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Giovedì 11 dicembre

D’estate, Hove Lagoon sarebbe brulicante di gente: è un parco giochi per bambini, dove ci sono un’area verde e due grandi specchi d’acqua, una pista di pattinaggio e una piscina per i più piccoli, e si trova dietro la passeggiata del lungomare, costeggiata di cabine dai colori sgargianti. I bambini – sotto lo sguardo vigile di mamme, nonni, ragazze alla pari e tate – giocherebbero sulle giostre, sugli scivoli e sulle altalene, o nella piscina, oppure farebbero navigare barche giocattolo in uno dei laghetti rettangolari che danno il nome al posto, dove si trovano anche marinai alle prime armi con i loro dinghy, appassionati di windsurf e praticanti di wakeboard.

Molti si abbufferebbero di gelati o dolci acquistati al Big Beach Café, ristorante e bar di tendenza con i muri imbiancati a calce, il tetto spiovente e le finestre blu, frutto delle brillanti idee del proprietario, il musicista big beat Norman Cook, meglio noto come Fatboy Slim.

Nella malinconia di quello schifoso giovedì pomeriggio di dicembre, però, con la pioggia gelida che cadeva scrosciante e le forti raffiche di vento, tutta l’area era triste e derelitta. Un’anziana signora solitaria, con un cappello impermeabile trasparente, portava a spasso un riluttante cane della stessa grandezza di un topo, con tanto di guinzaglio e imbracatura.

Alcuni operai con giacche fluorescenti, caschi e protezioni auricolari, facevano gli straordinari alla luce dei riflettori, scavando il vialetto davanti al bar. Il caposquadra si teneva a distanza, la testa china per ripararsi dalle intemperie e un tablet con custodia impermeabile in mano. Prendeva misure e digitava. Un gruppetto di auto e un furgone erano parcheggiati nelle vicinanze, insieme a un rumoroso generatore mobile giallo.

La punta del martello pneumatico di un operaio sfondò un pezzo di terreno integro. L’uomo lo rimosse facendo leva e urlò all’improvviso, con un accento straniero: «Oh, mio Dio! Guardate qua!» Si rivolse ansioso al caposquadra. «Wesley! Vieni a vedere!»

Sentito il grido sopra il baccano delle attrezzature, anche tutti gli altri operai si fermarono. Il caposquadra si avvicinò, guardò in basso e vide quella che al suo occhio inesperto sembrava una mano scheletrica.

«Secondo te è un animale?» chiese l’operaio.

«Non saprei», rispose dubbioso il caposquadra. E nemmeno riusciva a stabilire quanto fosse vecchia, poteva avere trent’anni, però non riusciva a farsi venire in mente un animale che avesse zampe o artigli simili. Sembra umana, pensò. Diede istruzioni ai tre uomini con i martelli pneumatici di concentrarsi sull’area circostante, facendo attenzione a non andare più a fondo del necessario.

Vennero sollevate altre zolle di asfalto nero e comparvero un braccio scheletrico, attaccato alla mano da neri viticci di tendini, e poi parte di una cassa toracica e di quello che era senza dubbio un cranio umano.

«Okay, tutti fermi ora!» disse nervosamente il caposquadra. «Andate a casa, riprendiamo domattina, se ci daranno il permesso. Ci vediamo alle otto.» Chiedendosi se fosse stato meglio fermare prima gli operai, raggiunse il furgone, aprì il portellone posteriore e montò all’interno per prendere un telone impermeabile. Lo stese sopra le parti esposte dello scheletro, ancorandolo con pezzi di macerie, e a quel punto prese il cellulare dalla cintola e chiamò il suo capo per chiedere istruzioni. Le quali arrivarono, forti e chiare.

Concluse la telefonata e chiamò subito il 999, esattamente come gli era stato detto. Quando l’operatore rispose, chiese della polizia.

Il segno della morte
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