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Dopo mezz’ora Bourne entrò nella camera di Zizzy. «A mezzanotte è arrivata la prova che sono ancora vive» annunciò indicando il cellulare.

«Sono puntuali. Stanno bene?»

Bourne annuì.

Mentre Zizzy organizzava l’incontro con il ministro Hafiz, Bourne portò lo zainetto in bagno. Conteneva un gilè molto particolare: nella fodera erano cuciti tutti gli strumenti necessari per camuffare il suo aspetto. Si spogliò, per evitare di sporcarsi con il trucco.

L’edificio tremò a causa di un’esplosione e lui si fermò. Decisamente vicino, valutò. Zizzy fece capolino in bagno. «Ci siamo, l’appuntamento è tra un’ora. Ce la fai?»

Bourne annuì. Zizzy tornò in camera e accese la radio, che iniziò a trasmettere una musica metallica, più forte del rumore delle raffiche di mitra.

Dopo una ventina di minuti Bourne uscì dal bagno, completamente trasformato. Indossava una veste lunga e ampia e una keffia gli avvolgeva la testa. Non aveva bisogno della barba finta. La sua era lunga abbastanza.

«Chi diavolo saresti?» chiese Zizzy, spegnendo la radio. «Sembri un guerriero circasso.»

Attraversare la città era come sprofondare nella follia. Sfrecciarono lungo strade fiancheggiate da belle case, moschee con eleganti minareti, negozi che vendevano seta e acciaio di Damasco, per ritrovarsi all’improvviso tra edifici distrutti e veicoli abbandonati. Videro un segnale stradale crivellato dai proiettili, ormai illeggibile. Una donna era seduta sul marciapiede con la testa tra le mani. Il suo pianto sembrava una sirena antiaerea. Pesanti pennacchi di fumo portavano con sé l’odore della benzina e del petrolio. Attraversarono un viale gremito di gente. Bourne contò una decina di carcasse di auto bruciate. Qualcuno le aveva trasformate in rifugi temporanei. Poi entrarono di nuovo in un quartiere risparmiato dalla violenza e dalla distruzione, dove la vita sembrava scorrere tranquilla come se la crisi sempre più grave che attanagliava il Paese non fosse reale.

Mercedes e auto blindate congestionavano la carreggiata. C’era persino un carro armato. Il traffico procedeva a stento, rallentato da due jeep militari che avevano improvvisato un posto di blocco. I soldati controllavano i documenti dei passeggeri prima di lasciar transitare i veicoli. Una granata aveva aperto un cratere sul lato della strada, obbligando le auto a deviare sulla destra.

Alcuni aerei da guerra sfrecciarono nel cielo.

Quando fu il loro turno, pronunciarono il nome del ministro Hafiz e i soldati li fecero passare con un cenno impaziente. Superato il posto di blocco, il tassista, fino a quel momento silenzioso, recuperò la parlantina. Zizzy lo aveva chiamato dall’albergo, e l’uomo aveva strabuzzato gli occhi nel vedere il rotolo di banconote nella mano del cliente.

«La proposta di amnistia di Assad ha convinto alcuni gruppi di ribelli a schierarsi dalla sua parte, ora che l’intervento internazionale sembra sempre più improbabile. Nel frattempo missili, autobombe e chissà cos’altro stanno ammazzando i nostri bambini. Aleppo, soprattutto. Credetemi, Damasco è il giardino dell’Eden rispetto a quell’inferno. La situazione è sempre più confusa, e la confusione è la madre di tutti i mali. Non c’è tregua. Cosa potrebbe andare peggio? Ormai il mio Paese è il più grande campo di addestramento del mondo per i jihadisti.»

Il taxi si fermò davanti a un imponente palazzo dalla facciata decorata. La sede del ministero dell’Interno, a cui era accorpato anche il ministero dell’Industria. Era sorvegliato da soldati che imbracciavano AK-47 e lanciarazzi. Numerosi mortai erano piazzati dietro le barriere di sacchi di sabbia. Su un lato dell’edificio una fila di Mercedes, BMW e motociclette attendeva i ministri.

