L’Assassino non era sempre stato
l’Assassino
Sì. Clay uscì e si fece avanti, ma verso chi –
esattamente – stava andando, in quel pomeriggio? Chi era davvero
quell’uomo, da dove veniva, e quali decisioni o indecisioni lo
avevano reso la persona che era e che non era? Se ci rappresentiamo
il passato di Clay come una marea che gli piombava addosso, allora
dobbiamo pensare che l’Assassino aveva viaggiato verso quella marea
partendo da una terra lontana e arida, e che non era mai stato un
bravo nuotatore. Forse, è meglio riassumere tutto così: nel
presente, c’era un ragazzo diretto a ciò che fino a quel momento
era un ponte esistente solo nella fantasia,
nell’immaginazione.
Nel passato, c’era stato
un altro ragazzo, il cui cammino – dopo aver percorso una distanza
maggiore, e dopo molti più anni – si era concluso lì. Ma in età
adulta.
A volte sono costretto a
ricordarlo a me stesso.
L’Assassino non era
sempre stato l’Assassino.
Come Penelope, era
venuto da lontano, ma da un posto che si trovava in
quel posto, dove
le strade erano roventi e ampie, e la terra era gialla e secca.
Tutt’intorno si allungava una macchia selvatica di arbusti bassi e
di eucalipti, e la gente aveva la schiena curva e le spalle
cadenti; viveva sudando costantemente.
Di quasi tutte le cose,
ce n’era una sola.
Una scuola elementare,
una scuola superiore.
Un fiume, un
dottore.
Un ristorante cinese, un
supermercato.
E quattro
pub.
In fondo alla città
c’era una chiesa sospesa in aria, all’interno della quale la gente
bolliva: gli uomini in completo, le donne in abiti dai disegni
floreali, i bimbi in camicia e calzoncini, tutti smaniosi di
togliersi le scarpe.
Quanto all’Assassino, da
bambino sarebbe voluto diventare dattilografo, come la madre. Lei
lavorava per l’unico medico della città, e trascorreva le sue
giornate nell’ambulatorio, a battere sui tasti della vecchia
Remington grigia come proiettili di arma da fuoco. A volte gli
chiedeva di trasportarla a casa, per scrivere lettere. «Dai, facci
vedere i tuoi muscoli», gli diceva. «Mi aiuti con la vecchia MDS?»
E lui sorrideva, mentre la seguiva con la macchina
sottobraccio.
Sua madre portava gli
occhiali, la montatura rosso-segretaria.
Il suo corpo era
rotondo, seduto alla scrivania.
Aveva una voce
compassata, e i suoi colletti erano sempre robusti e inamidati.
Intorno a lei i pazienti aspettavano seduti, chi sudato con il
cappello, chi sudato con il vestito a fiori, chi sudato e con un
bambino che tirava su col naso. Aspettavano tenendo in grembo il
loro sudore. Ascoltavano Adelle Dunbar che dava affondi e ganci
sinistri, alle prese con la macchina da scrivere, in un angolo.
Paziente dopo paziente, il vecchio dottor Weinrauch usciva
dall’ambulatorio come il contadino armato di forcone in quel
quadro, American
Gothic, e li guardava raggiante, ogni
volta. «Chi è il prossimo a salire sul ceppo per essere decapitato,
Adelle?»
Per abitudine, lei
controllava la sua agenda. «Toccherebbe alla signora Elder»,
rispondeva, e di chiunque si fosse trattato – di una donna
claudicante con la tiroide pigra, di un anziano zuppo d’alcol con
il fegato in salamoia, o di un ragazzino con le croste sulle
ginocchia, con una misteriosa irritazione dentro le mutande – si
alzavano a turno e, sudando, passavano nello studio dove elencavano
i propri disturbi… E, seduto in mezzo a loro, sul pavimento, c’era
il figlio piccolo della segretaria. Sulla moquette consumata
costruiva torri, leggeva innumerevoli giornalini a fumetti, pieni
di crimini, di caos e di boom. Evitava gli sguardi
torvi dei compagni lentigginosi che a scuola gli davano il
tormento, e faceva volare navicelle spaziali per la sala d’aspetto:
un gigantesco sistema solare in miniatura, in una gigantesca città
in miniatura.
