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Domenica 14 dicembre

Grace fissava il pezzo di carta, strappato dal blocco di Glenn Branson, su cui era scribacchiato «dottor Jacob Van Dam». Era la persona che aveva chiamato Liz Seward e che aveva insistito per parlare soltanto con lui.

Quel nome gli diceva vagamente qualcosa.

Percorse in fretta il corridoio, entrò in ufficio, accese il computer e, dopo aver inserito i suoi dati di login, cercò il nome del dottore su Google.

E rimase subito impressionato. Ora sapeva perché il nome era familiare: Van Dam era stato, un tempo, tra i principali psichiatri forensi del Paese. Guardando alla data di nascita, però, era piuttosto in là con gli anni e aveva passato da un pezzo l’età della pensione. Incuriosito, compose il numero.

Una tremula voce maschile rispose dopo cinque squilli.

«Dottor Van Dam?» chiese Grace.

La risposta fu guardinga. «Sì, chi parla?»

«Sovrintendente Roy Grace. Sono il funzionario investigativo responsabile delle indagini sulla scomparsa di Logan Somerville. Ho saputo che voleva parlarmi.»

«Be’, sì, grazie per aver chiamato. Far perdere tempo alla polizia mi secca moltissimo, ma, vede, il fatto è che c’è qualcosa che mi turba da un paio di giorni.» Si zittì.

«Mi dica», lo incalzò Grace.

«Per prima cosa, devo dirle che sono lo zio di Logan Somerville.»

«Okay.»

«Bene, vede, venerdì ho ricevuto la visita di un paziente davvero particolare, di nome Harrison Hunter. Il nome le dice niente?»

«Harrison Hunter?» Grace si appuntò il nome. «No, nulla.» L’uomo parlava così piano che era quasi irritante.

«Mi ha detto di essere un anestesista, ma finora non sono stato in grado di verificarlo.»

Grace prese un altro appunto.

«Poi ha fatto un’affermazione piuttosto strana. Mi sono trattenuto dal contattarla perché, a essere onesto, l’avevo quasi liquidato come un mitomane: nella mia carriera ne ho incontrata parecchia di gente così. Ha detto di sapere tutto del rapimento di Logan, poi ha aggiunto, come prova della sua buona fede, che Logan ha un qualche genere di marchio o tatuaggio sulla coscia destra.»

Di colpo l’interesse di Grace per quell’uomo aumentò notevolmente. «Sulla coscia destra?»

«Così mi ha detto. Ragion per cui, dopo che ha lasciato il mio studio mi sono procurato il nome del fidanzato di Logan tramite la madre e l’ho chiamato per domandargli del tatuaggio. Il ragazzo è stato assolutamente categorico: Logan non ne ha.» Lo psichiatra rimase in silenzio per qualche istante. «Ne ho discusso con mia moglie, ma il punto è che i genitori di Logan, sua madre è mia sorella, sono preoccupati da morire.»

«È comprensibile», commentò Grace.

«Sono preoccupati dalla relazione di Logan con il fidanzato. Pare che lei avesse rotto il fidanzamento e lui ha avuto problemi ad accettarlo. Quindi è possibile che mi abbia mentito quando gli ho chiesto del tatuaggio.»

«Perché pensa che le avrebbe mentito in merito?»

«Non so darmi una spiegazione. A meno che, naturalmente, non ci sia lui dietro la faccenda, come pensano i genitori di Logan.»

«Questo dottor Hunter le ha fornito una descrizione del tatuaggio?»

«Sì, certo. Be’, il tatuaggio è ’6 MORTA’.»

Grace lo ringraziò per la telefonata e rimase per qualche minuto in un silenzio sbigottito, a riflettere attentamente. Poi fece tre chiamate: la prima a Glenn Branson, per chiedergli di mandare subito uno dei suoi ispettori a Londra, per interrogare lo psichiatra; la seconda e la terza, rispettivamente al capo Tom Martinson e a Pewe, per metterli in allerta e organizzare una riunione.

Quelle ultime informazioni avevano appena trasformato un’indagine di alto profilo in un’indagine potenzialmente tra le più grandi di sempre, per lui e per l’intera polizia del Sussex, che senza dubbio avrebbe attirato un enorme interesse da parte dei mezzi di comunicazione. Per Grace era fondamentale mantenere il controllo dell’indagine. Avrebbe anche dovuto lavorare con chi influenzava l’opinione pubblica e con la comunità, per evitare che la reazione della cittadinanza degenerasse nel panico. Aveva intenzione di dire al commissario capo e a Pewe che, secondo la sua opinione, avrebbero dovuto costituire un Gruppo Oro.

Un Gruppo Oro veniva formato solo in casi estremi, per esempio un crimine gravissimo, un avvenimento critico, un disastro naturale o un evento pubblico rilevante. Il gruppo doveva essere così costituito: alti funzionari della polizia, rappresentanti di alto rango del consiglio comunale, responsabili della pubblica sicurezza, il capo della polizia, il membro del Parlamento locale, il comandante di divisione, membri del gruppo di consulenza indipendente e infine, cosa fondamentale, un funzionario di polizia dedito esclusivamente alle pubbliche relazioni.

Grace ne avrebbe discusso i dettagli subito dopo la riunione, al suo rientro al quartier generale.

Come se non bastasse, l’indomani c’era il funerale e, con in corso l’indagine più difficile della sua carriera, in settimana doveva anche traslocare. Prese il telefono per chiamare Cleo, facendo un respiro profondo prima che rispondesse.

Il segno della morte
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