Le loro vite prima che arrivassimo noi
Nella marea del passato dei Dunbar, Michael e Penelope si erano incrociati, e naturalmente era cominciato tutto con il pianoforte. Dovrei dire anche che per me è sempre stato un mistero l’inizio della loro storia, trovavo inconcepibile che in un momento come quello avessero pensato di poter trovare finalmente quella felicità destinata a durare. Credo sia così per tutti i genitori: la vita che avevano prima che arrivassimo noi.
Quel pomeriggio di sole, qui in città, avevano spinto lo strumento giù per Pepper Street, e si erano lanciati qualche sguardo, mentre i tre uomini battibeccavano.
«Ohi!»
«Che c’è?»
«Non ti hanno assunto per la tua bellezza, sai?»
«Cosa intendi?»
«Che devi spingere! Muovilo in questa direzione, idiota. Di qui.»
E poi, sottovoce: «Qualunque cifra ci diano, non basta se dobbiamo sopportare lui, dico bene?»
«Già, non basta no.»
«Andiamo! La ragazza si sta impegnando più di voi due messi insieme.» Il capo si era rivolto a Penelope, da sopra il pianoforte. «Ehi, per caso ti serve un lavoro?»
Lei aveva accennato un sorriso. «Oh no, grazie. Ne ho già diversi.»
«Si vede. Non come quei due inutili… ohi! Da questa parte!»
E in quel momento, in quel preciso momento, lei si era voltata, e l’uomo del civico 37 aveva sollevato gli angoli della bocca in un sorriso cordiale, che poi aveva ritirato e nascosto dentro di sé.
Ma nell’appartamento, dopo che il pianoforte era stato sistemato vicino alla finestra, Michael Dunbar non si era fermato. Lei gli aveva chiesto che cosa gradisse in cambio dell’aiuto, se vino o birra, o magari vodka (l’aveva detto sul serio?), ma lui non ne aveva voluto sapere. Le aveva detto arrivederci e se n’era andato. Quando si era messa a suonare, però, l’aveva visto fermo ad ascoltarla: le prime note per sentire il suono dello strumento.
Era fuori, vicino ai bidoni dell’immondizia.
Quando si era alzata per guardare meglio, lui se n’era andato.
*
Durante le settimane successive, avevano capito entrambi che stava succedendo qualcosa.
Non si erano mai visti prima di quel pomeriggio, ma da allora avevano iniziato a incontrarsi ovunque. Se lui era in coda da Woolworths con la carta igienica sotto il braccio, lei era nella fila accanto con un sacchetto di arance e un pacco di biscotti glassati VoVo. Dopo il lavoro, quando Penelope tornava in Pepper Street, lo vedeva scendere dall’auto, un po’ più avanti.
Lei (e questo la metteva un po’ in imbarazzo) vagava spesso per l’isolato, solo per quella manciata di secondi che impiegava per passare davanti a casa sua. Chissà se era sulla veranda. O se la luce della cucina era accesa. Magari sarebbe uscito per invitarla a bere un caffè, o un tè, o a fare qualunque altra cosa. Ed era giusto così, pensando a Michael e Moon, e alle passeggiate per Featherton di tanti anni prima. Anche quando si sedeva al pianoforte, spesso Penelope dava un’occhiata fuori, per vedere se fosse di nuovo vicino ai bidoni.
Dal canto suo, Michael resisteva.
Non voleva tornare là, dove era tutto bello, ma poteva guastarsi. In cucina pensava a Penelope, e al piano, e alle stanze infestate dalla presenza di Abbey. Vedeva le braccia di quella donna nuova, l’amore nelle sue mani, mentre aiutava a spingere lo strumento lungo la via… Ma non riusciva a convincersi ad andare da lei.
Alla fine, mesi dopo, in aprile, Penny si era infilata un paio di jeans e una camicia.
Si era incamminata lungo Pepper Street.
Era buio.
Si era detta che era ridicola, che era una donna e non una ragazzina. Che aveva percorso migliaia di chilometri per arrivare lì. Che era stata in un gabinetto con il pavimento color del vino, immersa nei bisogni degli altri fino alle caviglie, quindi questo non era nulla, proprio nulla in confronto. Poteva senz’altro varcare il cancello e andare a bussare alla porta di quell’uomo.
Certo che poteva.
E l’aveva fatto.
*
«Salve?» aveva detto. «Ma credo che… spero… si ricorda di me?»
Lui aveva un’aria calma, come la luce; lo spazio dietro di lui, nel corridoio. E poi, di nuovo, quel sorriso. Era riaffiorato subito, e dopo un istante si era perduto. «Certo che mi ricordo… il pianoforte.»
«Sì.» Penelope si stava agitando, e non era inglese quello che le si formava in bocca; ogni frase era una piccola punizione. Aveva dovuto girarci attorno. In qualche modo era riuscita a chiedergli se gli avrebbe fatto piacere passare da lei. Avrebbe potuto suonare qualcosa al piano, cioè, se a lui andava, e poi aveva caffè, e plum-cake all’uvetta, e…
«Biscotti glassati VoVo?»