La città si chiamava
Featherton,a anche se non aveva
nulla di più – rispetto a un qualunque altro posto – che la facesse
somigliare a un pennuto. Naturalmente, dal momento che viveva in
Miller Street, vicino al fiume, la sua camera era spesso invasa,
almeno durante il periodo delle piogge, dai versi degli uccelli che
volavano in stormo, simili a strilli e risate. A mezzogiorno i
corvi pranzavano con le carcasse degli animali investiti, saltando
via quando sopraggiungeva un semirimorchio. Nel tardo pomeriggio, i
cacatua lanciavano il loro richiamo stridente, con gli occhi neri e
la testa gialla, bianchi nel cielo ustionante.
Comunque sia, pennuti o
no, Featherton era famosa per qualcos’altro.
Era un luogo di fattorie
e di bestiame.
Dove c’erano miniere
profonde.
E, soprattutto, era un
posto di fuoco.
Era una città in cui a
volte partiva una sirena, e uomini di ogni età e aspetto, oltre a
qualche donna, si allacciavano la zip della tuta arancione e
affrontavano le fiamme. Di solito, sullo sfondo del paesaggio
spoglio, nero e stecchito, facevano tutti ritorno ma, quando il
fuoco divampava più violento, capitava che andassero in trenta e
più, e uscissero barcollando in ventotto o ventinove; con gli occhi
tristi, il petto squassato dalla tosse, ma calmi. E in quei
momenti, ragazzi e ragazze con le braccia e le gambe pelle e ossa,
e i volti già anziani, si sentivano dire: «Mi dispiace, figliolo» o
«Mi dispiace, tesoro».
Prima di essere
l’Assassino, lui era stato Michael Dunbar.
Figlio unico di una
madre single.
Come potete vedere,
sotto molti aspetti era la perfetta altra metà di Penelope; erano
identici e opposti, come se rispettassero una simmetria che era
frutto di un progetto o del destino stesso. Lei veniva da un luogo
lontano e circondato d’acqua, lui da un luogo lontano e arido. Lui
era figlio unico di una madre single, lei figlia unica di un padre
single. E da ultimo, come stiamo per vedere – e questo era lo
specchio, il parallelismo che senz’altro era stato voluto dal fato
– mentre lei suonava Bach, Mozart e Chopin, lui era ossessionato da
una forma d’arte tutta sua.
Michael aveva otto anni.
Una mattina, durante le vacanze di primavera, era seduto nella sala
d’aspetto dell’ambulatorio, e c’erano trentanove gradi; lo diceva
il termometro sullo stipite della porta.
Vicino a lui c’era
l’anziano signor Franks, che odorava di pane tostato.
Aveva ancora dei residui
di marmellata tra i baffi.
Accanto, c’era una
bambina della sua scuola, Abbey Hanley.
Con i capelli neri e
sciupati e le braccia muscolose.
Michael aveva appena
aggiustato una navicella spaziale.
Il postino, il signor
Harty, aveva qualche difficoltà a entrare, e lui aveva lasciato il
piccolo giocattolo grigio accanto ai piedi della bambina ed era
andato ad aiutare il sofferente portalettere, che lì sulla soglia
sembrava uno sfortunato messia illuminato dalla luce infernale alle
sue spalle.
«Ehi,
Mikey.»
Per qualche motivo
detestava quando lo chiamavano così, ma il giovane futuro-assassino
si era schiacciato contro lo stipite per farlo passare. Si era
voltato giusto in tempo per vedere Abbey Hanley che si alzava per
entrare dal dottore, e schiacciava l’astronave con un piede.
Portava un paio di possenti infradito.
«Abbey!» l’aveva
richiamata la madre, ridendo. Poi si era lasciata sfuggire una
serie di note imbarazzate. «Non è stato molto carino.»
Il ragazzino, che aveva
assistito al triste evento, aveva chiuso gli occhi. A otto anni
sapeva già molto bene cosa significasse «brutta troia», e non aveva
paura di pensarlo. Del resto, limitarsi a pensarlo non dava alcuna
soddisfazione, e comprendeva perfettamente anche questo. La bambina
aveva sorriso, e aveva pronunciato uno «Scusa» senza un briciolo di
vergogna, per poi avviarsi con passo pesante verso lo studio del
vecchio Weinrauch.
