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Come Hassim aveva riferito a Sara, Khalifa al Mohannadi, colonnello del CCTN, non era un uomo da scrivania. Il suo ruolo prevedeva una certa dose di lavoro d’ufficio, ma la burocrazia non faceva per lui. Aveva fatto assumere tre sergenti, che si avvicendavano in turni di otto ore ciascuno, perché si occupassero di tutte le scartoffie. Dopo aver trascorso una settimana al telefono a rispondere a una serie infinita di scocciatori che chiedevano la sua approvazione per qualsiasi decisione, aveva distribuito ai tre collaboratori un timbro di gomma con la sua firma, perché lo usassero anche quando lui non era presente. Così, libero dai fastidi burocratici, poteva dedicarsi ai suoi interessi.
Gioco d’azzardo e golf, tra gli altri. Siccome il primo era illegale in Qatar, Hassim aveva spiegato che Khalifa era solito recarsi a Dubai per dedicarsi alla sua passione. Ma dato che trascorreva la maggior parte del tempo a Doha, era più probabile trovarlo al Golf Club della città.
Ovviamente, di notte il campo era chiuso, ma Hassim aveva riferito che la sera il circolo era comunque aperto e ben frequentato, e accoglieva ospiti di riguardo che volevano cenare e fumare un sigaro in santa pace sulla grande terrazza, ammirando le diciotto buche. Era il momento migliore per incontrare il colonnello. Amava andare al circolo quando era più affollato: la sua presenza sollevava mormorii tra i tavoli e gli occhi delle belle donne si posavano su di lui. Era uno scapolo incallito e cambiava compagna ogni settimana. Ogni mese, in casi del tutto eccezionali.
Sara lo localizzò non appena le pesanti porte di teak orientale si spalancarono per lei. La sala – una delle molte del circolo – era ampia, decorata con marmi e stucchi. Al centro si trovava una fontana che rinfrescava l’aria e due cascate scrosciavano dalle pareti bianche.
Khalifa aveva un fisico notevole: alto, magro, gambe lunghe e scattanti da atleta, spalle ampie e schiena dritta. I folti riccioli neri brillavano sotto le luci artificiali, appena spruzzati di grigio alle tempie. Stava parlando con un giovane, ma i suoi occhi, scuri e infossati, non perdevano di vista le donne presenti in sala.
Poi vide Sara, e lei ne fu turbata. Prima di allora nessun uomo l’aveva spogliata con gli occhi in modo così brutale. Poi il turbamento si trasformò in rabbia. Si sentiva violata.
Riuscì a mantenere il controllo delle proprie emozioni grazie all’addestramento, e puntò dritto verso di lui, ricambiando il suo sguardo con un’occhiata sprezzante. Non sarebbe rimasto indifferente a una sfida del genere.
Non si sbagliava. Il colonnello liquidò l’interlocutore e si diresse verso di lei, che lo guardava incantata come una mangusta davanti a un cobra. Khalifa indossava un completo di Valentino e una camicia di seta beige sbottonata sul petto. Lei aveva visitato le migliori boutique di Doha e aveva scelto un abito sbracciato di Vera Wang, semplice ma elegante, in shantung blu, con un giacchino che copriva le spalle e le braccia fino al gomito. Lo spacco laterale lasciava intravedere un po’ di gambe: provocante ma non volgare. Aveva completato il vestito con un paio di decollété dal tacco medio.
«Buonasera. Sono Khalifa Al Mohannadi.»
Lei gli strinse la mano. La presa dell’uomo era forte e decisa, proprio come la sua voce.
«Piacere, Martine Heur» rispose Sara, con un perfetto accento canadese.
«Benvenuta al Golf Club di Doha.»
«Lei è il proprietario?»
Lui rise. «No, signora. Ha sbagliato persona.»
«Mi avevano detto che il proprietario era un uomo alto e magro, di bell’aspetto.»
«E invece ha trovato me» disse, compiaciuto. «Posso accompagnarla dalla persona che sta cercando? È un mio caro amico.»
«No, non adesso» replicò lei, guardandolo negli occhi.
Lui le sorrise. I denti erano bianchi e perfetti. «Posso offrirle qualcosa da bere?»
«Certo.»
La scortò in un’altra sala, più piccola, arredata come un salotto arabo. Morbidi divani, sedie e divanetti con cuscini, tavolini bassi e numerosi inservienti. Sara scelse una sedia e Khalifa si accomodò di fronte a lei. Il tavolino li teneva a giusta distanza, come Sara aveva previsto. Un cameriere si avvicinò.
«Signori, avete già cenato? Volete vedere il menu?»
«Per me un tè, grazie.» Lo aveva appena agganciato, sarebbe stato un errore trascorrere tutta la serata con lui. Era meglio farsi desiderare, come le aveva insegnato suo padre.
