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Sabato 13 dicembre
Lui lo chiamava cacciare.
Quella parola aveva un bel suono.
Tutta la città era suo terreno di caccia. Nei mesi estivi, con indosso il blazer e il cappello di paglia sulle ventitré, passeggiava con regolarità sotto gli archi e lungo il molo, poi prendeva la Volk’s Railway, dove nell’angusta intimità dei sedili rigidi amava conversare con gli estranei, raccontando loro che quella era la ferrovia elettrica più antica del mondo ancora in funzione e annoiandoli con i relativi aneddoti.
Per tutta la durata della caccia, mentre camminava o sedeva insieme ai forestieri, scattava furtive foto di chi reputava avesse il potenziale per diventare un progetto.
La fotografia si era semplificata molto negli ultimi tempi, grazie alla fotocamera del suo iPhone. I potenziali progetti vedevano solo un uomo che faceva una telefonata. Non avrebbero mai immaginato di essere entrati a far parte della sua hall of fame. A lui piaceva prendersi del tempo per studiarli tutti. E pianificare. Pagine e pagine di appunti che riempivano gli schedari del suo PMS, il Posto Molto Segreto dove gli piaceva a volte rifugiarsi a pianificare, perché laggiù riusciva a riflettere con chiarezza, lontano dalla distrazione dei progetti in corso, e si godeva il fatto di essere in un luogo così tanto visibile.
PMS! Che bello avere un PMS!
I potenziali progetti che studiava di più erano quelli che irradiavano vulnerabilità. A un certo punto della nostra vita, tutti siamo vulnerabili, ma alcuni lo sono sempre. Questi erano i soggetti che mostravano la paura più grande. E lui voleva essere temuto. Temuto sul serio. Nulla lo eccitava di più del vedere la paura. Sentirla. Toccarla. Percepirla. Fiutarla. Assaggiarla.
Adorava tenere i suoi potenziali progetti sotto osservazione per lunghi periodi. Spesso mesi. Gli piaceva seguirli. Naturalmente, in tanti andavano alla stazione per tornare da dove venivano. Altri erano diretti alle loro auto. Quelli erano persi. Alcuni, però, andavano a casa a piedi o prendevano l’autobus, rendendogli la vita molto più semplice.
Giovedì, venerdì e sabato erano le sue serate preferite. West Street a Brighton in special modo, dov’era semplicissimo essere invisibile. Quella strada pacchiana, che lui chiamava Il Paradiso del Tamarro, andava dalla torre dell’orologio fino al lungomare, tutta sale giochi e locali, popolata da giovanotti seminudi e chiassosi, addii al nubilato e al celibato, spesso in costumi ridicoli, sempre sotto l’occhio vigile di un notevole presidio di polizia. Per come la vedeva lui, era la fogna dell’umanità. Una cloaca.
E lui era sempre pronto a liberarla da uno dei suoi occupanti.
Erano appena passate le 00.50.
Lei si chiamava Ashleigh Stanford. Ventun anni. La teneva d’occhio ormai da sei mesi. Lavorava il venerdì e il sabato sera al bancone di un pub nelle Lanes. Quando smontava, tornava in bicicletta all’appartamento che condivideva con il fidanzato in una strada tranquilla di Brighton e sembrava sempre un po’ alticcia.
Studiava per diventare stilista all’università di Brighton.
Dalla sua ricerca era emerso che Ashleigh Stanford era discendente alla lontana, ma in linea diretta, della storica dinastia di proprietari terrieri, le cui radici risalivano al Seicento e che una volta avevano posseduto enormi appezzamenti di terreno attorno a quella che si chiamava Brighthelmstone. Gli piaceva quel legame storico con la città.
Ma c’era qualcosa in Ashleigh Stanford che gli piaceva ancora di più. Oh, sì.
Era perfetta.
Mise in moto, controllò gli specchietti e, al volante della Škoda con i colori della compagnia di taxi Streamline che aveva scelto per la serata, si allontanò dal parcheggio molto lentamente, gli anabbaglianti accesi. Sorrise tra sé per la sua astuzia. Era importante cambiare i veicoli. I taxi non risultavano mai fuori posto e quel modello era tra i più utilizzati a Brighton. L’aveva acquistato di seconda mano da una concessionaria dello Yorkshire, poi l’aveva fatto dipingere da una carrozzeria locale con il caratteristico cofano azzurro. Aveva ordinato le decalcomanie da taxi a una ditta via internet e anche la luce per il tettuccio era stata facile da trovare.
