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Quando Camilla arrivò al club, insieme a Ohrent, trovò il luogo decisamente cambiato. C’erano fiori ovunque e un’enorme costruzione al centro della pista: era il merlion, metà sirena e metà leone, simbolo della città di Singapore. E tutta la zona era invasa da agenti della sicurezza dei tre Paesi partecipanti al vertice, che si aggiungevano ai poliziotti locali la cui presenza era stata triplicata per l’occasione.
Facce nuove dappertutto, anche nella zona riservata ai fantini. I cavalli si sarebbero innervositi.
Camilla entrò nel box di Jessuetta e fece del proprio meglio per calmarla. Non era semplice, dal momento che lei stessa era ancora turbata per gli eventi della sera precedente. Mentre accarezzava il cavallo si rese conto che le tremavano le mani. Chi cercherà di rassicurare me?, si chiese, ma conosceva già la risposta: era sola, senza supporto e senza un agente locale del quale potesse fidarsi.
«La porto a fare un giro lungo la pista» annunciò a Ohrent, quando lo vide arrivare nelle scuderie.
«Non c’è molto tempo prima della pesata. Quando la famiglia presidenziale assiste alle corse, tutto deve svolgersi in perfetto orario.»
«Soltanto un giro intorno al paddock. È troppo agitata per rimanere qui dentro.»
Mentre sistemava le briglie, Ohrent le parlò a voce bassa. «Camilla, vieni fuori per un attimo.»
Lei lo guardò e notò l’espressione seria sul suo viso.
Ohrent la portò in un angolo poco illuminato e tirò fuori un coltello da lancio, custodito in un fodero sottile. «Sai come si usa?»
Lei annuì.
Ohrent si portò alle sue spalle e infilò il pugnale tra la pelle e la cintura dei jeans, poi tornò di nuovo davanti a lei e sorrise.
Camilla lo studiò per qualche istante. «Cos’è successo ieri sera?»
«Non fare domande» rispose Jimmie, a voce così bassa che dovette sporgersi in avanti per sentire.
Ripensò alla storia dell’uomo che dice sempre la verità e di quello che mente sempre. Com’era possibile distinguerli?
Bourne era rimasto sdraiato sulla pancia dopo essere stato colpito da Borz. Si girò e si mise a sedere con la schiena appoggiata alla ringhiera.
Per un attimo guardò la macchia di sangue sulla piattaforma. Veniva dal suo braccio, ferito dalla coltellata di Nazyr. Borz era stato richiamato da una telefonata e se n’era andato, seguito da Aashir. Dopo alcuni minuti, i ceceni avevano ripulito il magazzino.
Il dolore al petto era così intenso che non riusciva a muoversi. Si concentrò sulla respirazione, in modo da ossigenare il sangue. Traumi e spaventi privavano il corpo delle risorse più importanti.
Si guardò attorno in cerca di un’arma, ma qualcuno, forse lo stesso Borz, aveva preso il coltello di Nazyr. Infilò due dita nei fori di proiettile sulla giacca della divisa. La sbottonò e rivelò la presenza di un giubbotto di kevlar, un corpetto leggerissimo che indossava fin da quando Zizzy gli aveva portato la sua roba, a Damasco, subito dopo la morte di Hafiz.
Estrasse le pallottole, appiattite dall’urto con il tessuto, e le lasciò cadere a terra, poi si alzò in piedi. Il petto era dolorante, come se avesse combattuto un incontro di pugilato con un peso massimo.
Barcollò nella zona abitabile del magazzino: doveva trovare una giacca di ricambio, senza buchi di proiettili, o non sarebbe mai riuscito a superare i controlli di sicurezza del club.
Quando Borz e la sua squadra raggiunsero l’entrata di servizio del Thoroughbred Club, il clima era già torrido. Era un mattino limpido e sereno. Il piano originario prevedeva di piazzare uomini davanti a ciascun ingresso, dal lato opposto della strada, per sparare alle persone in fuga, ma quella era solo una parte secondaria del piano. Considerando l’obiettivo principale, era un dettaglio trascurabile e la sua assenza non avrebbe sminuito la grandiosità del progetto.
Ivan Borz ne era certo. Si era mantenuto in contatto con il vero Ivan Borz, che si trovava al sicuro, sano e salvo, nel suo quartier generale: una fortezza medievale che si affacciava sul mar Caspio. Da lì dirigeva le attività, senza mai avventurarsi all’esterno della zona di Machačkala, se non a bordo del suo yacht da trentatré metri. Era una specie di eremita, forse soffriva di agorafobia. Musa – perché quello era davvero il suo nome – era uno dei suoi luogotenenti più fidati. Lavorava con lui da più di dieci anni e si era sporcato le mani in numerose missioni, e non solo in senso metaforico.
