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Sabato 20 dicembre
Poco prima delle dieci, accompagnato da Glenn Branson, Grace fermò la Ford priva di contrassegni vicino al cancello della casa di Crisp e chiamò Ops-1 per riferire che erano in posizione.
«Il tempo di arrivo previsto di NPAS 15 sopra le vostre coordinate è di cinque minuti», rispose Andy Kille.
«Cinque minuti. Okay, Andy, grazie. Digli di tenere i riflettori spenti finché non darò il via libera.»
«Riflettori spenti, ricevuto.»
Grace attese con crescente nervosismo e, nel frattempo, ripassava i piani di irruzione nell’abitazione di Crisp, sperando con tutto se stesso di ottenere un risultato. Quello non era il genere di quartiere in cui qualcuno sbirciava di nascosto dalle finestre ogni volta che un veicolo si fermava. A breve distanza, sul lato opposto della strada, alcune auto erano parcheggiate nelle vicinanze di un cancello cui era appeso un grappolo di palloncini. Tra le macchine, senza dare nell’occhio, era fermo un furgone con K.T. ELECTRICS LTD scritto sulla fiancata.
Mentre usciva dall’auto nel gelo della sera, Grace sentì pulsare la musica distante di una festa. Più lontano, un uomo si fermò sotto un lampione per farlo annusare al suo golden retriever. Brighton aveva poche vie che potevano essere zone da milionari, e secondo Grace quella era la prima della lista. Tranquilla, appartata e con poco traffico, aveva residenze magnifiche, ben separate dalla strada da muri alti, siepi o recinzioni, che godevano di una vista panoramica verso sud, sull’intera città e fino alla Manica.
Si accertò di avere ancora in tasca il mandato di perquisizione, insieme alle fotocopie delle planimetrie, poi, seguito da Glenn Branson, camminò per una breve distanza lungo la strada, mentre auto e furgoni della polizia, con e senza contrassegni, si distribuivano nelle loro posizioni predefinite. Si fermò davanti al cancello della proprietà abbandonata adiacente a quella di Crisp. Prese una piccola torcia elettrica dalla tasca, l’accese e studiò il cancello per un attimo. Era in legno e sembrava avere davvero bisogno di una verniciata. Guardando da vicino, però, si accorse che era automatico e che il meccanismo non era né arrugginito né antiquato.
«Qualcuno lo usa con regolarità», disse Branson.
«Forse un servizio di vigilanza che esegue controlli periodici», ipotizzò Grace, puntando il fascio di luce sul lungo vialetto, contornato da siepi di lauro trascurate. Era lastricato, ma ben poco visibile attraverso le erbacce che l’avevano invaso. Notò che parte della vegetazione su entrambi i lati era appiattita, forse dalle gomme di un veicolo.
I due ispettori attraversarono in fretta la strada e raggiunsero il furgone dell’elettricista. Immediatamente il finestrino del lato passeggero si abbassò. Dentro c’erano due agenti di sorveglianza.
«Buonasera, signore», disse Pete Darby con il suo accento palesemente settentrionale, che Grace conosceva molto bene. Non riconobbe invece l’altro uomo a bordo del furgone.
«’sera, Pete.» Grace indicò il cancello di legno. «Di recente, è entrato qualcuno a bordo di un veicolo lì dentro?»
«Non da quando siamo qui noi. Abbiamo attaccato alle sette di sera, al cambio di turno. Al passaggio di consegne ci è stato detto che nessuno era entrato o uscito dalla proprietà dell’obiettivo principale. Chiedo informazioni su quella accanto.»
Sull’altro lato della strada Grace vide la figura di Anthony Martin, in abbigliamento antiproiettile completo e casco antisommossa con visiera integrale, svettare di almeno una quindicina di centimetri sul secondo membro più alto della sua squadra, che era composta di otto agenti, tutti equipaggiati allo stesso modo. Un poliziotto stava posizionando del nastro adesivo protettivo sulla telecamera del citofono, un altro brandiva il pesante ariete e un altro ancora il martinetto idraulico.
Accanto a loro, un agente conduttore teneva al guinzaglio un pastore tedesco. Quattro effettivi della squadra speciale tattica erano parcheggiati a breve distanza, in allerta.
Attraversarono la strada. Parecchi altri agenti stavano emergendo dai veicoli e Grace ne indirizzò un paio di guardia fuori dal cancello in legno della casa abbandonata. Diede ancora un’occhiata all’orologio e poco dopo sentì il pulsare ritmico dell’elicottero che aumentava rapidamente d’intensità.
Andy Kille informò il responsabile degli eventi critici. «L’elicottero sarà sopra l’obiettivo tra un minuto, Jason.»
