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Sara Yadin aspettava Bourne nel retro del negozio di un tagliatore di diamanti. Il proprietario era amico di suo padre e collaborava sporadicamente con il Mossad. Un free lance, al quale poteva essere richiesto di recapitare un messaggio al di fuori dei canali ufficiali oppure di trovare una casa sicura per un agente.

Era entrata in Qatar sotto copertura: si chiamava Martine Heur, canadese francofona, mercante di diamanti originaria del Quebec e cattolica osservante. Aveva nascosto in un luogo noto solo a lei la stella di David d’oro che di solito portava al collo.

Guardò il tagliatore di diamanti all’opera. Era un uomo non più giovane con la schiena curva, i capelli bianchi e la faccia solcata di rughe come la corteccia di un vecchio albero. Ma le mani erano ancora perfettamente ferme: si muovevano come dotate di vita propria, impugnando gli strumenti mentre il loro proprietario si dedicava con amorevole professionalità al diamante intrappolato nella morsa.

«Signora, la sua bellezza oscura quasi tutte le mie gemme.»

Sara sorrise. «Ma non tutte, vero?»

L’uomo abbassò il cesello che usava per tagliare la pietra con la massima precisione.

«Il mio lavoro non consiste nel massaggiare l’ego altrui…» Posò gli strumenti e liberò il diamante. «… ma nel dire la verità.» Si voltò verso di lei, girandosi sullo sgabello. Teneva il diamante appena tagliato nel palmo della mano. «La verità è fondamentale per chiunque compra e vende diamanti. Ho visto molti mercanti fare le valigie e sparire, perché erano ladri e imbroglioni: l’ambiente non è disposto a tollerarli.» Si strinse nelle spalle. «Alcuni ci hanno rimesso la pelle.»

Le passò la pietra perché la ammirasse. «Ma lei si occupa di diamanti, non c’è bisogno che glielo spieghi, vero?»

Si scambiarono un sorriso d’intesa.

«Fermati qui. Torno subito» ordinò Bourne prima di scendere dall’auto. Si erano fermati in un parcheggio, il tragitto era durato una ventina di minuti.

Bourne si infilò in un negozio di cellulari e comprò un prepagato. Tornò in strada, si allontanò da Blum e dalla macchina, poi compose un numero che ricordava a memoria.

«Deron.»

«Jason! Non ti sento da… be’, da troppo.» La voce profonda di Deron e l’accento di Oxford non erano cambiati. «Sei a Washington? Perché non passi a salutarmi?» Il suo amico abitava nella zona nordorientale della città. Il ghetto degli afroamericani. Era abbastanza ricco da potersi permettere una casa in una zona ben più elegante, ma dopo aver frequentato la scuola d’arte a Londra era tornato a vivere nel quartiere dove era cresciuto, usando buona parte dei suoi soldi per aiutare i ragazzi allo sbando prima che cedessero alla tentazione della vita criminale. Si era arricchito una prima volta falsificando opere d’arte, per poi farsi ingaggiare come esperto dai privati e dai musei che avevano acquistato le sue copie scambiandole per originali. Ma era un uomo irrequieto, e aveva cambiato campo mettendosi a costruire armi estremamente sofisticate per una clientela selezionata. Clientela che comprendeva anche Bourne. Dipingeva ancora, ma soltanto per diletto: la sua copia della Gioconda, che teneva appesa sul caminetto del soggiorno, era perfetta. Deron non riproduceva soltanto lo stile di un pittore, ma anche il misterioso fuoco interiore che aveva alimentato la creazione artistica.

«Mi trovo in un altro continente» replicò Bourne prima di parlargli del cellulare che El Ghadan lo aveva obbligato a tenere con sé. «Devi trovare il modo di manipolare il GPS, voglio che lui pensi che mi trovo da un’altra parte.»

«Nessun problema. Un gruppo di studenti di un’università texana ha appena messo a punto un dispositivo interessante. Hanno violato il GPS di un megayacht da ottanta milioni di dollari e lo hanno spedito, un po’ alla volta, sulla rotta sbagliata. Equipaggio e capitano non se ne sono nemmeno accorti.»

«E tu sai come ci sono riusciti?»

Deron scoppiò a ridere. «Per favore. Ci ero arrivato sei mesi prima di loro. Ho solo bisogno di alcune informazioni: modello del cellulare, sistema operativo con il numero di versione, banda base e versione del kernel.»

Bourne snocciolò i dati. Li aveva imparati a memoria, sapendo che Deron ne avrebbe avuto bisogno.

«Mi metto subito all’opera.»

«Quanto ci vorrà?»

«Non posso fare tutto in un unico passaggio. Devo inviare al GPS una serie di deboli segnali civili che finiranno per sovrascrivere quello originale del satellite. A quel punto, ti chiamerò e mi dirai qual è la posizione fittizia che vuoi trasmettere ai tuoi guardiani. Non ci vorranno più di dodici ore.»

«Grazie, Deron.»

