L’entrata trionfale
Naturalmente Henry doveva fare la sua entrata
trionfale, in quella serata di pugni, piume e fratelli.
Se ci ripenso, mi sembra
l’ultima ondata della nostra adolescenza collettiva. Proprio come
era successo a Clay, individualmente, quando era uscito dal tunnel
degli spogliatoi al Bernborough Park per l’ultima volta, così
accadde quella sera a Henry e a noi. Nei giorni successivi, a fasi
alterne, ci sarebbe stata una sorta di attesa; un saluto finale
alle vestigia della nostra giovinezza, e della nostra
stupidità.
Una giovinezza che non
avremmo più rivisto. Non saremmo più stati così.
Non accadde molto più
tardi. La TV era accesa.
Dopo svariate
discussioni, Rain Man
aveva lasciato il posto a un film che mi
aveva regalato Rory un anno a Natale. Bachelor Party. Per citare
mio fratello, se proprio dovevamo guardare stronzate degli anni
Ottanta, tanto valeva che fossero fatte bene. Per Henry, in quel
film Tom Hanks era nel periodo di massimo splendore, prima che
cominciasse ad accettare ruoli merdosi e a vincere Golden Globe e
cazzate del genere; aveva fatto delle ricerche.
Eravamo lì seduti, tutti
e quattro.
Io mi ero messo del
ghiaccio sulle mani.
Rory e Tommy
ridevano.
Hector era stravaccato
come una coperta a strisce color acciaio, e faceva le fusa in
grembo a Tommy.
Clay era sul divano,
stava guardando il film in silenzio, e sanguinava
tranquillo.
Eravamo alla parte
preferita di Rory, quella in cui l’ex fidanzato della protagonista
cade nudo attraverso la capote di un’auto… E in quel momento arrivò
Henry.
Prima il rumore dei
passi.
Poi le chiavi lasciate
cadere.
Poi lui che
entrava.
E un viso sorridente e
coperto di sangue, illuminato dalla luce che investiva la soglia
del salotto.
«Che cosa?!» urlò.
«Brutti bastardi, è uno scherzo? State guardando
Bachelor Party senza di me?»
All’inizio nessuno di
noi ci fece caso.
In realtà Clay sì, ma
non poteva muoversi.
Noi tre eravamo troppo
presi dal caos sullo schermo.
Solo alla fine della
scena Rory vide in che stato era, e allora furono imprecazioni, un
silenzio attonito e bestemmie. Conclusi io con un lungo e sonoro:
«Ge-sù Cristo…»
Henry, imperturbabile,
si buttò sul divano e guardò Clay. «Scusa il ritardo.»
«Nessun
problema.»
Era stato il suo piano
fin dall’inizio; rincasare conciato più o meno così, appena prima
di Clay, per distrarmi. Il problema era che i due ragazzi della
linea dei duecento metri avevano impiegato molto più del previsto
per convincersi a pestarlo – ed era servito molto più alcol – e poi
naturalmente aveva mollato l’auto ed era tornato a piedi da
Bernborough Park. A quel punto era talmente ubriaco e malconcio che
quasi strisciava, e in effetti, ripensandoci, credo sia stato uno
dei suoi momenti idioti più memorabili. Aveva pianificato tutto, se
l’era cercata… e l’aveva fatto per Clay.
Lo studiò con una punta
di soddisfazione. «Bello rivederti, comunque. Contento di essere a
casa? Noto che Matthew ti ha steso il tappeto rosso, quel coglione
pieno di muscoli.»
«È tutto a posto. Me lo
sono meritato.» Clay si voltò verso di lui, e rimase scioccato
rendendosi conto dei danni. Le labbra, in particolare, erano quasi
inguardabili; gli zigomi sembravano cotti e carbonizzati. «Non so
se vale lo stesso per te, però.»
«Oh», rispose Henry,
allegro. «Sì, vecchio mio.»
«E?» Questo ero io, al
centro del salotto. «Vuoi spiegarci che cosa cazzo sta
succedendo?»
«Matthew», biascicò
Henry con un sospiro, «stai innerrompendo il film.» Ma
sapeva. Se aveva assoldato Schwartz e Starkey (e la sua ragazza,
saltò fuori) per farsi ridurre così, io avrei dovuto finirlo.
«Vedete, signori», ci disse con un ghigno, e i denti erano ridotti
come l’osso appena spolpato da un macellaio, pieni di sangue, «se
mai voleste avere un aspetto come il mio, vi bastano un boy-scout
biondo con i pugni di ferro, un delinquente con l’alito nauseabondo
e la ragazza di quest’ultimo, che picchia più forte degli altri due
messi insieme…»
Provò a dire dell’altro,
ma non ci riuscì, perché nei secondi successivi il salotto prese a
ondeggiare, e le battute del film divennero sempre più divertenti.
D’un tratto cadde in avanti e andò addosso al televisore, facendolo
finire sul pavimento.
«Merda!» strillò Rory.
«Sta rovinando uno dei film più belli di tutti i tempi…» Ma era lì,
pronto ad afferrarlo, anche se non riuscì a salvare i giochi da
tavolo. Né la gabbia, che precipitò sul pavimento come un fragoroso
applauso da stadio.
Poco dopo ci
accovacciamo tutti attorno a Henry, sulla moquette piena di sangue
e di peli di gatto. E di cane. E… Gesù, quelli erano peli di
mulo?
Era
svenuto.
Quando si riprese, Tommy
fu il primo che riconobbe. «Il piccolo Tommy, giusto? Il
collezionista di animali… e Rory, la palla al piede umana… e ahh,
tu sei Matthew, vero? Mr Affidabilità.» E infine, la voce colma
d’affetto: «Clay. Quello che sorride. Sei stato via anni,
anni! Te lo dico
io!»
E quelle parole le
sentimmo bene tutti quanti.
Il film andava ancora,
sghembo, sul pavimento, la gabbia era inclinata e senza sportello…
e più a sinistra, vicino alla finestra, la boccia del pesce si era
capovolta, in quel trambusto. Ce n’eravamo accorti solo quando
l’acqua ci era arrivata ai piedi.
Henry si voltò a
guardare il film, spostando appena la testa, mentre noi quattro
eravamo impegnati a fissare T, il piccione che usciva dalla gabbia,
sul pavimento, e superava il pesce rosso, puntando dritto alla
porta d’ingresso. Chiaramente, aveva compreso molto bene la
situazione: per qualche ora sarebbe stato meglio andare altrove.
Oh, e poi era parecchio incazzato. Un po’ camminava, un po’
sbatteva le ali. Camminava e sbatteva le ali. Gli serviva solo una
valigia. Una volta, si girò persino e, fumante di rabbia nelle sue
piume grigie e viola, sembrò dire: «Bene, ecco fatto. Sono uscito,
gente… vi auguro tanta cazzo di fortuna».
Quanto al pesce,
Agamennon, si dimenava, si girava, prendeva boccate d’aria cercando
acqua; saltellava per la moquette. Doveva essercene dell’altra, da
qualche parte, là fuori, e, dannazione, l’avrebbe
trovata.