Zizzy pronunciò di nuovo il nome di Hafiz. Esibirono i passaporti. Bourne ne aveva estratto uno dallo zainetto: quel giorno era Yusuf Al Khatib. Uno dei soldati usò il walkie-talkie per avvertire del loro arrivo, poi fece un cenno al collega che si spostò per lasciarli entrare.

L’ingresso era gelido come un inverno nei Paesi del nord. Mancava soltanto la neve. Salirono al terzo piano in ascensore, accompagnati da una guardia armata che per tutto il tragitto non smise di scoccare loro occhiate paranoiche.

Il ministro Hafiz era magro ed elegante. La sua scrivania Luigi XIV sembrava trafugata dal Louvre. Due sedie altrettanto pregiate e un costoso tappeto ishafan completavano l’arredamento, che avrebbe impressionato qualsiasi ospite. Soltanto un frammento di intonaco, caduto a terra, faceva tornare alla mente la guerra che infuriava in città.

Hafiz si alzò in piedi e salutò Zizzy con cordialità. Indossava un abito di foggia occidentale, ma non della sua taglia, come se lo avesse preso dal guardaroba di qualcun altro. Il sole illuminava i suoi occhi profondi e il naso pronunciato; i capelli erano lucidi e pettinati all’indietro. Dalla finestra si poteva vedere una moschea il cui minareto svettava come una bandiera vittoriosa. Il muezzin stava chiamando i fedeli alla preghiera, come ogni giorno, cinque volte al giorno.

Zizzy presentò Bourne al ministro. L’uomo non li invitò a sedersi ma fece un cenno perché lo seguissero. Uscirono dall’ufficio e sfilarono davanti alla segretaria, totalmente assorbita dallo schermo del computer. Superarono il corridoio principale e raggiunsero le scale di emergenza. Il ministro aspettò che la porta di metallo si richiudesse. Erano circondati dal cemento e non c’era climatizzazione, a differenza del resto dell’edificio. L’aria era rovente, ma nessuno sembrò farci caso.

«La situazione è sempre più pericolosa» esordì Zizzy indicando un punto nel muro nel quale avrebbe potuto trovarsi una finestra, se fossero rimasti nell’ufficio di Hafiz.

«Anche se siamo al potere da vent’anni, non è una passeggiata per gli alawiti» replicò il ministro. «La guerra irachena ha rovinato il Paese. Migliaia di sunniti si sono rifugiati in Siria. E cosa è successo? Ciò che era inevitabile. I sunniti sono diventati la maggioranza. Pensate che i ribelli vogliano la democrazia? Alcuni di loro forse, ma per la maggioranza sono musulmani iracheni, del Fronte al-Nusra, appoggiato da al-Qaida, da Hezbollah e dalla Milizia del Domani di El Ghadan. Jihadisti, che vogliono approfittare dal caos per seminare il terrore.»

Si infilò le mani in tasca e alzò le spalle. In quella posizione il completo gli cadeva addosso in modo ancora più sgraziato. «Sapete che fine faranno gli alawiti, se i sunniti conquisteranno il potere? Ci fucileranno. Tutti quanti. Non sto esagerando.»

Allungò il collo e controllò le scale, come se temesse l’arrivo di un nemico nascosto nell’ombra. Poi si rivolse di nuovo a Bourne e a Zizzy. «Gli occidentali detestano Bashar, ma voi conoscete la sua vera storia? Era andato a studiare e a lavorare in Inghilterra. Era felice, e se ne fregava della Siria. Poi il fratello maggiore, erede del padre, è andato a schiantarsi in una rotonda, con la sua cabriolet da duecentocinquantamila dollari. Sfasciati, lui e la macchina. Bashar è stato richiamato in patria e gli hanno caricato tutto sulla schiena.»

Hafiz si strinse nelle spalle, sempre più abbattuto. «Era un riformatore. Per cinque anni ha fatto conoscere ai siriani il gusto della libertà. Poi è arrivata la guerra e i profughi sunniti. I collaboratori del padre lo hanno minacciato. Gli hanno detto che lo avrebbero ucciso se non avesse usato il pugno di ferro con i sunniti. Che cosa poteva fare? Ha revocato le riforme e perseguitato i rifugiati iracheni. Torture, omicidi. Adesso il risultato è sotto gli occhi di tutti: più di centomila sunniti morti.»