Il colonnello ordinò tè per entrambi, poi si appoggiò allo schienale e mise i gomiti sui braccioli della poltrona, incrociando le mani con fare pensieroso. Aveva dita lunghe, da pianista. O da strangolatore. Le unghie erano ben curate. Aveva una piccola cicatrice bianca sotto l’occhio sinistro, che risaltava sulla pelle scura.
«Posso chiederle cosa l’ha portata a Doha?»
«Diamanti: li compro e li vendo.»
«E dove lavora?»
«Quasi sempre ad Amsterdam.»
«Amsterdam!» Il colonnello alzò gli occhi al soffitto. «Bellissima città.»
«La conosce bene?»
Khalifa tornò a posare lo sguardo su di lei. «No, non molto.»
«Peccato!» Sara sapeva che la stava sottoponendo a un discreto interrogatorio, e non sapeva se esserne preoccupata o lusingata. Forse si comportava in quel modo con tutte le sue conquiste, ma non le era sfuggito il fatto che non avesse nemmeno accennato alla sua carriera militare. «Dovrebbe recuperare, prima o poi.»
Il cameriere portò il tè su un vassoio di argento cesellato. Il servizio, estremamente raffinato, era composto da una teiera, due tazze con il piattino, una zuccheriera, un bricco per il latte e una ciotolina con le fettine di limone. Il cameriere si apprestò a servirli, ma Khalifa lo allontanò.
Versò il tè per entrambi. «Latte o limone?»
«Limone, grazie.»
«Quindi è qui per lavoro?»
Sara assunse un’espressione corrucciata. «Doveva essere un viaggio piuttosto impegnativo. Avevo parecchi appuntamenti, ma a quanto pare i terroristi hanno spedito sottoterra i miei clienti. A nessuno interessa più comprare diamanti. Né diamanti né altro, temo.»
Khalifa annuì. «È stata una vera tragedia. Ma le assicuro che si tratta di un episodio isolato, che non si ripeterà mai più.»
«Vorrei che i miei clienti superstiti la pensassero come lei. Se devo essere sincera, al momento sono terrorizzati.»
«Purtroppo tutto il mondo arabo è a rischio. Mi dispiace davvero che i suoi affari siano stati danneggiati a causa dei terroristi.»
«E non è la prima volta.»
«Davvero?»
«Sì. È già successo tre anni fa.» Sara avvicinò la tazza alle labbra, ma il tè era bollente. La posò sul vassoio e si appoggiò le mani in grembo, in una posa pudica. Era una pausa intenzionale. Gli aveva promesso una storia, e voleva che la sua curiosità aumentasse ancora un po’. «Ho un fornitore in Botswana» riprese infine. «Lo conosco da molto tempo, è un amico. Io e lui siamo stati quasi uccisi da un manipolo di terroristi che si era infiltrato dal Sudafrica.»
«È stata davvero brava a salvarsi.»
«Il mio amico ha perso un braccio.»
«Le mie condoglianze. Mi dispiace molto, Martine» disse il colonnello, guardandola negli occhi.
Perfetto. In un istante era passata da possibile sospettata a semplice donna attraente. Non c’era niente di meglio di una vecchia storia di guerra per avvicinare due soldati.
«Adesso lei deve cenare con me» aggiunse Khalifa, prendendole la mano.
Sara guardò l’orologio. «Ma io…»
«Insisto.» Le sorrise. «Le garantisco che sarà la cena migliore di tutto il Medio Oriente. E le racconterò alcuni aneddoti che troverà molto interessanti.»
La porta era stata divelta dall’esplosione, ma il legno era vecchio e solido, spesso alcuni centimetri: andò in pezzi, ma protesse Bourne dall’onda d’urto. Fu scaraventato all’indietro, ma si aggrappò alla ringhiera per evitare di rotolare giù dalle scale. I gradini si ricoprirono di schegge di vetro, come se fossero stati colpiti da una grandinata, ma Bourne riuscì a rimanere in piedi e a proteggersi il volto con la mano libera.
Poi si precipitò dentro l’ufficio distrutto. Fiamme e fumo ovunque. Vide una porta sulla parete opposta e la raggiunse, scavalcando una sedia rovesciata. Aveva le gambe bruciacchiate e la schiena rovente. Protesse la mano con la stoffa degli abiti e afferrò la maniglia di metallo per aprire la porta.
