Achilles alle quattro del mattino
E se non l’avessero tenuta?
La casa all’11 di Archer
Street.
Se soltanto non fossero
tornati.
Perché non l’avevano
semplicemente venduta, quando si erano trasferiti, invece di fare i
previdenti e tenerla per affittarla?
Ma no… non posso seguire
questa linea di pensiero.
Ancora una volta, posso
fare soltanto una cosa, e cioè raccontare.
Era arrivata lì che
aveva quasi sedici anni, in quella via abitata da ragazzi e da
animali, che a quel punto includevano un mulo.
*
L’inizio: la sera di marzo, quando Clay aveva
corso e vinto i campionati nazionali.
A ES Marks.
Io gli avevo
amorevolmente fasciato i piedi con il nastro adesivo.
Il ragazzo che si era
piazzato secondo veniva dalla campagna, da Bega.
C’era voluto un po’ per
convincere Clay a fermarsi dopo la gara.
Lui non voleva il podio,
né la medaglia; voleva soltanto Achilles.
Aveva battuto il record
nazionale di poco più di un secondo, che a quei livelli – dicevano
– era ridicolo. Gli ufficiali di gara gli avevano stretto la mano.
E intanto lui pensava a Epsom Road.
Quando eravamo usciti
dal parcheggio e ci eravamo immersi nel traffico del tardo
pomeriggio, lui mi aveva guardato attraverso lo specchietto
retrovisore, e io avevo ricambiato. Quel che è giusto è giusto,
sembrava volermi intimare. La medaglia d’oro era al collo di Rosy,
maledetta lei, che ansimava in grembo a Tommy. Con un’occhiata, in
silenzio, gli avevo detto: Sei fortunato ad aver rifiutato di
mettertela… perché adesso la userei per strangolarti.
Eravamo passati da casa
per far scendere Rory e Henry.
E anche il
cane.
Stava per smontare anche
Tommy, ma Clay gli aveva messo una mano sul braccio.
«Tommy, tu vieni con
noi.»
Quando eravamo arrivati
là, la sera, lui ci stava aspettando alla recinzione, e chiamava, e
urlava al cielo. Mi era tornato in mente l’annuncio sul giornale:
«Non sgroppa», avevo ripetuto, «non raglia»; ma Clay mi aveva
completamente ignorato, e Tommy era già innamorato. Il quinto
membro dell’innocuo branco.
Questa volta ci eravamo
trattenuti più a lungo, e la roulotte si era mossa, come scossa da
qualcuno, ed era venuto fuori un uomo. Indossava dei pantaloni
vecchi e vissuti e una camicia, e sul volto aveva un sorriso
complice. Ci aveva raggiunti velocemente, per quanto glielo
consentissero le gambe, un po’ come uno zoppo che spinge un camion
su per un pendio.
«Siete voi i bastardi
che danno da mangiare a questo
miserabile e vecchio bastardo?» ci aveva
chiesto, con un ghigno da ragazzino. Era l’uomo che aveva
conosciuto Penelope quel giorno, al di là della recinzione, quando
era stata a vedere la casa al 18 di Archer Street? Non lo sapremo
mai.
Ormai si stava facendo
buio.
Lui si chiamava Malcolm
Sweeney.
Fisicamente, era una
ciambella vestita.
Era stato fantino, poi
apprendista, poi spalamerda di stalla abilitato. Aveva il naso di
un alcolizzato. Malgrado l’aspetto giovanile, avreste potuto
nuotare nelle profondità del suo viso. Stava per trasferirsi a
nord, da sua sorella.
«Potremmo far entrare il
bambino? Vorrebbe accarezzarlo…» avevo chiesto, e Malcolm Sweeney
era stato felice di accontentarci. Mi aveva fatto tornare in mente
il personaggio di un libro che avevo letto una volta,
Il cattivo un po’ schivo tra il folle e il
giulivo, pieno di sorrisi ma anche di
rimpianti.
«Avete letto l’annuncio
sul Tribune?» ci aveva domandato.
Clay e io avevamo
annuito, e Tommy era già passato di là; stava accarezzando la testa
del mulo. Malcolm aveva ripreso a parlare. «Si
chiama…»
«Non ci serve sapere il
suo nome», lo aveva informato Clay, ma il suo sguardo era fisso su
Tommy.
Io avevo sorriso a
Sweeney, sperando di risultare incoraggiante, e poi mi ero
avvicinato a Clay. «Mio fratello le darà i duecento dollari», avevo
detto all’uomo, e d’un tratto avevo assunto un’espressione quasi
accigliata. «Ma si senta libero di chiedergliene
trecento.»
C’era stata una risata,
che mi era parsa un ricordo del passato.
«Duecento», aveva
ribadito, «il prezzo è quello.»
Clay e Tommy erano alla
recinzione.
«Achilles?» aveva
domandato il piccolo.
«Achilles», aveva
confermato Clay.
Finalmente, avevano
pensato. Finalmente.
