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Sabato 13 dicembre

Un’ora più tardi, Roy Grace era alla guida di una Ford Mondeo grigia senza contrassegni, con Tanja Cale seduta accanto. Svoltò a sinistra, lasciando Old Shoreham Road e immettendosi su Blenheim Street, una strada stretta costeggiata da villette bifamiliari degli anni ’50 che andava in direzione sud, verso il porto di Shoreham.

Su entrambi i lati erano parcheggiate varie auto, furgoni e un paio di taxi, insieme a una vecchia ambulanza riadattata. Senza fermarsi osservarono il civico 62: una casa malmessa con la vernice scrostata e una striscia di giardino incolto sul davanti. In tutta la strada, però, c’era un’unica Volvo, un modello piccolo e recente, con una targa diversa. Grace provava la stessa tensione ogni volta che partecipava a un blitz. Quali pericoli avrebbe dovuto affrontare la sua squadra dietro quella porta? Che cosa avrebbero trovato?

«L’auto sarà custodita in un garage da qualche parte nei dintorni», disse Tanja Cale. «È improbabile che sia tanto stupido da lasciarla fuori.»

Grace annuì. Pensava alla ragazza rapita la notte precedente: Ashleigh Stanford. Controllò l’iPhone per vedere se nel frattempo non fosse arrivata una fotografia. Poi il telefono suonò: era il sovrintendente Steve Curry, responsabile eventi critici.

«Tutti in posizione, Charlie Uno. Siete pronti?»

Grace guardò Cale, che annuì. «Sì, sì», rispose allora. «Andiamo!»

Con l’adrenalina che saliva, fece inversione il più in fretta possibile. In fondo alla strada comparvero due furgoni bianchi che accelerarono verso di lui, poi entrambi si fermarono e parcheggiarono in doppia fila di fronte al numero 62 e alla casa accanto. Grace accostò muso contro muso al primo furgone, da cui scesero due poliziotti dell’unità cinofila, con giacca, pantaloni neri e berretto da baseball con la scritta POLIZIA. Aprirono la portiera posteriore del veicolo e guidarono due pastori tedeschi lungo il vialetto che fiancheggiava la casa, per coprire adeguatamente fianchi e retro.

Dal secondo furgone, molto più grande del primo, uscirono otto agenti della squadra di supporto, in tenuta da combattimento blu, con giubbotti antiproiettile e caschi con la visiera abbassata. Due guidavano il gruppo con l’ariete e il martinetto idraulico, mentre il resto dei colleghi li seguiva.

Grace e Cale scesero dall’auto, ma rimasero indietro perché così prevedeva il protocollo finché l’edificio non fosse stato dichiarato sicuro dall’ispettore della squadra di supporto, Anthony Martin.

Sei degli otto agenti in giubbotto antiproiettile si raggrupparono fuori dalla porta d’ingresso in attesa del segnale, mentre altri due seguirono i poliziotti con i cani sul retro.

L’ispettore diede il segnale. I sei agenti urlarono all’unisono, classica tattica di dominio rapido. «Polizia! Polizia! Polizia!»

Il membro numero uno della squadra azionò il martinetto idraulico, allargando i due lati del telaio della porta, il secondo la colpì con l’ariete e l’aprì, frantumandola, quasi all’istante.

Fecero irruzione tutti insieme, urlando a pieni polmoni. «Polizia! Polizia! Polizia!»

Grace e Cale rimasero in attesa sul marciapiede. Dopo meno di due minuti, la sagoma magra e slanciata dell’ispettore Anthony Martin apparve sulla porta d’ingresso, con la visiera sollevata e un’espressione perplessa, e gli fece cenno di entrare.

«Non sono molto convinto da quel che abbiamo qui, Roy. Sei certo delle tue informazioni?» disse quando l’ebbero raggiunto.

«Che cosa avete trovato?»

«Vieni a vedere tu stesso.»

All’interno, odore di mobilio ammuffito e gatti. Entrarono in un soggiorno con sala da pranzo annessa, dove c’erano un vecchio set di poltrone e divano e un tavolino su cui erano posati gli avanzi di un pasto e una copia del Daily Express del mattino. Poco oltre c’era una cucina antiquata. Due agenti stavano spalancando i pensili e togliendo i cuscini dal divano e dalle poltrone. Accompagnato dal sergente Cale, il sovrintendente Grace seguì Martin al piano superiore lungo una stretta scalinata e, quando raggiunsero il pianerottolo, furono superati da due grassi gatti tigrati che schizzarono giù per le scale.

«Sta arrivando l’ambulanza? Pensavo foste quelli dell’ambulanza», disse una voce di donna anziana, lamentosa. «Li ho chiamati perché devo andare all’ospedale di Worthing, ho un appuntamento, sapete. Pensavo foste dell’ambulanza.»

Grace guardò la moquette scolorita, macchiata e punteggiata da quelli che sembravano escrementi di gatto. Arricciò il naso. C’era puzza di urina e sudore. Era il genere di posto dove dovevi pulirti i piedi quando uscivi e su cui gli agenti scherzavano spesso quando lui era agli inizi e andava di pattuglia. Grace vide la botola di un solaio, con una scala allungabile che scendeva fino al pavimento.

Seguì l’ispettore Martin, cercando di mettere i piedi sulle parti di moquette libere dalle cacche di gatto, ed entrò in una stanza da letto. Vi era distesa una donna anziana sugli ottant’anni, o forse più, con chiazze di pelle rosa che affioravano tra i capelli sfibrati. Era così grassa che Grace impiegò del tempo per capire dove finissero tutti i menti e dove cominciasse la faccia. Una faccia che gli ricordava quelle mappe tridimensionali delle lezioni di geografia che si facevano a scuola, dove venivano mostrate le colline in rilievo.

