La mano di un ragazzino
Clay andò verso il fiume, che era secco,
scolpito nel suolo. Tagliava il paesaggio come una ferita.
Lungo il bordo, mentre
scendeva, notò alcune travi di legno sperdute, semisepolte nel
terreno. Sembravano schegge fuorimisura, inclinate e ammaccate,
depositate lì dalla corrente. E in quel momento avvertì un altro
cambiamento.
Solo cinque minuti prima
si era detto che non era né un figlio né un fratello. Ma lì, sotto
gli ultimi brandelli di luce, all’interno di quella che gli
sembrava la bocca di un gigante, qualunque ambizione di egoismo era
svanita. In che modo si può andare dal proprio padre, se non come
un figlio? Come si può lasciare la propria casa senza la
consapevolezza delle origini? Quelle domande si arrampicavano
accanto a lui, che stava risalendo la sponda opposta del
fiume.
Nostro padre l’avrebbe
sentito arrivare?
Sarebbe andato incontro
a quello sconosciuto vicino al letto del suo fiume?
Una volta in cima, Clay
cercò di non pensarci; fu percorso da un brivido. Il borsone
pesava, sulla schiena, e la valigia tremava in quella che d’un
tratto era semplicemente la mano di un ragazzino.
Michael Dunbar:
l’Assassino.
Nome, cognome e
soprannome.
Clay lo vide, in mezzo a
un campo ormai scuro, davanti alla casa.
Lo vide, come lo vediamo
noi, da lontano.