Una galleria di tante Abbey
Per molti versi credo sia vero: che anche i
momenti brutti sono ricchi di momenti belli (o addirittura
fantastici), e la crisi tra loro non aveva fatto eccezione. C’erano
ancora le domeniche mattina, quando lei gli chiedeva di leggerle
qualcosa a letto, e lo baciava con l’alito che aveva al risveglio,
e Michael non poteva fare altro che arrendersi. Era felice di
leggerle qualche pagina de Il
cavatore. Prima, scorreva i caratteri con il dito.
«Mi ripeti come si
chiamava quel posto… quello dove lui imparò a lavorare il marmo, e
la pietra?» gli domandava lei.
E lui, pacato,
rispondeva.
Settignano, era quello
il posto.
Oppure gli diceva:
«Leggimi ancora una volta la frase sui Prigioni».
Pagina 265: «‘Erano
selvaggi, contorti – incompleti, non formati – eppure colossali,
monumentali, e avrebbero continuato a lottare, pareva, per per
sempre».
«Per per sempre?» Lei
rotolava su di lui e gli baciava la pancia; amava quella parte del
suo corpo, sin dal primo giorno. «Credi che sia un errore di
stampa?»
«No, io credo che
l’abbia detto volutamente. Ci sta prendendo in giro, facendoci
pensare a un errore… a un’imperfezione, come nei
Prigioni.»
«Oh.» Lo baciava, ancora
e ancora, sul torace e poi su, verso le costole. «Adoro quando fai
così.»
«Quando faccio
cosa?»
«Lotti per quello che
ami.»
Ma non poteva lottare
per lei.
O almeno non come Abbey
avrebbe voluto.
In tutta onestà, non
c’era nulla di malvagio o cattivo in Abbey Dunbar, ma con il
passare del tempo, e con i momenti belli che diventavano sempre più
brevi e radi, giorno dopo giorno era apparso via via più chiaro che
le loro vite stavano andando in direzioni diverse. Più
precisamente, lei stava cambiando, lui era sempre lo stesso. Abbey
non lo prendeva mai di mira, né lo attaccava. Solo che era
diventato difficile restare aggrappati l’una all’altro. L’appiglio
era scivoloso.
Se si guardava indietro,
Michael ricordava i film. Ricordava istanti in cui la sala intera
rideva, il venerdì sera; in cui lui rideva, mentre Abbey
guardava lo schermo, imperturbabile. Poi, quando la platea era
muta, Abbey sorrideva tra sé, per qualcosa che c’era tra lei e lo
schermo. Se solo fosse riuscito a ridere con lei, forse la loro
storia sarebbe stata diversa…
Ma poi interrompeva il
suo ragionamento.
Era
ridicolo.
I film e i popcorn di
plastica non aumentavano le possibilità di decimazione, no? No, era
una compilation: una raccolta dei più grandi successi di due
persone che avevano viaggiato insieme fin dove avevano potuto, per
poi svanire nel nulla.
Ogni tanto lei invitava
amici conosciuti al lavoro.
Avevano le unghie
pulite.
Donne e
uomini.
Venivano da un mondo
molto lontano dai cantieri edili.
Michael passava anche
molto tempo in garage, a dipingere, quindi le sue mani erano
polverose o macchiate di colore. Beveva caffè dalla caffettiera,
loro dalle macchinette.
Quanto a Abbey, aveva
cominciato a portare i capelli sempre più corti, il suo sorriso era
professionale, e alla fine aveva avuto il coraggio di andarsene.
Gli toccava ancora il braccio come ai vecchi tempi, per
accompagnare un commento o una battuta. Oppure scherzava, gli
faceva l’occhiolino e gli sorrideva… ma ogni volta era meno
convincente. Lui sapeva bene che, la sera, ciascuno sarebbe rimasto
nella propria parte di letto.
«Buonanotte.»
«Ti amo.»
«Ti amo
anch’io.»
Spesso lui si
alzava.
Andava in garage e si
metteva a dipingere, ma le sue mani erano dannatamente pesanti,
come ricoperte di cemento. Spesso portava con sé
Il cavatore, e
leggeva qualche pagina, quasi fosse una terapia medica: ogni parola
serviva a lenire il suo dolore. Leggeva e lavorava fino a quando
non gli bruciavano gli occhi, e fino a quando non gli piombava
addosso una verità.
C’erano lui e
Buonarroti.
E in quella stanza c’era
un solo artista.
