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Giovedì 11 dicembre

Qualche idiota, circa un’ora prima, aveva pronunciato quella parola che inizia per T. Proprio come a teatro, dove c’è sempre stata una radicata superstizione secondo cui non va menzionato il titolo della tragedia Macbeth, che quindi tutti gli attori drammatici chiamano solo «il dramma scozzese», allo stesso modo nella polizia era considerato di cattivo auspicio definire «tranquilla» una giornata. A farsi sfuggire quella parola che inizia per T era stato un agente basso e tozzo, entrato nel dipartimento comunicazioni della polizia del Sussex per scambiare due chiacchiere con la moglie addetta alle comunicazioni radio. Da quel momento erano passati appena pochi minuti e la situazione si era accesa, a quanto pareva, in tutta la contea. Era arrivato un improvviso e costante flusso di segnalazioni, comprendente tre incidenti stradali gravi, una rapina a mano armata a Brighton, un uomo che minacciava di buttarsi da Beachy Head, luogo noto per la sua bellezza e per i suicidi, e un bambino di quattro anni che era scomparso a Crawley.

L’ufficio del dipartimento comunicazioni era un open space molto ampio, al primo piano di un palazzo moderno che rientrava nel complesso di edifici in cui aveva sede la centrale di polizia del Sussex. Il dipartimento gestiva tutte le chiamate provenienti dall’intera contea e ospitava la sala di controllo del sistema di videosorveglianza a circuito chiuso. Lo dirigeva Ops-1, l’indicativo di chiamata assegnato all’ispettore di turno, che tra le altre cose aveva la responsabilità di permettere il ricorso ad armi da fuoco in caso di pericolo improvviso e di dirigere e controllare tutti gli inseguimenti in auto nella contea.

L’Ops-1 del turno pomeridiano e serale era Andy Kille, un ex campione inglese di paracadutismo, alto e robusto, sulla cinquantina, il viso attraente segnato dal cinismo di quasi trent’anni di servizio, con una rada capigliatura ingrigita. Indossava i pantaloni neri dell’uniforme e una camicia nera a maniche corte con la scritta POLIZIA ricamata in bianco sulle maniche, le stellette da ispettore sulle spalline e il distintivo appeso al collo con un cordino blu. Esibiva anche una ragguardevole e insolita pancetta: conseguenza dell’aver recentemente smesso di fumare e, nel contempo, iniziato a compensare con abbondanti mangiate.

Kille era seduto alla scrivania in una specie di cubicolo, circondato da computer e monitor. Uno mostrava la mappa della contea, un altro lo aggiornava in tempo reale sugli eventi in corso, un terzo aveva il touch screen e fungeva da occhi e orecchie sul dipartimento di cui era a capo.

Sulla parete opposta, altri monitor esponevano le statistiche operative, mentre sopra la scrivania uno schermo mostrava le riprese di quattro delle cinquecento telecamere a circuito chiuso dislocate in giro per la contea, insieme ad alcuni video che riportavano le notizie minuto per minuto. Con l’aiuto di varie tastiere e di un joystick, in pochi secondi Kille era in grado di ruotare e ingrandire le immagini di ogni telecamera.

In quella sezione lavoravano trenta persone, per lo più civili, che si distinguevano dal ricamo POLIZIASUPPORTO sulle maniche della polo blu che indossavano al posto di quella nera dei poliziotti. Molti erano ex agenti. Nei periodi di maggiore attività potevano esserci quasi cento persone, distribuite su due piani.

A una fila di scrivanie sedevano gli operatori radio: tutti con le cuffie in testa, come chiunque altro nella stanza in realtà. Loro erano il collegamento con i poliziotti che lavoravano sul campo, sia in auto che a piedi. In genere, ogni operatore radio aveva anche uno schermo su cui controllava le immagini delle telecamere della propria zona specifica, in caso di necessità. Accanto a loro c’erano gli addetti alle chiamate d’emergenza: le telefonate al 999 erano segnalate da un cupo suono di clacson, in modo che, nei rari casi in cui tutti gli addetti fossero occupati, gli altri operatori presenti nella stanza, tutti addestrati, sarebbero stati avvertiti e avrebbero potuto rispondere.

Amy Wood, una donna placida e materna dai capelli scuri, aveva ventisei anni di servizio alle chiamate d’emergenza ed era uno degli operatori più esperti nella sala.