Mostrarono i tesserini identificativi e superarono i controlli di sicurezza senza problemi. All’interno, Musa diede le istruzioni finali ai cinque uomini della sua squadra.
Poi si rivolse ad Aashir e lo condusse nella parte opposta del club, di fronte alla tribuna presidenziale. Era vuota, tranne che per alcuni agenti di varie nazionalità. Le altre gradinate erano già affollate, perché la prima corsa stava per iniziare e le scommesse fioccavano, come sempre nelle giornate in cui la famiglia presidenziale assisteva alle gare.
Mentre si dirigevano verso la postazione del cecchino, Musa prese Aashir da parte. «Sei sicuro di farcela?»
«Certo! Perché me lo chiedi?»
«So che sei diventato amico di Yusuf in questi giorni, ma lui non è un uomo di cui fidarsi. È meglio per tutti che sia morto.»
Aashir annuì. Portava con sé un astuccio di metallo che conteneva il fucile smontato in tre pezzi.
Si avvicinarono alle scale di servizio, dietro le tribune. «Quando arriverai in cima alle scale…»
«Ho memorizzato la pianta.»
«Quando arriverai in cima alle scale, andrai a destra o a sinistra?» insistette Musa.
«A sinistra, fino alla scala a pioli, poi salirò. La postazione sarà sulla destra, a tre metri.»
Musa lo scrutò con la solita espressione torva. «Tutto bene, allora.» Gli diede una pacca sulla spalla. «Che Allah favorisca il tuo successo!»
Rimase a guardare il ragazzo finché non sparì alla vista, poi si girò e riprese a occuparsi della sua parte del piano: quella più importante, l’unica che contasse davvero.
I cavalli della prima corsa stavano già volando sulla pista.
Per Kettle, Singapore era soltanto una tra le tante città che gli incarichi lo costringevano a visitare. Erano tutte sfocate nella memoria, come camere d’albergo per un uomo d’affari, eppure doveva ammettere che Singapore era diversa da tutte le altre. Se fosse stato costretto a viverci, probabilmente sarebbe impazzito. Le leggi e le restrizioni applicate agli abitanti e ai turisti erano severissime e spesso assurde. Dove si era mai sentito il divieto di masticare chewing gum in pubblico? L’importazione di gomma da masticare era proibita. E anche le imprecazioni erano sanzionate. Era folle. Non vedeva l’ora di portare a termine l’incarico.
Aveva ricevuto la telefonata che lo informava di un’aggiunta al lavoro. Un secondo obiettivo da eliminare. Si era alzato dopo una bella dormita e aveva preso il fucile, il suo unico, vero amico. Era affezionato anche ad altre armi, ma nessuna possedeva la sacralità di quel fucile di precisione. La borsa che lo conteneva sembrava la valigetta di un vecchio medico di campagna.
E adesso era sul posto, invisibile tra la folla festante. Non ebbe problemi a trovare la porta con la scritta AREA RISERVATA – ACCESSO VIETATO AL PERSONALE NON AUTORIZZATO. Era di metallo e di colore rosso brillante. Era chiusa a chiave, ma Kettle era addestrato per aprire qualsiasi serratura, anche elettronica.
Dopo quindici secondi era dentro. E dopo un minuto e mezzo, Camilla lo vide.
Kettle aveva raggiunto la zona delle scuderie. Sentiva una strana eccitazione, come gli capitava sempre quando l’uccisione si stava avvicinando. Finnerman gli aveva scritto, via SMS, che Camilla avrebbe montato uno dei cavalli di Jimmie, nella seconda corsa.
Jimmie stava invecchiando, pensò Kettle. E si era anche rimbambito. Si era infatuato di quella ragazza. Aveva persino fatto un ridicolo tentativo di convincerlo a rompere il protocollo: era andato fino alla moschea a chiedergli di non ucciderla. Ma Kettle non aveva mai fallito un incarico, e non avrebbe iniziato quel giorno. Jimmie avrebbe dovuto saperlo: la ragazza doveva avergli fatto perdere la testa. Forse non aveva più la lucidità necessaria per operare sul campo. Avrebbe dovuto parlarne a Finnerman: Jimmie doveva essere sostituito.
Era quasi arrivato alle scuderie quando il suo cellulare si mise a squillare. Aveva pensato a Finnerman, ed eccolo lì. Rispose. Non era Martin.