Magari, se avessero
litigato.
Forse era quello che
mancava.
Un pizzico di
precarietà.
O forse un po’ più di
ordine.
No, la realtà era pura e
semplice.
La vita ormai puntava in
una direzione diversa per Abbey Dunbar, ed era tempo di lasciarsi
alle spalle il ragazzo di cui era stata innamorata. Se prima
Michael la dipingeva, e lei lo amava per questo, ormai i quadri
sembravano solo un’ancora di salvezza. Poteva catturare la sua
risata mentre lavava i piatti. O in riva al mare, con i surfisti
dietro di lei, dopo un’onda. Erano ancora belli e ricchi, quei
dipinti, ma laddove prima c’era stato soltanto amore si era
aggiunto il bisogno dell’altra persona. Esprimevano nostalgia;
amore e perdita.
E poi, un giorno,
gliel’aveva detto.
«È un peccato…» aveva
sussurrato.
Il quasi silenzio della
periferia.
«Sì, è un peccato,
perché…»
«Cosa?»
Come ormai era diventata
sua abitudine, non volendo sentire, Michael si era girato dando le
spalle alla risposta. Era in piedi al lavello della
cucina.
«Io penso che tu ami la
mia versione dipinta più di… insomma… penso che tu mi dipinga
migliore di quanto non sia.»
Il sole splendeva. «Non
dirlo.» Era morto in quel momento, e lo sapeva. L’acqua era grigia,
quasi riflettesse un cielo nuvoloso. «Non dirlo mai
più.»
Alla fine, gliel’aveva
detto nel garage.
Michael era lì, con il
pennello in mano.
Lei aveva fatto le
valigie.
Era giusto che i quadri
li tenesse lui.
Aveva un’espressione
costernata, mentre Michael le rivolgeva le sue inutili domande.
Perché? C’era un altro? La chiesa, la città, tutto quello che c’era
stato tra loro… non significavano nulla?
Ma anche in quel
momento, quando la rabbia avrebbe dovuto avere la meglio sul buon
senso, dai travetti del soffitto penzolavano soltanto fili di
tristezza. Che oscillavano mossi dall’aria come ragnatele, così
fragili e prive di peso.
Dietro di loro c’era una
galleria di tante Abbey, che osservavano la scena.
Abbey che rideva, che
ballava, che lo assolveva. Che mangiava, e beveva, e allargava le
gambe, nuda, sul letto; tutto mentre la donna di fronte a lui –
quella non su tela – spiegava le sue ragioni. Non c’era niente che
lui potesse dire, o fare. Un minuto di «mi dispiace». Per
tutto.
E la penultima supplica
era uscita come una domanda: «Lui ti sta aspettando davanti a
casa?»
Abbey aveva chiuso gli
occhi.
Infine l’ultima, come un
riflesso.
Su uno sgabello, vicino
al cavalletto, c’era Il
cavatore, a faccia in giù. Michael
aveva allungato le mani per prenderlo, e gliel’aveva offerto; e,
per qualche strano motivo, lei l’aveva accettato. Forse, solo
perché un ragazzo e una ragazza potessero andare a cercarlo, tanti
anni dopo… per conservarlo, e leggerlo, e farsi ossessionare da
quelle pagine, sdraiati su un materasso in un vecchio campo
dimenticato, in una città piena di campi dimenticati… Tutto avrebbe
avuto origine da lì.
Abbey l’aveva tenuto tra
le mani.
Si era baciata la punta
delle dita e poi aveva sfiorato la copertina, ed era tanto triste,
e in qualche modo coraggiosa, e se l’era portato via, e la porta si
era richiusa dietro di lei.
E Michael?
Dal garage, aveva
sentito il motore di un’auto.
C’era un
altro.
Si era lasciato cadere
sullo sgabello sporco di pittura, e aveva detto «No» alla ragazza
che lo circondava, e il rombo fuori si era fatto più forte, per poi
affievolirsi fino a svanire del tutto.
Era rimasto seduto a
lungo, in silenzio e tremante, e senza emettere alcun suono era
scoppiato a piangere. Aveva versato quelle lacrime mute e smarrite
davanti al volto che si ripeteva nei quadri lì accanto… poi però
aveva ceduto e si era disteso, raggomitolandosi sul pavimento. E
Abbey Dunbar, che non era più Abbey Dunbar, aveva vegliato su di
lui tutta la notte, nelle sue varie forme.