«Ricordagli di non accendere i riflettori, finché non avrò dato il segnale.»
«Niente luci, ricevuto.»
Poi Tingley, in piedi accanto a Grace, ordinò a Martin di procedere.
Gli agenti della squadra di supporto si ammassarono, avvicinandosi all’ingresso. Poco dopo, davanti al cancello, un robusto agente vibrò un colpo proprio al centro, contro la battuta. L’ariete rinculò con un rumoroso clangore. Fu sferrato un altro colpo, ancora e ancora, e il cancello cedeva un po’ ogni volta, finché alla fine, al quarto impatto, si spalancò.
Mantenendosi a debita distanza, Grace e Branson seguirono il furgone a piedi, insieme all’unità cinofila, su per le curve del vialetto ripido. Superata la prima curva, apparve la villa, più in alto rispetto a loro, a un centinaio di metri di distanza. In pochi attimi, il rumore dell’elicottero si fece più forte e l’intero perimetro fu inondato di un’intensa luce bianca.
I primi due agenti della squadra di supporto, uno con l’ariete e l’altro con il martinetto idraulico, entrarono nell’imponente porticato, seguiti dall’ispettore Martin.
«Via! Via! Via!» gridò Martin.
Tutti gli otto agenti urlavano a pieni polmoni: «Polizia! Polizia! Polizia!» Quello con il martinetto idraulico lo utilizzò per dilatare il telaio della porta e l’altro abbatté l’ariete sull’ingresso. Al secondo assalto la porta si spalancò con uno scricchiolio di legno che andava in frantumi. Fasci di luce fendettero l’interno e gli otto irruppero in massa, sempre urlando con tutta la voce che avevano: «Polizia! Polizia! Polizia!»
Da regolamento, Grace e Branson dovevano restare indietro finché il luogo non fosse stato dichiarato sicuro, ma quando il resto degli agenti si disperse per tutta la casa e fu accesa la luce all’interno, Grace non riuscì a trattenersi. Seguito da Branson, entrò in casa e si fermò a guardarsi attorno, momentaneamente sbalordito. Sembrava di entrare in un palazzo monumentale.
Si trovavano in un ampio atrio rivestito di pannelli di quercia e dominato da un grande lampadario dorato. Il mobilio era antico e di ottima fattura, alle pareti erano appesi ritratti di antenati dipinti a olio. Davanti a loro, una larga scalinata ornata d’intarsi portava al piano superiore. Da sopra le loro teste e dai lati Grace e Branson sentivano giungere i tonfi degli stivali e le continue urla: «Polizia! Polizia! Polizia!» Da un punto non lontano della casa arrivava il guaito di un cane.
I due attesero nell’atrio.
«Mi sembra un alloggio bello lussuoso per un medico di base», commentò Branson.
«Esercita privatamente. E, da quel che ho capito, ha ereditato un patrimonio di famiglia.»
«Anch’io ne ho ereditato uno quando è morto mio padre», disse Branson. «Cinquemilasettecento sterline.»
Grace sorrise, guardando prima attorno a sé e poi su per le scale. Tutte le porte al pianterreno erano spalancate e le luci accese. Un paio di minuti dopo, Anthony Martin scese la scalinata, parlando alla radio, e notò i due ispettori.
«Libero, signore», disse a Grace. «Non c’è nessuno.»
Subito Grace si sentì scoraggiato, in preda a una forte delusione. «Ne sei sicuro, Anthony?» I suoi occhi saettavano in tutte le direzioni, chiedendosi più volte che cosa si erano lasciati sfuggire. In una proprietà di quelle dimensioni potevano esserci un sacco di posti dove nascondersi. Crisp doveva essere lì. E sperava, pregando il Signore, che ci fosse anche Logan Somerville.
«Abbiamo controllato tutti i piani, capo. Adesso avvieremo una ricerca più approfondita, ma non credo che ci sia qualcuno qui.»
La mente di Grace lavorava all’impazzata. Stava pensando alle tracce di pneumatici nella proprietà abbandonata lì accanto. Crisp era forse scappato durante il cambio di turno della sorveglianza? O la squadra di Martin aveva trascurato qualcosa? Ne dubitava. Chiamò l’agente di sorveglianza a bordo del furgone, in strada. «Pete, hai avuto informazioni dal turno precedente riguardo alla proprietà a ovest?»
«Proprio adesso, capo. Non hanno visto entrare o uscire niente e nessuno per tutto il giorno, ma ha piovuto forte per gran parte della giornata e la visibilità è stata pessima.»