Amava il suo lavoro, perché non si poteva mai sapere cosa sarebbe successo, anche solo nel giro di dieci secondi. E se aveva imparato qualcosa, era che quando si crede di averle viste tutte c’è sempre una sorpresa in arrivo. Amy non aveva mai gradito le giornate che iniziano per T e, quando la situazione si scaldò, ne fu segretamente contenta. E nell’ultima ora le cose si erano fatte davvero roventi! Aveva risposto a chiamate di testimoni di due diversi incidenti d’auto, di un tizio la cui fidanzata era stata morsa dal cane del vicino, di un uomo di Bognor Regis che era stato buttato giù dalla bicicletta e se l’era vista rubare sotto il naso, e di un altro ancora che sembrava strafatto e si lamentava del dirimpettaio che continuava a fotografarlo.

La disgrazia del lavoro suo e dei suoi colleghi erano i continui falsi allarmi e le chiamate ancora più frequenti di malati di mente, ventiquattr’ore su ventiquattro. Un’anziana in particolare, affetta da demenza, chiamava quindici volte al giorno. Era un dato di fatto: il venti per cento delle richieste d’intervento immediato alla polizia erano chiamate di persone con problemi mentali.

Ne aveva una in linea proprio in quel momento. Un ragazzo in lacrime.

«Io mi ammazzo.» La voce isterica era a malapena udibile nel crepitante ruggito del vento.

«Può dirmi dove si trova?»

Chiamava da un cellulare e la stazione radio-base che riceveva e trasmetteva il segnale era comparsa sul suo schermo. Si trovava ad Hastings e poteva essere in una strada qualsiasi.

«Non penso che lei possa aiutarmi», disse lui. «Ho un problema nella testa.»

«Dove si trova?» chiese ancora lei con calma e cortesia.

«Rigger Road», rispose lui cominciando a singhiozzare. «Nessuno mi capisce, lo sa?»

Amy nel frattempo stava compilando il registro di «incidente in corso» e dava istruzioni a un operatore radio. «Può dirmi il suo nome?»

Ci fu un lungo silenzio. Sentì qualcosa che poteva somigliare a «Dan».

«Il suo nome è Dan?»

«No, Ben.»

Il tono della voce dell’uomo la preoccupava. Completò le sue istruzioni attribuendo il grado uno, che implicava l’intervento immediato sul posto in un massimo di quindici minuti. «Allora, che cosa è successo questa settimana per farti sentire così, Ben?»

«Non mi sono mai sentito all’altezza. Non posso dire a mia madre cosa c’è che non va. Vengo dal Senegal. Sono arrivato che avevo dieci anni, non mi sono mai adattato. La gente mi tratta come un diverso. Ho un coltello e adesso mi taglio la gola.»

«Per favore, resta in linea, Ben, fallo per me, stanno venendo. Io rimango in linea finché non arrivano da te.»

Sul suo schermo lampeggiò una risposta, con l’identificativo della vettura di pronto intervento che era stata assegnata. Sulla mappa Amy vide il simbolo rosa della volante, a meno di un chilometro da Rigger Road, saltare di colpo due isolati, avvicinandosi.

«Perché le persone mi trattano in maniera diversa?» disse piangendo, isterico. «La prego, mi aiuti.»

«Gli agenti sono vicinissimi, Ben. Io resterò in linea finché non ti avranno raggiunto.» Vide il simbolo rosa che imboccava Rigger Road. «Vedi una macchina della polizia? La vedi, Ben?»

«Mmmm.»

«Gli faresti un cenno?» Sentì delle voci, poi sullo schermo comparve il messaggio che la fece sentire sollevata: agenti sul posto.

Lavoro terminato. Chiuse la comunicazione. Era sempre difficile stabilire se le chiamate degli aspiranti suicidi fossero reali o solo un grido di aiuto, e né lei né chiunque altro si sarebbe mai preso il rischio con una telefonata del genere. Una settimana prima, aveva ricevuto la chiamata di un uomo che diceva di avere una corda al collo e di voler saltare giù dalla botola del solaio. Proprio mentre la polizia entrava in casa sua, Amy aveva sentito un raggelante gorgoglio e poi gli agenti che urlavano tra loro in cerca di un coltello.