*
Con Achilles avevamo dovuto giocare
d’anticipo, però, e in questo c’era bellezza e stupidità, buon
senso ed eccentricità pura e semplice; difficile capire da dove
cominciare.
Avevo dato un’occhiata
alle norme del comune, e c’era una sorta di regolamento – risalente
al 1946 – in base al quale il bestiame poteva essere tenuto
all’interno della proprietà a patto di mantenere quest’ultima in
buone condizioni. «I suddetti animali», recitava, «non possono in
alcun modo nuocere alla salute, alla sicurezza e al benessere delle
persone residenti nella proprietà stessa, o in quelle confinanti…»
Il che, tra le righe, significava che potevi tenere qualunque
bestia, se nessuno si lamentava. Quindi, avevamo dovuto parlare con
la signora Chilman, l’unica vicina che avessimo.
Ero andato da lei un
pomeriggio e mi aveva invitato a entrare, ma eravamo rimasti sulla
veranda. Mi aveva chiesto di aprirle un vasetto di marmellata e,
quando avevo accennato al mulo, all’inizio le rughe sul suo viso,
sulle guance, si erano fatte più profonde. Poi aveva riso, una
risata profonda, che saliva dai polmoni. «Voi Dunbar siete
formidabili.» C’erano stati anche tre o quattro «meravigliosi», e
l’eccitazione dell’affermazione finale: «La vita un tempo era
sempre così».
E poi avevo dovuto
affrontare Henry e Rory.
A Henry l’avevamo detto
subito, ma con Rory avevamo mantenuto il segreto; la sua reazione
sarebbe stata impagabile (e probabilmente era stata quella a
convincermi a dare il mio consenso). Era sempre di malumore per via
di Hector che dormiva sul suo letto, cosa che ogni tanto faceva
anche Rosy (almeno, vi posava sopra il muso).
«Ohi, Tommy», chiamava
da una parte all’altra della stanza, «toglimi questo maledetto
gatto di dosso», e: «Tommy, fa’ smettere Rosy di respirare,
dannazione».
Tommy faceva del suo
meglio. «È un cane, Rory, deve respirare.»
«Non vicino a
me!»
E così via.
Avevamo aspettato fino
alla fine della settimana, in modo da portare a casa il mulo di
sabato. Saremmo stati tutti presenti per supervisionare
l’operazione, nel caso qualcosa fosse andato storto (evento del
tutto possibile).
Giovedì eravamo andati a
fare provviste. Malcolm Sweeney non possedeva più un rimorchio per
cavalli, quindi avremmo dovuto portarlo a casa a piedi. Avevamo
stabilito, di comune accordo, che il momento migliore sarebbe stato
la mattina presto (quando si allenavano i cavalli in pista): alle
quattro.
Il giovedì precedente
avevamo trascorso una bella serata; quattro di noi erano andati da
Sweeney, mentre Rory, con ogni probabilità, era in giro a bere. Il
cielo e le nuvole erano rosa, e Malcolm l’aveva ammirato con occhi
amorevoli.
Tommy stava accarezzando
la criniera, mentre Henry valutava l’attrezzatura. Aveva portato
fuori staffe e briglie, che aveva tenuto sollevate per esaminarle.
«Con questa roba possiamo farci qualcosa… ma quello è fottutamente
inutile.»
Con un ghigno, aveva
indicato il mulo.
E così era stato.
L’avevamo portato a casa.
Una mattina immobile di
fine marzo, quattro dei ragazzi Dunbar avevano percorso a piedi le
vie del quartiere delle corse, con un mulo che aveva un nome
greco.
Ogni tanto, si era
fermato vicino a una cassetta delle lettere.
E, in piedi su quelle
zampe lunghe e magre, si era messo a cacare sull’erba.
«Non abbiamo dei
sacchetti per cani?» aveva chiesto Henry.
Ed eravamo scoppiati
tutti a ridere, lì sul marciapiede.
Ma il ricordo che più mi
fa male è quello di Malcolm Sweeney, che piangeva in silenzio alla
recinzione, mentre lentamente ce ne andavamo con il mulo. Si era
pulito le guance, e si era passato una mano tra i capelli
arruffati. Aveva la pelle umida, color cachi: un vecchio triste e
grasso, e bello.
E poi, più nulla: il
rumore. Solo quello.
Gli zoccoli
sull’asfalto.
Intorno a noi, il
paesaggio era tipicamente urbano: la strada, i lampioni, il
traffico, le urla che ci passavano accanto, da chi stava in giro la
notte a far festa… E in mezzo a tutto ciò udivo il ritmo degli
zoccoli del mulo, mentre lo facevamo attraversare sulle strisce,
sulla Kingsway deserta. Avevamo superato anche un lungo ponte
pedonale, con le chiazze di luce che interrompevano il
buio.
Henry e io da una
parte.
Tommy e Clay
dall’altra.
Avreste potuto regolare
l’orologio sulla cadenza di quei passi; così come avreste potuto
regolare la vostra vita sulla mano di Tommy, che guidava
teneramente l’animale verso casa, verso i mesi futuri, verso la
ragazza che sarebbe arrivata.