A un metro da lui, il
postino aveva alzato le spalle. Gli mancava un bottone nel punto in
cui il ventre sporgeva in avanti con fiera determinazione. «Hai già
problemi con le ragazze, eh?»
Maledettamente
divertente.
Michael aveva sorriso e,
in tono sommesso, aveva detto: «Non mi pare. Non credo l’abbia
fatto apposta». Brutta
stronza.
Harty aveva insistito.
«Oh, invece sì.»
Franks
pane-tostato-e-marmellata aveva dato un colpo di tosse e fatto un
sorrisetto compiaciuto, d’accordo con il portalettere, quindi
Michael aveva provato a cambiare argomento. «Che cosa c’è nella
scatola?»
«Io consegno e basta,
ragazzo. Che ne dici se la metto qui e ti arrangi tu? È per tua
madre, c’è l’indirizzo di casa, ma ho pensato di portarla in
ambulatorio. Coraggio, aprila.»
*
Quando la porta si era richiusa, Michael
l’aveva guardata di nuovo.
Aveva girato intorno
alla scatola con sospetto, perché d’un tratto gli era venuto in
mente di che cosa doveva trattarsi. Aveva già visto contenitori
simili, in passato.
Il primo anno era stato
recapitato di persona, con sincere condoglianze, e con una
montagnetta di scones
ammuffiti.
Il secondo, l’avevano
lasciato sulla veranda.
Questa volta l’avevano
semplicemente spedito per posta.
Carità per bambini
carbonizzati.
Naturalmente, Michael
Dunbar non era carbonizzato, niente affatto, ma apparentemente lo
era la sua vita. Ogni anno, all’inizio della primavera, quando
qualche delinquente cominciava ad appiccare incendi nei boschi, un
gruppo filantropico locale chiamato Associazione dell’Ultima Cena
si faceva carico del compito di rallegrare l’esistenza delle
vittime di incendio, avessero o meno riportato delle ustioni.
Adelle e Michael Dunbar soddisfacevano tutti i requisiti, e anche
quell’anno la scatola era arrivata con le migliori intenzioni, ma
piena di stronzate. Pupazzi e peluche erano sempre sgradevolmente
mutilati. Ai puzzle – garantito – mancava qualche pezzo. Gli omini
Lego erano senza gambe, braccia o testa.
Quel giorno Michael era
andato a prendere senza entusiasmo un paio di forbici ma, quando
era tornato per aprire la scatola, persino il signor Franks non era
riuscito a tenere a freno la curiosità e aveva sbirciato
all’interno. Il ragazzo aveva tirato fuori una sorta di ottovolante
con delle palline da pallottoliere a un’estremità, poi dei Lego
(quelli giganti, per bambini di due anni).
«Cos’è, hanno rapinato
una dannata banca?» aveva commentato Franks, che finalmente si era
pulito la marmellata.
C’era anche un
orsacchiotto con un occhio solo e metà naso. Vedete? Brutalizzato.
Pestato nel vicolo buio di qualche bambino, tra la camera da letto
e la cucina.
Una collezione di
Mad Magazine (ok, niente male, peccato mancasse l’ultima pagina da
piegare, su tutti i numeri).
E da ultimo… che strano…
che cos’era?
Che cosa diavolo
era?
Quelli dell’associazione
lo stavano prendendo in giro?
Perché lì, sul fondo
della scatola – a tenere insieme le fondamenta – c’era un
calendario intitolato Uomini che
cambiarono il mondo. Forse volevano
che lo sfogliasse per trovare una figura paterna?
Ma certo, sarebbe andato
subito al mese di gennaio, e a John F. Kennedy.
O ad aprile: Emil
Zátopek.
A maggio: William
Shakespeare.
A luglio: Ferdinando
Magellano.
A settembre: Albert
Einstein.
O a dicembre: qui la
pagina riportava una breve storia, e l’opera di un ometto con il
naso rotto, che nel tempo sarebbe diventato l’oggetto
dell’ammirazione del futuro assassino.
Naturalmente, sto
parlando di Michelangelo.
Il quarto
Buonarroti.
