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Venerdì 12 dicembre

Lasciato il pub, Grace tornò alla Sussex House, si sedette in ufficio e cominciò a riesaminare la documentazione che gli aveva portato Glenn Branson. Prese un documento ingiallito, formato A4, con l’intestazione REGISTRO CRIMINI DEL SUSSEXOMICIDIO.

 

Alle 8.45 di mercoledì 3 aprile 1985, il corpo del soggetto di sesso femminile di seguito descritto è stato rinvenuto nella foresta di Ashdown. Causa del decesso: indeterminata, ma si ipotizza soffocamento.

 

Guardò nuovamente la foto della bella ragazza con i capelli castani lunghi e lisci, le lentiggini e gli occhiali, e si domandò dove fosse stata scattata, poiché fissava il fotografo con un’espressione di fiducia cordiale, quasi serena.

Proseguì nella lettura.

 

Dal corpo mancano i seguenti effetti personali:

1 – scarpe nere, numero 39, etichetta sulla suola «Fabbricato nel Regno Unito. Vero cuoio. Tomaia in cuoio con suola fatta a mano»;

2 – mazzo di chiavi con targhetta in pelle e la scritta «BMW Chandlers di Brighton», comprendente una chiave marchiata BMW, una chiave tipo Yale e probabilmente un’altra chiave;

3 – una borsetta dal contenuto sconosciuto.

 

Il foglio successivo sembrava l’ingrandimento di una mappa dell’Ordnance Survey, l’ente pubblico per le cartografie. Nell’angolo in alto a destra, un cerchio in rosso contrassegnava il punto in cui era stato ritrovato il corpo.

Passò a esaminare un quaderno arancione con la scritta SQUADRA EMERGENZEINVENTARIO.

Poi fu la volta di una foto che mostrava un gruppo di uomini in stivali di gomma, jeans e maglione, ognuno con in mano un lungo palo, in una radura tra gli alberi attorno a un’ombra scura. Scosse la testa.

Dio, che differenza: quelle persone oggi indosserebbero tute protettive per evitare di contaminare la scena del delitto.

Un’altra foto mostrava un’ombra scura di forma umana nel sottobosco fitto.

In quella successiva si distinguevano un paio di jeans. Poi, passando alla seguente, fece un profondo e brusco sospiro, come gli capitava sempre quando vedeva un nuovo cadavere.

C’era qualcosa di terribilmente triste in una vittima di omicidio. Non riusciva a evitarlo, ma per un attimo Grace si sentiva sempre un guardone, come se si fosse imbucato a una festa a cui nessuno l’avrebbe mai e poi mai invitato.

E ogni volta si domandava se un giorno avrebbe portato alla luce le ossa di sua moglie scomparsa, Sandy.

I morti non avevano voce in capitolo su chi si presentava al loro luogo di deposito. La responsabilità di essere rispettosi ricadeva sui presenti. Anche in quel momento, seduto alla sua scrivania, con l’oscurità che premeva contro i vetri delle finestre schizzati di pioggia, Grace provava quella sensazione, mentre guardava in foto il profilo di quella faccia piena di chiazze, come se fosse punteggiata di rossetto, senza gli occhi, cavati dagli uccelli, con i capelli castani scuri scompigliati e indosso quello che sembrava un maglione grigio di lana artigianale.

Chi l’aveva lavorato? si chiese. La madre premurosa? La nonna?

Il maglione con cui era stata ammazzata.

In un’altra foto, stavolta frontale, si vedevano la pelle scura, marezzata, e le orbite vuote, come se indossasse un passamontagna.

Santo Dio. Eri all’università del Sussex. Tuo padre ti aveva prestato la macchina per la serata, perché si fidava della tua guida e non voleva che ti riportasse a casa qualche studente sbronzo. Però a casa non ci sei mai tornata.

Chiamò Tony Case, il funzionario di supporto, pur ritenendo improbabile che fosse ancora in servizio a quell’ora del venerdì sera, e invece lo trovò proprio mentre se ne stava andando. Case disse di essersi trattenuto fino a tardi perché stava dando una mano a riorganizzare le sale operative.

Cinque minuti dopo, Grace seguiva la sagoma tarchiata di Case al piano interrato della Sussex House. Con trent’anni di servizio all’attivo, e ormai prossimo alla pensione, Case aveva lavorato prima come agente preposto al traffico e poi era rientrato nel corpo come civile, com’era prassi per molti agenti. Aveva in mano un enorme mazzo di chiavi.

Percorsero un corridoio e si fermarono davanti a una porta di sbarre d’acciaio. Case frugò tra le chiavi, ne scelse una e l’aprì, poi accese le luci.

Alcune lampadine scoperte, due delle quali avvolte da ragnatele, gettarono una debole luce per tutta la lunghezza dell’ampio deposito, con le pareti rivestite di scaffali metallici alti fino al soffitto in cui erano accumulate cassette di plastica verde piene di prove, cartelline di documenti e cataste di fogli.

Quando entrava in quel deposito, Grace provava sempre una strana sensazione, come se fosse infestato dagli spettri. Lo conosceva bene, fin dai tempi in cui era stato nominato responsabile dei cosiddetti cold cases, i casi a pista fredda, e aveva dovuto riesaminare tutti gli omicidi irrisolti della contea del Sussex per vedere se i progressi nel rilevamento delle impronte digitali e nell’identificazione mediante DNA potessero contribuire a risolverne alcuni. La polizia del Sussex non chiudeva mai la pratica di un omicidio irrisolto. Tutte quelle cassette verdi contenevano materiale che poteva risalire fino alla seconda guerra mondiale, a volte anche prima. Ogni indagine ne riempiva venti o più, e Grace aveva sentito il fardello di ogni caso che aveva riesaminato, consapevole che quella poteva essere l’ultima opportunità per la vittima di ottenere giustizia.