«Una volta che il genio è uscito dalla lampada…» Zizzy lasciò la frase in sospeso.

«Non è uno scherzo» disse Hafiz, disgustato. «Stiamo resistendo con tutte le nostre forze, contro i ribelli e i jihadisti. Ma ho paura che sia una battaglia persa.»

«È per questo che sono venuto di persona» spiegò Zizzy. «Voglio portare in salvo te e la tua famiglia, prima che sia troppo tardi.»

«È già troppo tardi. Ti ringrazio per l’offerta, ma Damasco è la mia città. Non posso abbandonarla al saccheggio dei barbari.»

Zizzy rimase in silenzio per mostrare che aveva capito a fondo la gravità di quelle parole, poi annuì. «Capisco, Nazim.» Indicò Bourne. «Comunque, dal momento che ci troviamo qui, mi chiedevo se tu non potessi farmi un favore.»

Hafiz allargò le braccia. «Tutto quello che vuoi.»

«A dire il vero, è un favore per il mio amico Yusuf.»

Hafiz fissò Bourne con attenzione. «Come posso aiutarla, Yusuf Al Khatib?»

«Sono certo che lei conosce il ministro Qabbani.»

Hafiz annuì. «Certo. Lavoriamo in ministeri diversi, ma ci incontriamo di tanto in tanto. Le riunioni per il bilancio… quel genere di cose.» Strizzò gli occhi. «Mi è parso di capire che ci sia stato un incidente a Doha. Il ministro sarebbe stato assassinato se non avesse avuto l’intuizione di assoldare una controfigura.»

«Dunque lei ne è al corrente» commentò Bourne.

«Ovviamente.» Un sorrisetto illuminò il volto di Hafiz. «Qabbani ha mosso mari e monti per ottenere i fondi necessari per pagare il suo sostituto.»

Interessante, pensò Bourne. «Ministro, secondo lei perché ha insistito così tanto?» Un agente meno esperto di lui avrebbe aggiunto: «Era al corrente di quanto sarebbe successo?». Ma era importante che Hafiz giungesse alle conclusioni per conto suo.

«A essere sincero, Qabbani voleva evitare a tutti i costi di recarsi a quel vertice. Quando ha capito che non poteva defilarsi ha proposto di assumere una controfigura. Ha detto che sarebbe stato più al sicuro a Damasco che a Doha. Aveva ragione.»

«È stato fortunato» commentò Bourne.

«Non credo si tratti di fortuna.»

«Cosa vuole dire?»

Prima di rispondere Hafiz controllò di nuovo le scale. «Forse non è importante, ma ho sentito alcune voci…» Si fermò all’improvviso. «Ma forse non dovrei riferire un pettegolezzo di cui non ho verificato la fondatezza.»

«La prego» lo invitò Bourne.

Hafiz esitò ancora un istante. «Be’, secondo queste voci c’era qualcosa di strano dietro il vertice di Doha.»

«Può essere più preciso?»

Hafiz sospirò. «Secondo le voci, il summit era una copertura, ed era stato convocato per uno scopo ben preciso.»

«E quale sarebbe?»

«Forse qualcuno all’interno del ministero sapeva che ci sarebbe stato un massacro. Il Qatar è sulla nostra lista nera da quando ha iniziato a fornire armi e materiali ai ribelli.»

Bourne lanciò un’occhiata a Zizzy prima di rivolgersi nuovamente al ministro. «Nei file del ministero potrebbe esserci qualche indizio?»

«Ne dubito» replicò Hafiz.

«Email personali? Appuntamenti? Appunti cancellati nel calendario di un ministro?»

«Chissà. Non è difficile verificare.»

Abbandonarono le scale di emergenza e tornarono al corridoio principale e all’aria condizionata. Giunti nell’ufficio, il ministro si avvicinò alla sua scrivania.

«Ho accesso a quasi tutte le comunicazioni elettroniche. E posso comunque accedere a quelle riserv…»

Un rumore di cocci di vetro, uno schizzo di sangue e il corpo di Hafiz cadde sul tappeto.