«Sì…» Perché tutto quell’imbarazzo? «Sì. Sì, ne ho qualcuno.» Se n’era ricordato. Se n’era ricordato.
Se n’era ricordato e, malgrado gli avvertimenti e l’autocontrollo, quel sorriso che aveva trattenuto era uscito. Era stato un po’ come in quei film di guerra – quelli comici – in cui la recluta sfigata e incapace riesce a superare un muro e cade dall’altra parte; stupida e goffa, ma felice di avercela fatta.
E Michael Dunbar si era arreso.
«Mi farebbe molto piacere… ho sentito solo qualche nota quel giorno, quando le hanno consegnato il piano.» Poi aveva aspettato un momento. Un lungo momento. «Be’… perché non entra?»
L’atmosfera in casa sua era amichevole, ma qualcosa la innervosiva. Penelope non riusciva a capire che cosa fosse, ma Michael lo sapeva perfettamente. La vita che aveva avuto un tempo, ormai andata.
In cucina, si erano presentati.
Lui l’aveva invitata ad accomodarsi su una sedia.
Si era accorto che lei aveva notato le sue mani ruvide e sporche di polvere, e così era cominciato tutto. Per un bel po’ – tre ore, almeno – erano rimasti seduti al tavolo di legno, caldo e pieno di graffi. Avevano bevuto tè con latte e biscotti, e avevano parlato di Pepper Street e della città. Del lavoro di lui, in cantiere, e di quello di lei, che faceva pulizie. Si era davvero sorpreso nel sentire com’era fluente il suo inglese, quando aveva smesso di preoccuparsene. Dopotutto, aveva tante cose da dirgli.
Del suo arrivo in un Paese nuovo. Dell’oceano.
Dello choc e della soggezione che aveva provato davanti al vento che soffiava da sud.
A un certo punto le aveva chiesto di parlargli ancora del suo Paese, e di come fosse arrivata lì, e Penelope si era toccata il viso. Si era scostata una ciocca di capelli biondi da un occhio, e lentamente la marea era defluita. Si era ricordata della ragazzina pallida che ascoltava il padre mentre le leggeva quei libri, ancora e ancora; aveva pensato a Vienna, all’esercito di brandine. Perlopiù, tuttavia, aveva parlato del pianoforte, e del mondo freddo e desolato che vedeva dalla finestra. Aveva parlato di un uomo e dei suoi baffi, e di un amore senza emozione.
Con assoluta calma e tranquillità, gli aveva detto: «Sono cresciuta con la statua di Stalin».
Avevano trascorso la serata a raccontarsi le rispettive storie, che li avevano portati a essere quello che erano.
Michael le aveva detto di Featherton, degli incendi, delle miniere. Del cinguettio degli uccelli in riva al fiume. Non le aveva parlato di Abbey, non ancora, ma lei era sempre lì, al margine di tutto.
Quando Penelope gli aveva parlato degli scarafaggi, da cui era terrorizzata, lui si era messo a ridere, ma comprensivo; aveva notato un accenno di meraviglia, sulle sue labbra, quando gli aveva parlato delle case di carta.
A mezzanotte passata si era alzata per andare via e si era scusata per tutte quelle chiacchiere, ma Michael Dunbar aveva detto: «No».
Al lavello, lui aveva lavato tazze e piattini.
Penelope si era messa ad asciugare, era rimasta.
In lei si era destato qualcosa, e apparentemente anche in lui. Anni di delicata desolazione. Intere città non godute, non vissute. E in quel momento si erano resi conto entrambi di non essere mai stati così sfrontati, così a loro agio; e un’altra verità era emersa. Doveva essere così.
Bando alle attese, all’educazione.
La loro parte selvaggia era venuta fuori.
Presto, per lui era diventato troppo.
Non avrebbe sopportato quella pacata sofferenza un secondo di più; e così aveva fatto un passo avanti, allungando le mani, e aveva rischiato. Le dita ancora sporche di schiuma.
Le aveva afferrato il polso, con calma e decisione.
Non avrebbe saputo dire come o perché, ma le aveva messo l’altra mano sul fianco e, senza pensarci, l’aveva tenuta stretta e l’aveva baciata. L’avambraccio di lei era bagnato, come anche i vestiti, almeno quel pezzetto di camicia… e lui aveva chiuso la mano a pugno, stringendo il tessuto.
«Gesù, mi dispiace, io…»
E Penelope Lesciuszko lo aveva spaventato a morte.
Gli aveva preso la mano bagnata e se l’era messa sotto la camicia: in quello stesso punto, ma sulla pelle. E gli aveva detto una frase dell’Est.
«Jeszcze raz.»
Assolutamente tranquilla, molto seria, con un sorriso appena accennato, come se le cucine fossero state costruite a quello scopo.
«Significa», tradusse, «ancora.»
Il ponte d'argilla
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