39
Sabato 13 dicembre
Roy Grace si svegliò alle cinque di mattina, venti minuti prima della sveglia programmata e di quella di emergenza dell’iPhone. Cleo dormiva tranquilla, respirando profondamente. Gli dava le spalle, accoccolata contro di lui, che teneva il braccio destro sotto il suo cuscino. Grace sentì la pioggia scrosciante all’esterno e, come faceva ogni volta che si svegliava durante la notte, rimase ad ascoltare il respiro di Noah attraverso il baby monitor. Suo figlio sembrava star bene.
Lui si sentiva stanco, pesante, e avrebbe potuto facilmente sprofondare di nuovo nel sonno, ma doveva infondersi energia per quella che si preannunciava una giornata lunga e difficile. Cercando di non svegliare Cleo, visto che ci aveva già pensato Noah due volte durante la notte, si liberò lentamente il braccio, con delicatezza.
Lei si agitò. «Stai andando via, tesoro?» mormorò, ancora mezza addormentata.
«Porto Humphrey a fare una corsetta.»
«Ti amo.»
Le baciò la spalla. «Ti amo tanto», disse, poi scivolò nudo fuori dal letto e restò in piedi nell’oscurità gelida. «Ti spiace se accendo la luce per un po’?»
«Sono sveglia», rispose Cleo.
Grace accese la luce sul suo comodino, si trascinò in bagno, chiuse la porta, accese la luce all’interno e, sbadigliando, avviò lo spazzolino da denti elettrico. Cinque minuti dopo, in tuta e berretto da baseball, intento a calmare un eccitato Humphrey che gli saltava addosso e abbaiava, uscì di casa con il cane, guinzaglio in una mano e sacchetto di plastica nell’altra, nella probabile eventualità che Humphrey decidesse di fare i suoi bisogni durante il tragitto.
Corse attraverso il cortile acciottolato fino al cancello, attaccò il guinzaglio a Humphrey, uscì in strada e camminò tra le case silenziose, i negozi e i bar chiusi, diretto verso il lungomare. Amava la città a quell’ora, quando era quasi del tutto addormentata. Gli piaceva la sensazione di cominciare prima del resto del mondo. Era sempre riuscito a tollerare il poco riposo, il che tornava utile nel suo lavoro, in cui dormire solo poche ore era la norma, e adesso che aveva un bambino inquieto la privazione del sonno era persino aumentata.
La pioggia che gli picchiettava sul viso e l’aria salmastra erano piacevoli, avevano un buon odore. Attraversò una King’s Road deserta nel bagliore fosco dei lampioni, poi liberò Humphrey, che fuggì via e scese giù dalla rampa accanto alle arcate. Alla sua sinistra si ergeva la lunga sagoma scura del Brighton Pier, o Palace Pier, come continuava a preferire lui. Andò verso ovest, in direzione dei tristi e arrugginiti resti scheletrici del West Pier, distrutto da un incendio più di dieci anni prima e che, giorno dopo giorno, si stava sbriciolando in mare.
Mentre correva, ormai del tutto sveglio e sempre più lucido, i pensieri sulla giornata che lo attendeva si cristallizzavano. Poco prima di andare a letto, a mezzanotte, aveva controllato le sue email e aveva visto che alla squadra di rugby della polizia del Sussex, di cui era presidente, mancava un giocatore, a causa di un’indisposizione, per una partita importante nel pomeriggio. Poteva giocare lui o trovare un sostituto dell’ultimo minuto? Era un impegno banale nel mezzo di un’operazione tanto critica, ma doveva affrontarlo. Fino ad allora non c’era stata risposta da due potenziali sostituti a cui aveva scritto via email, ma nulla di sorprendente, considerato l’orario.
Tornò a concentrarsi su Logan Somerville, che ormai mancava dalle cinque e mezzo di sera di giovedì. Trentasei ore. Sia il nuovo assistente commissario capo, sia il capo della polizia gli avevano telefonato la sera prima per avere aggiornamenti, ricordandogli quanto fosse importante ritrovarla. Non avevano bisogno di farlo, Grace era già abbastanza motivato di suo. Era dalla scomparsa di Sandy, un decennio prima, che conosceva bene l’angoscia causata dalla sparizione di una persona cara. Ci aveva convissuto ogni singolo giorno e, nonostante il suo profondo amore per Cleo, la sofferenza per Sandy era ancora lì, nel cuore e nell’anima.
Non aveva detto niente a Pewe e a Roigard delle sue più grandi preoccupazioni.
Quando si fermò davanti ai resti del West Pier, Humphrey parve un po’ seccato. Il cane abbaiò, come a dirgli che di solito correvano molto di più, almeno in direzione di Hove Lagoon.
«Scusami, amico, devo andare al lavoro. Devo trovare urgentemente una persona, okay?»
All’improvviso Humphrey balzò in avanti e corse verso la spiaggia, facendo scricchiolare i ciottoli, in cerca di qualcosa.
«Che c’è, amico?» disse Grace a voce alta.
Nella fioca luce dei lampioni della passeggiata, vide Humphrey fermarsi, stendersi sulla schiena e cominciare a rotolare vigorosamente a destra e sinistra.
Costernato, Grace si rese conto di colpo di quello che stava succedendo. «Humphrey!» urlò. «No! No! No, Humphrey!» Aprì la cerniera della tasca, estrasse il telefono, trovò l’applicazione della torcia e l’accese, quindi si mise a correre sui ciottoli, incespicando e in equilibrio precario, gridando al cane di fermarsi. «Humphreyyyyyy!»
In piedi accanto al cane che si rotolava, urlò ancora, con forza.
Contrito, Humphrey si rimise a quattro zampe e lo guardò dal basso. Questione di attimi e il nauseabondo odore di putredine lo investì. Nel luminoso fascio della torcia, Grace vide le zampe, le chele divaricate e il ventre bianco di un granchio aperto in due, morto da tempo.
Per un momento accarezzò l’idea di trascinare il cane in mare per lavarlo, ma le onde battevano forte, era troppo rischioso. Il fetore, quindi, lo accompagnò fino a casa mentre Humphrey gli camminava accanto, felice come una Pasqua e orgoglioso della sua nuova fragranza.
«Proprio quello che mi ci voleva, accidenti!» sussurrò Grace al cane, rientrando in casa mentre lo teneva stretto per il collare e soffocava i conati. Lo trascinò, lottando a ogni centimetro, il cane che puntava le zampe a terra, grattando il pavimento e poi lungo le scale, fino al bagno del piano di sopra, dopodiché Grace chiuse la porta, lo mise nella vasca, aprì i rubinetti, prese il soffione della doccia e gli lavò via dalla schiena, meglio che poté, quella schifezza fetida e marcescente.
Trenta minuti più tardi, dopo una doccia, una rasatura, una veloce scodella di porridge liofilizzato e qualche sorso di tè, salutò con un bacio Cleo, ancora addormentata, e scivolò fuori di casa. Humphrey, steso nella sua cesta in soggiorno, non alzò nemmeno la testa. Aprì solo un occhio, con noncuranza, come se qualche stronzo alieno se ne fosse appena andato da casa sua.