Ashleigh, con uno zainetto in spalla, pedalava con brio, oscillando e dondolando, in direzione ovest. Verso casa? L’avrebbe scoperto presto.
C’era qualcosa di molto simmetrico nel numero tre. In due è compagnia, in tre è una folla!
A Felix la cosa sarebbe andata bene. Harrison, come al solito, non ne sarebbe stato sicuro. E Marcus, dannato pedante, sarebbe stato del tutto contrario a quello che stava per fare. E quella era la prova che stava agendo bene. In due è compagnia, in tre è una folla!
Come piaceva dire al suo vecchio insegnante di scienze a scuola: CVD. Come volevasi dimostrare.
Pedinava Ashleigh a una distanza tale che i suoi fari non si riflettevano nemmeno sul catarifrangente posteriore della bicicletta. Lei pedalò oltre la statua della pace e imboccò in fretta la pista ciclabile lungo i prati di Hove. C’erano solo lui e il suo giovane e grazioso progetto!
Benissimo!
Ashleigh abbandonò la ciclabile e tornò sulla strada per evitare una deviazione, passando con il rosso all’incrocio con Grand Avenue, sotto lo sguardo severo della regina Vittoria; qualche minuto dopo lo rifece all’incrocio con Hove Street.
Accidenti, sei spericolata! Ti serve una bella lezione di sicurezza stradale. E non hai nemmeno il casco!
Era impaziente, tremava d’eccitazione! Gli sarebbe piaciuto prenderla subito, ma sapeva delle telecamere piazzate in quel punto lungo la strada. All’improvviso, senza segnalarlo, la ragazza si portò al centro della carreggiata e svoltò a destra, oltre un condominio d’angolo, imboccando Carlisle Road.
Oh, sì, tesoro, perfetto, grazie!
Spegnendo i fari, svoltò a destra a sua volta, poi accelerò. Mentre le si avvicinava, mise in folle, tenne il pedale dell’acceleratore appena premuto e procedette in silenzio per qualche secondo, sudando per l’eccitazione. Le arrivò vicino, così tanto da vedere i lunghi capelli castani che si agitavano sulle spalle nel bagliore dei lampioni.
Erano a metà della via, diretti al suo appartamento nei pressi dell’incrocio con New Church Road. Ingranò la marcia, silenziosamente, premette piano l’acceleratore, le andò accanto e vide il suo viso attraverso il finestrino destro, teso per lo sforzo.
Di scatto, ruotò lo sterzo a sinistra. Nell’istante in cui sentì il clangore metallico, percepì l’impatto. Frenò con forza, ma senza far stridere le gomme, per non svegliare la strada dormiente. Estrasse la siringa ipodermica dalla tasca, poi balzò giù dall’auto e corse da lei. «Dio, mi dispiace, sono...»
Ma non c’era bisogno di scuse. Lei era stesa a terra, scomposta, e gemeva sotto shock. Lui si guardò alle spalle, diede un’occhiata attorno, scrutò le finestre delle case su entrambi i lati della strada che potevano avere una visuale. Nessun segno di attività.
S’inginocchiò accanto a lei, fingendo di controllarle il polso, poi le aprì la bocca come per esaminare le vie respiratorie, ma invece le affondò l’ago nella lingua e svuotò l’intera siringa di chetamina. Ricoprì la siringa e se la rimise in tasca, continuando a tenere d’occhio i dintorni.
La trascinò verso il retro dell’auto, aprì il bagagliaio e la caricò nel vano. Aveva già abbassato il sedile posteriore. Poi con le mani guantate aprì lo zainetto di Ashleigh, frugò all’interno e tirò fuori un iPhone. Sempre circospetto, tornò indietro, scaraventò il cellulare in una fitta siepe di alloro accanto a un vialetto e sollevò la bici. Buttò anche quella nel bagagliaio, sopra la ragazza, chiuse il portellone, salì a bordo e partì.
Fremeva di aspettativa.
Che bella sensazione. Davvero!
Il suo nuovo progetto!
Sentì dentro un’esplosione di felicità tale che avrebbe voluto cantare a squarciagola e condividere quello che provava con il mondo intero.
«Sei mia, tesoro! Oh, sì!» Si voltò indietro e parlò ancora, con calma: «Sarai un altro fantastico progetto! Sicuramente! Fidati di me! Vado alla grande!»