«Sono Robert Lohan, del dipartimento di Giustizia. Come forse ha già saputo, abbiamo preso in custodia Martin Finnerman. Il suo incarico è da intendersi terminato, e anche la sua collaborazione con il dipartimento della Difesa. Lei deve consegnarsi alle autorità locali che sono a conoscenza del suo nome e della sua posizione.»
«E se non lo faccio?»
«In tal caso, lei verrà considerato un latitante. Il governo degli Stati Uniti impiegherà ogni mezzo per darle la caccia. Sono stato chiaro? Ha un’ora di tempo per consegnarsi.»
«Vaffanculo!» replicò Kettle, ma la comunicazione era già stata interrotta. Robert Lohan, del dipartimento di Giustizia, non era più in linea.
Sentì un movimento alla sua destra e si voltò. «Lei è Camilla Stowe?» domandò alla sagoma emersa dall’ombra. C’era un cavallo vicino a lei. Gli sembrò che entrambi lo guardassero.
«Posso fare qualcosa per lei?» chiese Camilla.
Kettle sorrise, ma per qualche istante faticò a calarsi nel ruolo previsto dalla sua copertura. «Mi chiamo Binder, Jack Binder, per gli amici Jackie. Lavoro per la Inverhalt Fabrications: produciamo le divise per i fantini.» Lo disse un po’ troppo in fretta, senza prendere fiato. Doveva sembrare una risposta da venditore, ma le sue parole suonarono troppo impazienti, quasi nervose. La telefonata aveva liberato la rabbia che di solito, almeno durante una missione, riusciva a dominare. Una rabbia che gli metteva fretta e gli faceva perdere il controllo. Ma turbamento o no, la recita doveva continuare. «Ohrent mi ha detto che lei è il nuovo fantino. È vero?» Le si avvicinò. «Sto cercando Jimmie, ma c’è troppa confusione e mi sono già perso…» Già meglio, no?, si disse.
«Sì, corro con uno dei cavalli preparati da Jimmie» replicò Camilla, in tono quasi sognante. «La accompagno da lui.»
«La ringrazio.»
Prima che lui potesse avvicinarsi Camilla fece voltare Jessuetta, che venne a trovarsi tra i due. Kettle fece un passo in avanti, per seguirla, ma esitò. Era a disagio, notò Camilla. Era probabile che non sapesse come comportarsi vicino a un animale.
Jessuetta, forse credendo di essere già arrivata al suo box, fece un passo di lato per avvicinarsi alla parete. Sembrava che anche lei volesse allontanarsi da Kettle, ma il suo movimento aveva spinto Camilla con le spalle al muro. Non poteva avanzare in nessuna direzione se non verso il cecchino. Mise una mano dietro la schiena e afferrò l’impugnatura del coltello da lancio di Ohrent.
Kettle si chinò in avanti. «Ascolti… il fatto è che… Sono qui per prenderle le misure e verificare che la divisa della Inverhalt le cada a pennello.»
«Mi dispiace, ma adesso non ho tempo. Forse più tardi.»
«Ma no, non può farlo!» Si avvicinò al fianco di Jessuetta. «Adesso sta indossando una divisa a noleggio, vero? A Jimmie non piacerà per niente. Deve avere la sua, ha capito? Il prima possibile.» Non parlava più come un venditore un po’ nervoso. Ora la voce era tesa e minacciosa. «Avanti, ci vorrà soltanto un paio di minuti.» Spinse ancora e Jessuetta reagì sbuffando e puntando gli zoccoli nel terreno.
Camilla esitò, poi acconsentì. «Ma certo.» Fece per accostarsi a Kettle, ma quando lui fu abbastanza vicino si tirò rapidamente indietro.
Lui non si fermò. Era proprio dietro Jessuetta quando Camilla colpì con forza la cavalla sul fianco, proprio come Ohrent le aveva sconsigliato di fare. La reazione fu immediata: Jessuetta scalciò con le zampe posteriori. Uno degli zoccoli colpì Kettle alla tempia sinistra, facendolo crollare a terra come se fosse stato colpito da un fulmine.
Camilla rimase come pietrificata per la sorpresa. Si avvicinò a Jessuetta, le chiese scusa e le promise che non l’avrebbe mai più picchiata. Il cavallo si placò e Camilla, senza smettere di accarezzarla, fece un passo avanti.
Kettle era disteso a terra. C’era una ferita sulla tempia, dove lo zoccolo l’aveva colpito con la forza di un martello. Era… Era davvero morto! Camilla si chiese cosa avrebbe dovuto fare, sconvolta. Non voleva pensare alle conseguenze.
Qualcuno stava accorrendo. Ebbe l’accortezza di spingere il coltello sotto la cintura, in modo che nessuno lo vedesse.