Grace s’infilò un paio di guanti e, seguito da Branson e Martin, varcò una porta aperta entrando in una stanza piuttosto grande, ordinata, con un grosso scrittoio antico di quelli con l’alzata a scomparsa, un divano di pelle e un tavolino basso di vetro su cui erano posate alcune riviste mediche. Sulla mensola di un fastoso caminetto di marmo erano allineate teche cilindriche in vetro, di diverse misure. Ognuna ospitava un animale impagliato. In una c’era uno scoiattolo grigio, le zampe attorno a un pezzo di legno. In quelle accanto c’erano un’anatra, poi un gerbillo e una rana, in un liquido che Grace sospettava essere formalina.
Le pareti erano rivestite fino al soffitto da librerie. Grace le osservò, notando parecchi libri di psicologia forense. Poi un’intera fila di volumi sulla seconda guerra mondiale. Uno s’intitolava Fuga dalla Germania: le strategie di fuga usate dagli avieri della RAF durante la seconda guerra mondiale, un altro Filo spinato e bambù: storie di prigionia e fuga durante la prima e la seconda guerra mondiale. Più avanti vide La grande fuga e Fuga da Colditz.
Grace aveva sempre creduto che si potesse imparare molto su una persona osservando i suoi libri. O la loro assenza. Pochi attimi dopo, raggiunta la sezione successiva, ne ebbe conferma: svariati scaffali di libri sui serial killer. Riconobbe molti di quei nomi. Ian Brady e Myra Hindley, Dennis Nilsen, Dennis Rader, Jeffrey Dahmer, John George Haigh detto il vampiro del bagno d’acido, Ed Kemper, Fred e Rose West, Peter Sutcliffe, Richard Ramirez, David Berkowitz detto il figlio di Sam, Kenneth Bianchi e Angelo Buono, conosciuti come gli strangolatori della collina, Peter Manuel, Andrej Čikatilo detto il mostro di Rostov, Gary Ridgway, Harold Shipman e il famigerato killer dello Zodiaco, in California, la cui identità era ancora sconosciuta.
Un giorno il dottor Crisp sarà inserito in quest’abietta hall of fame, pensò tristemente Grace. E, con un po’ di fortuna, molto presto.
Più in basso c’erano vari volumi sulla tassidermia.
«Psycho!» disse Glenn Branson.
«Psycho? L’hai detto della casa di Freya Northrop», ribatté Grace.
Branson annuì. «Già, ma qui ci siamo al cento per cento. La tassidermia era la passione di Norman Bates. Te la ricordi la madre?»
«Da quel che mi ricordo non aveva fatto un gran lavoro con lei. Era grossomodo scheletrica.» Sentiva il rumore dell’elicottero sopra di loro. Attraverso le finestre a piombo poteva scorgere parte del giardino illuminato a giorno dai riflettori di NPAS 15, con esempi di arte topiaria e una piscina, la cui copertura per l’inverno era già stata posizionata.
Vide la fotografia di una famiglia felice in una cornice d’argento, un ritratto fotografico realizzato in studio. Un Crisp sorridente e più giovane indossava un cardigan, una camicia blu e un paio di pantaloni grigi, e teneva un braccio attorno a una donna attraente sulla quarantina. Due ragazze adolescenti, sorridenti e vestite con cura, erano accanto alla donna davanti a uno sfondo celeste: tutt’e tre avevano capelli castani lunghi e lucenti.
La moglie che ha lasciato Crisp di recente, ipotizzò Grace, ricordando quanto riferitogli da Potting. Aprì il vano dello scrittoio. Dentro, su un elegante rivestimento in pelle, erano adagiati un portapenne e un grosso blocco per appunti dalla copertina rigida. Lo aprì. Nella prima pagina erano elencati artigiani e liberi professionisti, con i rispettivi numeri di telefono, scritti in una calligrafia raffinata. Idraulico, elettricista, donna delle pulizie, imprenditore edile, ditte di manutenzione della piscina, dell’allarme, del cancello automatico, delle porte del garage, poi il tecnico del televisore, il giardiniere, il servizio di taglio dell’erba, il veterinario, il sistema di consegna della spesa a domicilio Ocado, e il giornalaio.
Passò alla pagina successiva: bianca. Girò ancora e poi si fermò, lo sguardo fisso. In una pagina, tenuta perfettamente in posizione da quattro angolini per foto, c’era la fotografia di una persona che riconobbe immediatamente: Denise Patterson.
Sulla pagina successiva, sempre perfettamente fissata, c’era Katy Westerham. Poi fu il turno di Emma Johnson. E poi Logan Somerville, Ashleigh Stanford e Freya Northrop.
Grace capì che si trattava delle foto che mancavano dalle pareti della casa mobile al campeggio Roundstone.