10
Giovedì 11 dicembre
Poco dopo le 19.15, a capo chino per proteggersi dalla pioggia sferzante, Roy Grace e il detective Glenn Branson camminavano veloci in direzione della batteria di luci intense che illuminavano la piccola tenda della Scientifica, montata poco distante dal Big Beach Café di Hove Lagoon. Era circondata da due cordoni di svolazzante nastro blu e bianco a delimitare la scena del crimine. Dentro il cordone interno, sulla destra, c’era una seconda tenda di dimensioni simili.
Alla faccia del fine settimana tranquillo, pensò Grace. Prima un possibile rapimento e adesso questo. Se il rapimento fosse stato reale, ed era sempre più certo che lo fosse, lui avrebbe dovuto delegare uno dei due casi, perché non poteva gestirli entrambi in simultanea.
Un pensiero in particolare lo turbava sin dalla telefonata di Panicking, avvenuta mezz’ora prima: ricordava che durante il turno di un altro investigatore capo, un paio di settimane prima, era scomparsa un’altra donna nella vicina città costiera di Worthing. Si chiamava Emma Johnson e aveva ventun anni. Veniva da un passato complicato, con una madre alcolista, era già sparita molte volte in precedenza e, in un’occasione, era riapparsa parecchi mesi dopo. Viveva con un piccolo spacciatore a Hastings, un’altra città sulla costa.
La madre aveva denunciato la sua ultima sparizione e la polizia l’aveva sottoposta a un’accurata valutazione del rischio. Emma era stata registrata come persona scomparsa ed erano state fatte delle indagini: si era giunti alla conclusione che a un certo punto sarebbe riapparsa, per cui la sua non era stata trattata come un’indagine importante.
Ciononostante, al caso Johnson era stato assegnato un agente.
Grace aveva controllato il dossier del caso prima di uscire di casa, per vedere se c’erano stati sviluppi. Secondo una nota regola empirica, la maggior parte delle persone scomparse riappariva dopo pochi giorni. Se mancavano per un mese, c’erano buone possibilità che fossero sparite per sempre.
Emma Johnson mancava da quindici giorni. Durante quel lasso di tempo non erano state effettuate chiamate dal suo cellulare né pagamenti con la sua carta di credito, e l’agente incaricato si era detto sempre più preoccupato per l’incolumità della donna.
Le circostanze riguardanti Logan Somerville erano molto diverse.
Grace e Branson videro il furgone della squadra emergenze parcheggiato a breve distanza, un agente di guardia dall’aspetto mesto sulla scena del crimine, il rumore di un generatore elettrico mobile. Due volanti erano parcheggiate accanto al furgone, insieme a una Ford station wagon grigia priva di contrassegni.
Furono accolti dalla figura alta e amichevole di Charlie Hepburn, l’ispettore del CID, il dipartimento d’investigazione criminale, in tuta blu con cappuccio e scarpe protettive, e dall’ispettore di turno, Roy Apps, in uniforme e con la pioggia che gli ruscellava giù dalla visiera del cappello.
«Giornata da lupi, eh?» disse Apps.
«Be’, tu dovresti saperlo meglio di tutti», ironizzò Branson. Apps era stato un guardiacaccia, in un’altra vita, prima di entrare nella polizia del Sussex.
«Ah ah.»
«Lieto di rivederti, Charlie», disse Grace. «Come stanno Rachel, Archie e la mia omonima Grace?»
«Tutti bene, grazie... Archie e Grace sono su di giri per il Natale.»
«Lo sarei anch’io, se solo avessi fatto qualche dannato acquisto», replicò Grace. «Comunque, cos’abbiamo qui?»
«Un bel guaio», rispose Hepburn. «Perché mai non si sono fermati appena trovate le ossa, invece di continuare?»
«Vuoi che ci mettiamo la tuta?» chiese Grace.
«Sarebbe meglio, così Dave non s’incazza ancora di più.» Puntò un dito in direzione della tenda oltre il vialetto, proprio alle sue spalle.
Grace e Branson entrarono nella seconda tenda, mettendosi al riparo dalla pioggia. Chris Gee, investigatore della scena del crimine – ruolo noto in precedenza come «agente addetto alle scene del crimine» –, porse a ognuno una tuta e un paio di scarpe e offrì tè o caffè, che entrambi rifiutarono.