Guardò l’orologio: le 17.45. Non era nemmeno a metà del suo turno di dodici ore, ma era il momento di farsi una bella tazza di tè e di vedere a quanti nel dipartimento andava di ordinare la cena da una balti house piuttosto buona, che era rapidamente diventata la loro mensa regolare di quel periodo. Prima che potesse sfilarsi le cuffie e alzarsi, le suonò il telefono.

«Polizia del Sussex, emergenze, come posso aiutarla?» rispose, notando subito numero e posizione approssimativa che erano comparsi sullo schermo. Era nella zona di Crawley, non lontano dall’aeroporto di Gatwick. A giudicare dal rumore del traffico di sottofondo, chi chiamava doveva trovarsi su un’autostrada. Amy si aspettò un incidente stradale: la maggior parte delle chiamate da autostrade erano per riferire la presenza di rottami sulla carreggiata oppure incidenti d’auto.

Come accadeva spesso, sulle prime l’uomo sembrò avere problemi a proferire parola. Grazie alla sua lunga esperienza, Amy sapeva che per tanti già solo chiamare il 999 era uno stress, cui si aggiungeva l’effetto che l’emergenza in corso stava avendo su di loro. Metà delle persone che chiamavano erano in un misto di nervosismo e confusione.

Nel ruggito del traffico, Amy sentiva a stento.

«L’ho appena chiamata, capisce... senta, il fatto è che... sono davvero preoccupato per la mia fidanzata», balbettò l’uomo.

«Posso avere il suo nome e cognome, signore?» domandò, anche se era già in grado di vedere il numero.

L’uomo rispose senza esitare. «Credo che la mia fidanzata sia nei guai. Ero al telefono con lei mentre entrava in macchina nel parcheggio sotterraneo del nostro appartamento. Mi ha detto che c’era un uomo appostato che l’ha spaventata, poi l’ho sentita gridare ed è caduta la linea.»

«Signore, ha provato a richiamarla?»

«Certo, certo. Per piacere, mandate qualcuno. Sono davvero preoccupato.»

L’esperienza e l’istinto di Amy le dicevano che la cosa era vera e potenzialmente seria. «Mi dice il suo nome?»

«Jamie... Jamie Ball.»

Nonostante il rombo di fondo, ora la voce si sentiva molto più chiaramente. Ancora una volta lei digitò mentre parlava. «Può darmi l’indirizzo, il nome e una breve descrizione della sua fidanzata?»

Lui glieli comunicò, e aggiunse: «Per favore, per favore, potete mandare qualcuno laggiù, in fretta? C’è qualcosa che non va».

Amy studiò lo schermo e la mappa, in cerca del simbolo rosa, poi lo individuò. «Gli agenti sono stati inviati, signore.»

«Grazie. Grazie mille.»

La voce di lui si era incrinata. «Per favore, signore, resti in linea un momento. Signor Ball? Jamie? Io sono Amy.»

«Mi scusi», disse. Sembrava un po’ più calmo.

«Potrebbe darmi il numero di cellulare della sua fidanzata, il numero di casa e la targa della sua auto?»

Ball le fornì i dettagli, ma d’un tratto non riusciva a ricordare per intero il numero di targa. «Inizia con GU10», disse. «La prego, gli dica di fare in fretta.»

«Ha idea di chi possa essere la persona nel parcheggio? Lei o la sua fidanzata avete mai visto qualcuno di sospetto?»

«No, no. Ma laggiù è buio e non è sicuro. Qualche mese fa, alcune auto sono state vandalizzate. Io adesso sto tornando a casa, ma sono a una mezz’ora buona.»

«Gli agenti saranno sul posto nel giro di pochi minuti, signore.»

«Per favore, assicuratevi che stia bene. Vi prego. Io la amo. Per favore, vi prego, controllate.»

«Passo il suo numero agli agenti incaricati, signore. La ricontatteranno.»

«L’ho sentita urlare», disse. «Oh, Dio, l’ho sentita urlare. È stato terribile. Devono aiutarla.»

Amy digitò i dettagli e li inviò ad Andy Kille tramite il sistema interno di messaggistica urgente.

Kille mise subito in stato di allerta il sovrintendente capo Nev Kemp, comandante Oro in servizio, e l’ispettore capo Jason Tingley, responsabile degli eventi critici – un ruolo prima noto come comandante Argento –, comunicando loro che era in corso un possibile rapimento.

Il segno della morte
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