Gli Schiavi
Bisognava concederlo al (più) vecchio Michael
Dunbar.
Questa volta aveva fatto
centro.
La fotografia era un
capolavoro.
Quando Clay tornò a
Silver, lo trovò in cucina, vicino al forno.
«Allora, gliel’hai
data?»
I suoi occhi infossati
emanavano speranza.
Le mani sembravano
vaghe, distratte.
Clay annuì.
«Le è piaciuta
moltissimo.»
«Anche a me; ne ho
un’altra che avevo scattato prima», disse e, quasi avesse letto
nella mente di Clay, aggiunse: «È piuttosto facile fotografarti
senza che tu te ne accorga, là fuori… sei perso in un altro
mondo».
E Clay ebbe la giusta
reazione; e anche qualcos’altro, per la prima volta da quando era
arrivato a Silver.
«Mi aiuta a
dimenticare», rispose, e alzò gli occhi dal pavimento per guardarlo
in faccia. «Anche se non sono sicuro di volerlo fare.» Accanto al
lavello vide una certa Sbagliatrice; la bionda Penny Dunbar. «Ehi…
papà?» Fu un tale choc, per tutti e due… e se ne aggiunse subito un
altro. «Sai… lei mi manca davvero. Mi manca moltissimo, papà, da
morire.» E poi… qualche passo… e il mondo cambiò.
Lui andò incontro al
ragazzo e lo attirò a sé.
Gli mise un braccio
intorno al collo e lo abbracciò.
E papà divenne suo
padre.
*
Poi però tornarono fuori, al ponte.
Come se niente fosse
successo.
Lavorarono al ponteggio
e pregarono di riuscire a costruire gli archi – o, meglio, archi
che durassero per sempre.
Comunque, quando ci si
ferma a rifletterci, è strana l’aria che c’è tra un padre e un
figlio… e in particolare quella tra quel padre e
quel figlio.
Contiene centinaia di pensieri per ogni parola pronunciata, ammesso
che non restino tutte non dette. Per Clay quel giorno fu
particolarmente duro, e anche quelli che seguirono. Di nuovo, aveva
tante cose da dirgli. Certe sere usciva per andare da lui, poi
faceva dietrofront, il cuore che gli martellava nel petto, e
tornava in camera. Era vivo in lui il ricordo del bambino di un
tempo, che chiedeva storie su Featherton. Allora, a letto ci veniva
riportato a cavalluccio.
Si esercitava, seduto
alla vecchia scrivania di legno, spoglia; accanto a lui, la scatola
e i suoi libri. La piuma di T in mano.
«Papà?»
Quante volte avrebbe
potuto ripeterlo?
Una volta ci andò
vicino; era quasi entrato nella cucina, dove la luce era più
pesante, ma di nuovo indietreggiò nel corridoio. Poi, al tentativo
successivo, ce la fece: aveva Il
cavatore stretto in mano, lungo un
fianco, e Michael lo sorprese.
«Vieni, Clay. Che
cos’hai lì?»
Clay sollevò il
volume.
«Solo
questo…»
«Solo questo.» Lo alzò
un po’ di più. Chiaro, vissuto, il dorso piegato e rovinato. Tenne
l’Italia davanti a sé, con gli affreschi sui soffitti, e tutti quei
nasi rotti… uno per ogni volta che aveva riletto il
libro.
«Clay?»
Indossava un paio di
jeans consumati e una maglietta; le mani di cemento usurato dal
sole e dalle intemperie. Avevano gli occhi simili, ma in quelli di
Clay ardeva un fuoco costante.
Una volta aveva avuto
anche lo stomaco di cemento, Michael Dunbar.
Te lo ricordi,
papà?
Avevi i capelli
ondulati; ce li hai ancora, ma adesso sono screziati di grigio…
perché sei morto e sei diventato un po’ più vecchio,
e…
«Clay?»
Alla fine, lo
fece.
Il sangue prese a
scorrere nella pietra.
Il libro in mano. Glielo
stava porgendo.
«Puoi parlarmi
degli Schiavi e del David, papà?»