S’infilarono le tute a fatica, indossarono le scarpe, tornarono fuori e firmarono il registro della scena del crimine. Seguirono Hepburn fino alla tenda illuminata che copriva le parti di scheletro portate alla luce. C’era un odore di terra umida unito a un altro, più sgradevole, di decomposizione. Il responsabile della scena del crimine, Dave Green, era carponi sotto la tenda a studiare i resti. Si alzò e li salutò. «Prima di venire, ho fatto parecchi controlli. Questo vialetto è stato fatto vent’anni fa, quando sono stati eseguiti alcuni lavori di ristrutturazione al bar, molto prima che lo comprasse Fatboy Slim.»
Grace guardò in basso il braccio scheletrico, la cassa toracica parzialmente visibile e il cranio, coperti da frammenti di macerie. S’inginocchiò, estrasse una torcia e li osservò con maggiore attenzione nel fascio di luce intenso. Notò una piccola area di pelle essiccata attaccata alle ossa craniche e alcuni piccoli frammenti di tessuto qua e là. Da quel poco che riusciva a vedere del corpo, sembrava che fosse stato seppellito intero.
«Di certo, chiunque abbia fatto il vialetto ha visto il corpo», dichiarò Branson.
«Non necessariamente», disse il responsabile della scena del crimine. «Qui siamo sotto la falda freatica. Potrebbe essere stato seppellito in profondità e coperto di terra, e lentamente spinto in superficie, quindi il vialetto gli avrebbe impedito di salire ulteriormente.»
Grace aveva lo sguardo fisso, pensieroso, e cercava di ricordare quello che aveva imparato un anno prima o giù di lì dall’archeologa forense Lucy Sibun su come si identificano l’età e il sesso a partire dai resti scheletrici. «Donna?» azzardò.
«È la mia opinione, Roy, a giudicare dalla forma del cranio, ma non ne sono sicuro.»
«Se siamo fortunati, potremmo ricavare del DNA dal corpo. I denti sono intatti e sembrano relativamente giovani. Magari una ricerca sulle cartelle cliniche odontoiatriche?»
«Se è del posto sì, c’è una buona probabilità di ottenere un riscontro con le cartelle cliniche odontoiatriche», disse Green.
Ma solo se fossero stati ragionevolmente certi dell’identità. Grace lo sapeva. Si concentrò sull’osso a forma di U alla base della mascella. «Lo ioide, se ricordo bene», disse indicandolo con un dito fasciato dal guanto. «È intatto: una frattura significa strangolamento.»
«Si dovrà chiamare un medico per accertare le cause della morte», disse Branson.
Gli altri due uomini alzarono lo sguardo su di lui e ricambiarono il suo sorriso. Non aveva tutti i torti, però. Il medico legale di Brighton & Hove era una valorosa signora, strenua fautrice del protocollo. In passato c’erano state occasioni in cui la polizia aveva ricevuto un rimprovero per non aver formalmente certificato il decesso, nonostante lo stato di decomposizione del cadavere.
«Chiama il medico legale di turno», ordinò Grace a Glenn Branson. «Spiegagli quello che abbiamo. Di certo non possiamo rimuovere nulla senza il consenso del loro ufficio. Devono anche sapere che intendo chiamare un’archeologa forense e un patologo dell’Home Office.» Guardò l’orologio. «Ma non credo che dobbiamo preoccuparci di una possibile golden hour.»
Golden hour era il nome attribuito all’intervallo di tempo immediatamente successivo alla scoperta di una sospetta vittima di omicidio. In quel caso, però, dove c’erano ben pochi dubbi che si trattasse di una scena del crimine vecchia di oltre vent’anni, peraltro già parzialmente contaminata dagli operai che l’avevano scoperta, la tempistica era meno stringente rispetto al caso di un cadavere fresco.
Guardò Dave Green e Glenn Branson ed entrambi annuirono, concordi.
Tornò a fissare le ossa. Chi eri? Cosa ti è successo? Chi ti voleva bene? Chi ti ha ucciso? E perché? Pensavano di farla franca? Sono ancora vivi? Scopriremo tutto, te lo prometto.