«Per sdebitarti puoi invitarmi a cena, quando passi da queste parti.»

«D’accordo.»

«Una sola cosa, Jason. Il nuovo segnale GPS è soggetto a deterioramento. Dopo un certo periodo di tempo, un buon tecnico informatico con attrezzature all’avanguardia potrebbe rintracciarti di nuovo.»

«Quanto tempo avrò?»

«Non posso prevederlo con esattezza: ci sono troppe variabili in gioco. È anche possibile che non ci sia deterioramento.»

Si salutarono. Bourne si infilò in tasca il cellulare nuovo e tornò all’auto dove Blum tamburellava con le dita sul volante, impaziente.

«È bellissimo» esclamò Sara, restituendo il diamante.

«Bellissimo?» replicò il tagliatore di pietre, fingendosi offeso. «Cosa dice? È a dir poco meraviglioso! Dieci carati, purissimo, senza difetti!»

«Quanto costa?»

«Le costerà un occhio della testa. Quasi un milione e mezzo di dollari, senza contare la montatura. Ma per lei posso fare un prezzo speciale.»

«Lei è davvero un adulatore.»

L’uomo le strizzò l’occhio. «È così che mi guadagno da vivere.»

Qualcuno bussò alla porta sul retro e interruppe la conversazione. Due colpi lenti, uno rapido, altri tre lenti.

Il tagliatore si alzò in piedi. «Vado ad assicurarmi che i miei clienti siano trattati bene.» Le fece il baciamano. «Signora, è stato un piacere. Torni a trovarmi quando deciderà di convolare a nozze.»

«Lei crede che mi sposerò presto?»

«Non penso che lei sia entrata qui dentro soltanto per ragioni di lavoro.»

Sara lo guardò, colpita. «Come fa a saperlo?»

L’uomo le sorrise. «Mia cara, se riesco a cogliere il battito del cuore di un diamante, posso sentire anche il suo.»

Sara aspettò che si fosse allontanato, poi aprì la porta. Fuori c’erano Levi e Bourne, in attesa.

L’agente del Mossad provò a entrare, ma lei lo fermò. «È una faccenda privata.»

«Il protocollo stabilisce che io non ti lasci sola con un estraneo.»

«Non è un estraneo.»

Blum la guardò, perplesso. «Rebeka, mi è sfuggito qualcosa?» L’aveva chiamata con il nome che aveva assunto all’interno del Mossad. Nessuno sapeva che lei era la figlia di Eli Yadin. Tutti pensavano che fosse morta.

Sara lo guardò dritto negli occhi. «Vai a controllare il vicolo sul retro.»

Lui annuì, poco convinto, mentre Bourne richiudeva la porta dietro di sé e si appoggiava con la schiena alla parete. Lei lo guardò in silenzio, aspettando che parlasse. Aveva organizzato l’incontro subito dopo aver saputo da Blum della carneficina all’albergo.

Jason continuava a tacere, e Sara spezzò il silenzio. «Aaron è morto.»

«Lo conoscevi?»

«Era un amico, e anche un… collaboratore occasionale, per così dire.»

«Vuoi dire che quando chiacchieravate di arte, cinema e musica, lui ti passava qualche informazione particolarmente interessante?»

«Ogni tanto. Era un accordo che stava bene a entrambi.»

«Davvero? E lui cosa ci guadagnava?»

«Dovresti saperlo. Aaron era di origine ebrea, e odiava l’ondata di antisemitismo che sta montando in Francia. Diceva sempre che avrebbe lasciato il Paese, una volta che sua figlia fosse diventata maggiorenne.»

Bourne la osservò con attenzione. Gli aveva appena rivelato un altro dettaglio del suo comportamento: si serviva delle persone che conosceva. Lo aveva fatto anche con lui? Tornò in un territorio più familiare, prima che il sospetto si facesse definitivamente strada nei suoi pensieri.

«Levi mi ha aggiornata appena sono arrivata qui: come hai fatto a salvarti dal massacro?»

Bourne le raccontò com’erano andate le cose.

«Tu e Soraya…»

«Eravamo colleghi.»

«Ed eravate anche amici intimi.»

«In un’altra vita. È passato tanto tempo.»

«Sono ferite?»

«Non credo.» Aveva deciso di non parlarle delle torture subite per mano di El Ghadan. Ciò che le aveva detto era più che sufficiente.

Sara si avvicinò fino a pochi centimetri da lui. Sentiva il suo respiro sulla guancia, l’odore virile della sua pelle. Amava quel profumo. Avrebbe voluto chiedergli se El Ghadan gli aveva fatto del male, ma si trattenne. Dopo il ricovero in ospedale avevano trascorso due settimane assieme, e lui era stato gentile, quasi tenero. Più di quanto lei avesse immaginato. Ma era passato un anno, e ora erano tornati al lavoro, in una zona molto pericolosa e piena di nemici. Non era il caso di farsi trasportare dall’emotività. Sara sapeva che lui lo avrebbe considerato un segno di debolezza, e si sarebbe allontanato da lei. Non voleva pensare a una cosa del genere.