Camminò accanto alle sezioni contrassegnate da etichette scritte a mano: OPERAZIONE GALBY, OPERAZIONE DULWICH, OPERAZIONE CORMORANO. Alcune le conosceva molto bene. Riusciva persino a ricordare il contenuto dello stomaco di alcune vittime, l’ultima cosa che avevano mangiato o bevuto.

Spettri.

Si fermarono davanti alla sezione riservata all’OPERAZIONE YORKER, che comprendeva quarantatré contenitori. L’omicidio irrisolto di Katy Westerham.

Tony Case lo guardò. «Quali vuoi che ti porti su in ufficio?»

Grace fece scorrere lo sguardo sui contenitori. Ognuno era pieno di cartelline con etichette blu e bianche, il numero seriale scritto a inchiostro nero e sigillato con fascette anti manomissione.

«Tutte, per favore.»

 

 

Alla fine, quasi alle undici e mezzo, dopo aver fatto tutto quel che poteva per quella sera sul caso di Logan Somerville, Grace tornò a casa.

Cleo gli aveva lasciato un piatto freddo sul tavolo, ma lo sentì rincasare e scese al piano di sotto per fargli compagnia. «È stata una giornata difficile, a quanto pare.»

Dall’altra parte del tavolo, Grace le rivolse un sorriso tirato. «Esatto, proprio così. Una giornataccia. Scusami se non sono di grande compagnia. Te ne stai tutto il giorno chiusa in casa con il piccolo, poi, quando torno, non vedi l’ora di fare conversazione e invece tutto quel che faccio è starmene seduto in silenzio a rimuginare.»

«Allora non tenerti tutto dentro.»

«Ho una brutta sensazione sul caso che sto seguendo.» Si strinse nelle spalle e prese la bottiglia d’acqua frizzante che Cleo aveva messo nel secchio refrigerante al centro del tavolo e se ne versò un po’.

«L’operazione Carro da Fieno?» lo pungolò lei.

Lui annuì.

«Ti preoccupa Cassian Pewe?»

«In questo momento, è l’ultimo dei miei problemi.» Un paio di bicchieri di qualcosa di forte non gli sarebbero dispiaciuti, ma aveva bisogno più che mai di mantenersi lucido e, naturalmente, era reperibile. «In questa città è successo praticamente ogni crimine possibile e immaginabile, ma finora abbiamo avuto pochissimi, se non nessuno, di quelli che potrebbero definirsi serial killer.»

«Come si definisce un serial killer?»

«Un soggetto che commette tre o più omicidi in momenti diversi. Nel 1985 un giovane aveva ucciso il padre, la matrigna e il fratellastro con una mazza da baseball al Lighthouse Club di Shoreham. Ma tutti nella stessa sera, quindi omicidio plurimo. Non un serial killer.»

«Pensi che ce ne sia uno, adesso?»

Grace tacque, prese il bicchiere, poi lo rimise giù. «Non lo so ancora. Forse, però, abbiamo scoperto un omicidio di trent’anni fa. È presto per dirlo con certezza.»

«Il colpevole potrebbe essere lo stesso?»

Lui non disse niente. Stava pensando.

«Dai, tesoro, devi mangiare qualcosa.»

Grace guardò il suo cocktail di gamberetti e avocado, annuì e prese la forchetta. «Sì, sto morendo di fame, grazie.» Mandò giù un solo boccone e sprofondò di nuovo nei suoi pensieri.

6 MORTA.

Trent’anni prima. Un doppio omicidio? Di più? Da qualche parte c’era una terza vittima marchiata? Una quarta? Una quinta? In un’altra località del Regno Unito, forse? Da quel che Grace aveva studiato, i serial killer tendevano a operare in nazioni dal territorio molto vasto, Stati Uniti, Australia, Russia, dove potevano spostarsi per distanze notevoli senza destare sospetti. In certe occasioni, però, non seguivano quel modello.

Anche il tempo poteva valere come distanza.

Catherine Westerham, ritrovata morta nel 1985, aveva diciannove anni e capelli castani lunghi con la riga in mezzo. Emma Johnson, scomparsa due settimane prima, aveva ventun anni e caratteristiche simili. Logan Somerville, scomparsa da poco, aveva i capelli castani lunghi. Stava lavorando troppo di fantasia?

La donna sconosciuta, i cui resti erano stati rinvenuti a Hove Lagoon, sembrava aver avuto i capelli castani lunghi.

Si rese conto, in maniera sempre più pressante, di dover identificare quello scheletro. In fretta.

Trent’anni erano tanti, ma dalla storia dei casi di serial killer che aveva visto presentare al simposio annuale dell’Associazione Ispettori Squadre Omicidi negli Stati Uniti, al quale non mancava quasi mai, sapeva che potevano esserci notevoli vuoti temporali. Vent’anni non erano rari. Dennis Rader di Wichita, in Kansas, autonominatosi BTK, bind, torture and kill, ossia «lega, tortura e uccidi», aveva fatto una pausa di circa quindici anni e stava per colpire di nuovo quando era stato catturato. La fine della prima sequenza di omicidi di Rader aveva coinciso con la nascita del suo primo figlio. Grace, qualche tempo prima, aveva lavorato al caso di uno stupratore seriale di Brighton che prendeva le scarpe delle vittime e si era fermato per molti anni prima di ricominciare. Il motivo della pausa era stato il matrimonio.

Trent’anni. Erano troppi?

Il segno della morte
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