Glenn prese il cellulare e scivolò via dalla tenda. Grace fiutò il dolce aroma del fumo di sigarette. Fuori qualcuno si stava facendo una sigaretta artigianale e a lui non sarebbe dispiaciuto averne una. Qualsiasi cosa pur di scacciare il tanfo pestilenziale che si respirava all’interno di quello sbatacchiante bozzolo di plastica. Era una delle tante cose che amava di Cleo: sebbene non fosse una fumatrice, non aveva mai nulla da ridire quando lui si fumava una sigaretta o un sigaro di tanto in tanto.
«I denti presentano scarsi segni di usura», disse Dave Green. «Indica che il soggetto è morto giovane. Tarda adolescenza o una ventina d’anni al massimo.»
«Che livello di certezza hai?» chiese Grace.
«Ne sono piuttosto sicuro. Non so molto altro, però. Bisogna portare alla luce il resto del corpo, poi l’archeologa forense dovrà fare il suo mestiere. La mia prima scelta sarebbe Lucy Sibun.»
«Propongo di mettere la scena in sicurezza per la nottata e di chiedere a Lucy Sibun di venire domattina appena può, se è libera.» Grace indicò i resti con un cenno del capo. «Non credo che lei, sempre se di una lei si tratta, abbia fretta di andare da qualche parte.»
Dave Green annuì. «È il mio anniversario di matrimonio. Se arrivo in tempo per festeggiarlo, magari Janis mi concederà una libera uscita in futuro.»
«Buon anniversario», disse Grace.
Glenn Branson rientrò nella tenda. «Ho appena parlato con Philip Keay, l’agente del coroner di turno. Ha detto che, per non sbagliare, è meglio far certificare la morte.»
«Ma che cazzo, è una politica davvero ridicola», fece Green, esasperato. «Si può mai essere più morti di così, dannazione?» aggiunse puntando ripetutamente un dito verso il cranio.
Sentirono il guaito di un cane all’esterno. Poco dopo, il lembo della tenda si aprì e Chris Gee fece capolino. «Signore», disse. «C’è un uomo che stava portando a spasso il cane per il parco: ha visto i veicoli della polizia e chiede se può dare una mano, dice di essere un dottore.»
Grace e Branson si guardarono.
«Un dottore?» disse Grace. «Be’, casca a pennello, direi. Sì, chiedigli se sarebbe disponibile a confermare un decesso.»
Pochi minuti più tardi, entrò nella tenda un uomo basso, atletico, tra i cinquanta e i sessant’anni, con indosso tuta protettiva, mascherina e scarpe. «Salve», disse, gioviale. «Mi chiamo Edward Crisp, sono un medico di base. Stavo giusto passeggiando con il mio cane, di cui si sta gentilmente occupando il vostro collega alle transenne, e ho visto il trambusto. Mi domandavo solo se potevo esservi d’aiuto. Una quindicina d’anni fa, ho prestato servizio per la polizia di Brighton & Hove, ero uno dei vostri chirurghi a chiamata.»
Grace annuì. «Sì, mi ricordo il suo nome. Be’, il suo tempismo è perfetto.» Indicò verso il basso, i resti scoperti. «Alcuni operai hanno portato alla luce questi, oggi. So che suona un po’ strano, ma ci serve un medico che confermi l’assenza di segni vitali. Potrebbe occuparsene lei?»
Il dottor Crisp guardò in basso, poi s’inginocchiò ed esaminò per un po’ il cranio e il resto delle ossa in superficie. «Be’, povera donna, credo proprio che non ci siano dubbi.»
«Donna?» disse Grace. «Ne è certo?»
Il dottore esitò. «Be’, è passato parecchio da quando studiavo medicina, ma, da quel che ricordo, direi che è di sesso femminile, per via della forma del cranio. E, a giudicare dalla condizione dei denti, era nella tarda adolescenza, primi vent’anni.»
«Da quanto tempo crede che si trovi qui?» chiese Glenn Branson.
Il dottore scosse il capo. «Non potrei nemmeno azzardare un’ipotesi, per quel genere d’informazione vi serve un archeologo forense. Quel che è certo è che è morta, senza ombra di dubbio. Potrei confermare con una dichiarazione che si tratta di uno scheletro e che non ci sono segni vitali. Può esservi d’aiuto?»
«Parecchio», disse Grace.
«Tutto qui?»
«Lasci i suoi estremi, domani le manderò qualcuno per una dichiarazione formale.»
«D’accordo, nessun problema. Arrivederci!»