«Hanno detto che l’ambulanza sarebbe arrivata per le nove. Non posso alzarmi, capite. Sono malata.»

Grace dovette sforzarsi per non dirle quale fosse davvero la sua malattia, mentre fissava la confezione gigante di bomboloni che la donna aveva da un lato e la confezione gigante, e vuota, di cioccolatini Cadbury Dairy Milk dall’altro. Il vetusto televisore ai piedi del letto rimandava un’immagine sfocata di James Martin all’opera nella sua cucina.

Le mostrò il distintivo, trattenendo il fiato, nel tentativo di non respirare il suo fetore più del necessario. «Sovrintendente Roy Grace, polizia del Sussex, unità Reati Gravi», disse. «Purtroppo non siamo il suo servizio di taxi, signora. Sto cercando Martin Horner.»

«Chi?» disse lei contraendo il viso in una smorfia.

«Martin Horner. La sua Volvo è registrata a questo indirizzo.»

«Mai sentito nominare, e non c’è mai stata una macchina qui. Sta arrivando l’ambulanza? Altrimenti farò tardi all’appuntamento. Non posso scendere dal letto da sola, sa? Sono molto malata.»

«Qual è il suo nome, signora?» chiese Tanja Cale.

«Anne... Anne Hill.»

«Ha un assistente domiciliare che si prende cura di lei, signora Hill?» chiese Grace.

«No, sono sola. Ne ho avuto uno per un po’, ma adesso non più. Ha smesso di venire.»

Forse perché ha capito come stanno davvero le cose, pensò Grace, guardandola dritto negli occhi. «Qual è il suo nome completo, signora Hill?»

«Anne Hill. Solo Anne Hill.»

«Qualcuno ha fatto colazione al piano di sotto, signora Hill, e ha portato in casa una copia di oggi del Daily Express. Può darci una spiegazione?» disse Grace, sempre guardandola negli occhi.

«No», disse. «No, non ne so niente. Io non posso alzarmi dal letto, sa.»

Grace insisté. «Se lei non può alzarsi dal letto, allora chi altri c’è o c’era qui?»

L’anziana rimase in silenzio per qualche istante. Gli occhi saettavano a destra e sinistra, come in cerca di una risposta convincente. «Solo io, tesoro.»

«Il solaio è vuoto», disse una voce alle spalle di Grace.

Si girò e vide un agente della squadra di supporto, che scendeva dalla scala.

«Allora chi ha fatto colazione qui stamattina, signora Hill?» chiese Tanja Cale. «Martin Horner?»

La donna fece una smorfia, perplessa. «Martin Horner? E chi è?»

I due investigatori si guardarono.

«Visto che lei è bloccata a letto e incapace di alzarsi, suppongo che Martin Horner sia la persona che ha portato la copia di oggi del Daily Express e che ha consumato la colazione al piano di sotto. A meno che lei non abbia una spiegazione migliore.»

La donna arrossì. Sembrava impaurita, gli occhi erano due biglie che roteavano, come sconnessi da nervi e tendini. «No, no, no, io... non me lo so spiegare.»

«Anne Hill, la dichiaro in arresto per sospetto intralcio alle indagini della polizia. Non è tenuta a rispondere, ma potrebbe nuocere alla sua difesa se, interrogata, omettesse di dire qualcosa su cui intende poi fare affidamento in tribunale. Le sue dichiarazioni possono essere utilizzate come prova. Tutto chiaro?»

Più agile dei suoi gatti, la donna saltò giù dal letto, con i rotoli di ciccia che ballonzolavano sotto la camicia da notte semitrasparente, e rimase in piedi per qualche momento, poi prese una vestaglia sudicia da dietro la porta e se l’avvolse addosso. «D’accordo», disse. «Sono stata io. Sono uscita a prendermi il giornale e ho fatto colazione.»

«Perché ci ha mentito?» chiese Tanja Cale.

Costernato, Grace capì che la donna stava dicendo la verità. I paramedici si lamentavano di continuo di persone come lei, che abusavano del servizio di ambulanza. Fingevano di essere immobilizzate a letto per avere un passaggio gratis all’ospedale, invece che sganciare i soldi per un taxi. Tra i paramedici era una battuta ricorrente e amara che per parecchie ore al giorno le loro ambulanze non erano altro che grossi taxi gialli.

«Devo chiamare per annullare il trasporto, signora Hill?» intervenne Grace. «O preferisce che l’arresti per frode al servizio sanitario nazionale invece che per intralcio alle indagini?»

La donna annuì vigorosamente. «Sì», disse. «Sì, tesoro, annulli pure, chiamerò un taxi.» E sgambettò giù per le scale a velocità sorprendente.

Grace e Cale si guardarono e scossero la testa.

«Allora, dov’è Martin Horner?» domandò l’ispettore della squadra di supporto.

«Non qui, evidentemente», rispose Grace, malinconico. «E non c’è mai stato. Ci hanno presi per il naso.»

Mentre tornava all’auto, il suo cellulare annunciò un messaggio in arrivo, con una fotografia allegata. Era dell’ispettore di turno alla centrale di polizia di John Street.

 

Roy, mi hanno detto che ti serviva con urgenza. Ecco la foto della persona scomparsa, Ashleigh Stanford.

 

Grace toccò l’immagine, grande quanto un francobollo, per ingrandirla.

E restò pietrificato.

Il segno della morte
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