Si lanciò giù per la scala a chiocciola, cercando di distinguere i rumori che provenivano dal basso. Nella penombra, non poteva fare altro che seguire i suoni. Si fermò ad ascoltare: passi. Tre uomini. Il cecchino e gli altri due che aveva visto in ufficio con lui, prima dell’esplosione. Si tolse le scarpe per poter continuare a camminare in silenzio e proseguì. In fondo alle scale, una lampadina appesa a un filo diffondeva una luce intermittente. Sotto di lui, i rumori erano cessati, ma vedeva alcune ombre danzare come fiamme morenti.
Bourne alzò lo sguardo verso il soffitto, nel punto dove usciva il filo della lampadina tra due tubi paralleli. Era sicuro che gli uomini sarebbero rimasti nello scantinato finché non si fossero accertati che l’intruso fosse morto o ferito troppo seriamente perché fosse necessario inseguirlo: nei loro panni, lui avrebbe fatto lo stesso. E sarebbero rimasti concentrati sulle scale.
Nella posizione in cui si trovava, Bourne era protetto dall’oscurità, ma se avesse sceso ancora qualche gradino, la luce avrebbe illuminato le sue gambe. Si infilò le scarpe, poi calcolò la distanza che lo separava dai tubi, saltò, li afferrò, si lanciò verso i tre uomini e si lasciò cadere.
Atterrò proprio in mezzo a loro. Ne colpì uno e lo mandò a sbattere contro l’altro. Caddero entrambi. Il primo si rialzò, appoggiandosi alla parete, ma Bourne lo aggredì con un calcio al petto e gli spezzò lo sterno, facendolo nuovamente crollare a terra.
Il secondo lo attaccò alle spalle e cercò di soffocarlo schiacciandogli la trachea, ma Bourne lo spinse con forza all’indietro, mandandolo a sbattere contro il muro. Poi gli prese il polso e glielo torse, spezzandogli il braccio all’altezza del gomito.
L’uomo gridò e cercò di prendere la pistola che portava alla cintura, ma Jason gli spinse la testa verso il basso e gliela sbatté contro il suo ginocchio. Si accasciò a terra con un lamento soffocato.
Gli bastò una rapida occhiata per capire che nessuno dei due era il cecchino. Sentì il rumore di una porta che si chiudeva e si lanciò all’inseguimento del terzo uomo, ma le torture di El Ghadan lo avevano indebolito più di quanto fosse disposto ad ammettere. La sua soglia del dolore era estremamente alta, ma faticava a riprendersi da un trattamento che lo aveva quasi ucciso: se ne accorse quando provò a correre lungo il corridoio buio e poi su, per due piani di scale di legno traballanti. Era più lento di quanto avrebbe voluto. Mantenendo quel passo, non avrebbe raggiunto il cecchino. Fitte di dolore gli squarciavano il petto, come se la tortura non fosse ancora finita. Si fermò, in preda alla nausea. Diede un gran pugno contro la parete per sfogare la rabbia.
Uscì da una porta di metallo e si ritrovò in un vicolo deserto. Sentì il rumore di un’automobile che si metteva in moto, gli pneumatici che stridevano sull’asfalto, poi soltanto i lamenti e i sospiri di una città sprofondata nel buio, sfiancata dalle continue pause di quella infinita guerra civile.
Rientrò e sentì vibrare il telefonino: era un SMS di Deron. «Fatto. Attendo istruzioni.» Finalmente una bella notizia! Bourne gli rispose, precisando il luogo in cui il GPS sabotato avrebbe dovuto localizzarlo per tutta la settimana successiva. Per un attimo pensò di tornare a Doha e riprendere le ricerche di Soraya e Sonya, ma l’istinto gli suggerì di non mettere a repentaglio la loro vita: sarebbe bastata una mossa falsa da parte sua, una parola sussurrata all’orecchio sbagliato, per condannarle a una morte orribile. Non voleva rischiare e decise di continuare sulla strada che aveva intrapreso, una strada che lo avrebbe condotto al cuore oscuro del labirinto mortale di El Ghadan. Se avesse scoperto qualcosa, forse avrebbe potuto costringerlo a liberare le due prigioniere.
Ritornò dai terroristi che aveva lasciato a terra. Uno dei due era ancora vivo. Bourne si accovacciò, lo aiutò a mettersi seduto e poi lo schiaffeggiò per fargli riprendere conoscenza.
«Il cecchino» esordì parlando in arabo, con accento siriano. «Chi è? Dov’è andato?»
Il terrorista gli rivolse uno sguardo ottuso.
«Non potrai evitare di dirmi quello che voglio sapere.»
L’espressione sul volto dell’uomo non cambiò, e le sue labbra rimasero immobili.
Bourne estrasse il pugnale che aveva sottratto all’autista nel magazzino. La lama ricurva rifletteva la debole luce della lampadina.
«Tra un paio di minuti mi dirai tutto.»
Ce ne vollero quattro. Ma tutto sommato, andava bene lo stesso.