La cosa più strana di
quel calendario non era il contenuto, quanto il fatto che fosse
vecchio; era dell’anno precedente. Probabilmente era servito a
irrobustire il fondo della scatola, ed era stato chiaramente usato.
Aprendo le singole pagine, oltre alla foto o allo schizzo dell’uomo
del mese, si vedevano degli scarabocchi in corrispondenza delle
varie date: eventi, cose da fare.
4 febbraio:
Revisione auto.
19 marzo:
Maria M. – compleanno.
27 maggio:
Cena con Walt.
Chiunque fosse stato il
possessore precedente, aveva cenato con Walt l’ultimo venerdì di
ogni mese.
Ma apriamo una piccola
parentesi su Adelle Dunbar, la receptionist con gli occhiali dalla
montatura rossa.
Era una donna
pratica.
Quando Michael le aveva
mostrato la scatola di Lego e il calendario, aveva inclinato gli
occhiali, con un’espressione corrucciata. «Ma è…
usato?»
«Già.» D’un tratto, il
ragazzino si era scoperto contento di quello strano regalo. «Posso
tenerlo?» le aveva chiesto.
«Ma è dello scorso anno…
da’ qui, fammi dare un’occhiata.» L’aveva sfogliato. Non aveva
avuto una reazione esagerata. Forse per un attimo le era passato
per la testa di andare bellicosa dalla donna responsabile
dell’invio, ma poi non l’aveva fatto. Aveva mandato giù quella
scintilla di rabbia. L’aveva impacchettata nella sua voce
compassata e appropriata e, come il figlio, c’era passata sopra.
«Credi che ci sia un calendario dedicato alle donne che hanno
cambiato il mondo?»
Michael non aveva saputo
che cosa rispondere. «Non lo so.»
«Be’, tu credi che
dovrebbe esserci?»
«Non lo
so.»
«Ci sono un sacco di
cose che non sai, eh?» aveva commentato Adelle, però poi aveva
sorriso. «Davvero vuoi tenerlo?»
Davanti alla possibilità
di dovervi rinunciare, l’aveva desiderato più di ogni altra cosa al
mondo. Aveva annuito, con rinnovato vigore.
«D’accordo, allora.» A
quel punto erano arrivate le condizioni, che sua madre gli aveva
elencato con un ghigno. «Perché non mi parli di ventiquattro donne
che in qualche modo hanno contribuito a cambiare il mondo? Dimmi i
loro nomi e spiegami che cos’hanno fatto. E io ti permetterò di
tenere il calendario.»
«Ventiquattro?» aveva
esclamato lui, indignato.
«C’è forse qualche
problema?»
«Gli uomini sono
soltanto dodici!»
«Ventiquattro donne.»
Adelle cominciava proprio a divertirsi. «E vedi di far sparire quel
muso, se non vuoi che diventino trentasei.» Si era risistemata gli
occhiali, e aveva ripreso a lavorare, mentre Michael era tornato
nella sala d’aspetto. Dopotutto, c’erano le palline di un
pallottoliere da spingere in un angolo, e i numeri di
MAD da
difendere. Le donne avrebbero dovuto attendere.
Dopo un minuto, si era
riavvicinato alla madre, impegnata alla macchina da
scrivere.
«Mamma?» fece,
deciso.
«Sì,
tesoro?»
«Posso mettere Elizabeth
Montgomery nell’elenco?»
«Elizabeth
chi?»
Era il suo telefilm
preferito; le repliche andavano in onda ogni pomeriggio. «Hai
presente… l’attrice di Vita da
strega?» E Adelle non era riuscita a
trattenersi. Era scoppiata a ridere, e aveva concluso la frase con
un potente punto finale.
«Certamente.»
«Grazie.»
Preso dal breve dialogo
con sua madre, Michael non si era accorto che Abbey Hanley era
tornata di là, con le lacrime agli occhi e un braccio dolorante,
reduce dall’infame ghigliottina del dottore.
Se l’avesse notata,
avrebbe pensato: Be’, una cosa è sicura. Tu nel mio elenco non ci
entri.
Ed era accaduto quello
che potrebbe accadere con un pianoforte che deve essere consegnato,
o nel parcheggio di una scuola, se capite che cosa intendo. Potrà
sembrare strano, ma un giorno quella ragazzina l’avrebbe
sposata.