemente, e l’aveva tenuta in mano.
Gliel’aveva appoggiata sulla coscia.
«Ti racconterò tutto», le aveva detto, ma sommessamente. «Tutto quello che posso, tranne questo.» Avevano guardato la molletta, in mezzo a loro due. «Ti dirò delle sette birre, dei soprannomi di mamma… di suo padre, che aveva i baffi come quelli di Stalin. Sembravano accampati sopra la bocca.»
Carey aveva ceduto appena, aveva sorriso.
«Così l’aveva descritto lei, una volta.» La voce di Clay era ridotta a un sussurro. «…Però della molletta non posso dirti nulla. Non ancora.» Era riuscito a convivere con se stesso sapendo che alla fine gliel’avrebbe detto… quando per lei fosse giunto il momento di allontanarsi.
«Ok, Clay, aspetterò.» Si era tirata su, e aveva fatto alzare anche lui; lo aveva perdonato mostrandosi inflessibile. «Quindi, per ora, raccontami il resto.» Lo aveva detto come in pochi dicono certe cose. «Raccontami tutto.»
E l’aveva fatto.
Le aveva raccontato tutto ciò che vi ho detto finora, e anche molto altro di cui ancora non vi ho parlato – tralasciando solo uno stendino nel cortile dietro casa –, e Carey era riuscita a fare quello che a nessun altro era riuscito, vedendo esattamente le cose che a lui per qualche motivo sfuggivano.
Quando erano andati di nuovo al cimitero, e si erano aggrappati alla recinzione con le dita, gli aveva allungato un pezzetto di carta.
«Ho pensato», gli aveva detto, mentre il sole si ritirava, «a quella donna che lasciò tuo padre… e al libro che portò via con sé.»
Le lentiggini sul suo viso erano quindici coordinate, completate da una sedicesima più in basso, sul collo… perché là, su quel biglietto sgualcito, c’erano un nome e diversi numeri… e il nome che aveva scritto era Hanley.
«Ce ne sono sei», aveva aggiunto lei, «nell’elenco telefonico.»
a. La traduzione italiana dei locali è: Caffè sella e forcone; Merceria testa di cavallo; Barba e capelli più corti nel quartiere delle corse. (N.d.T.)
Il ponte d'argilla
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