«Va bene. Adesso usciamo da qui.»

«La seconda lezione da imparare sui cavalli è che sono animali molto stupidi» affermò Hunter conducendo Starfall verso il recinto vuoto. «Dimenticati di Trigger, il cavallo prodigio e di tutte le altre stupidaggini di Hollywood: il cavallo è un animale gregario, e ha bisogno di qualcuno che lo governi. Se percepisce che hai paura o che sei indecisa, succederà un casino.»

«Vale a dire?»

«Farà quello che vuole: si fermerà, brucherà l’erba, andrà all’ambio… tutto tranne quello che tu vuoi che faccia. È un animale pigro.» La voce di Hunter era aspra e dura come il palmo calloso della sua mano. Una voce da tre pacchetti di sigarette al giorno. O da intervento chirurgico alle corde vocali. «È una questione di volontà.» Batté la mano sulla piccola sella inglese. «Prima di montare, devi sapere che cosa vuoi che faccia, dove vuoi che vada e a quale velocità: al passo, al trotto, al piccolo galoppo, al galoppo veloce.» Si voltò a guardare Camilla. I suoi occhi grigi sembravano aver combattuto mille battaglie, ma erano più saggi che stanchi. «Capito?»

Camilla annuì.

«Tu gli piaci. L’ho sentito appena vi siete incontrati. È un castrato, è potente e veloce, non è un cavallo da tiro. Guardagli le zampe: vedi come sono lunghe e slanciate? È un animale da corsa, come quello che ti troverai a cavalcare a Singapore.» Accarezzò il fianco di Starfall. «Cominceremo con lui, poi passeremo a uno che non ti troverà altrettanto simpatica. Devi essere in grado di cavartela ed essere competitiva in tutte le situazioni. A Singapore non potrai scegliere.»

Camilla sentì il cuore batterle forte. «Competitiva? Vuoi insegnarmi a vincere? Dici sul serio?»

Hunter la fissò intensamente, come se potesse vedere il timore che covava dentro di lei.

«Una cosa alla volta, tesoro. Adesso andiamo, monta. E ricordati: avvicinati da sinistra, sempre da sinistra.»

Non appena la porta si richiuse Levi Blum ispezionò il vicolo. Non c’era nessuno. Prese una scatoletta nera e la appoggiò alla porta, poi si infilò un auricolare wireless, attivò la connessione Bluetooth e si mise a trafficare con un tastierino. Dopo alcuni istanti, era sintonizzato sulle voci che arrivavano dalla stanza. Fece partire la registrazione.

«Il problema è El Ghadan. Come fa ad avere tutte quelle informazioni su di te?» La voce di Rebeka era forte e chiara.

«È proprio quello che intendo scoprire.» Era la voce di Bourne.

Rebeka: «Hai meno di sette giorni di tempo per completare l’incarico. Come pensi di fare?».

Bourne: «Lascia che me ne occupi io».

Rebeka: «Ma l’incarico… Non vorrai davvero assassinare il presidente degli Stati Uniti?».

Bourne: «Non ho scelta. El Ghadan è stato molto chiaro sulla sorte che toccherà a Soraya e Sonya se non obbedirò».

Silenzio. Blum sentì la gamba sinistra indolenzita e spostò il peso da un piede all’altro.

Rebeka: «Hai un’altra scelta, lo sai».

Bourne: «No, non ce l’ho».

Rebeka: «Potresti cercarle e…».

Bourne: «El Ghadan ha previsto questa mossa».

Rebeka: «Lo so, ma…».

Un altro silenzio.

Bourne: «So cosa vuoi dire. Se Aaron fosse tenuto in ostaggio, tu cosa faresti?».

Rebeka: «Farei ciò che è necessario. Il Mossad non negozia con i terroristi».

Bourne: «E se nel frattempo lui morisse?».

Rebeka: «Lo lascerei morire».

Bourne: «Sonya ha solo due anni».

Rebeka: «Lo so».

Bourne: «Sei spietata come il Dio di Abramo».

Rebeka: «Sono stata educata così, e così dev’essere. Il mio popolo non ha avuto scelta. Ne sei sorpreso?».

Bourne: «No, per nulla».

Ancora silenzio. Questa volta non era assoluto: Blum cercò di migliorare il segnale, ma riusciva a captare soltanto un rumore di stoffa sfregata. O forse si trattava di qualcos’altro. Un sussurro, un sibilo, come il dialogo tra due serpenti.

Poi Rebeka riprese a parlare. «Allora è deciso.»

La voce era forte e vicina. Blum si affrettò a rimuovere la scatoletta e a sfilarsi l’auricolare, che mise nella tasca dei pantaloni.

Tempismo perfetto: la porta si spalancò e Rebeka uscì, seguita da Bourne. L’incontro era concluso. Non si salutarono nemmeno.

«Da questa parte» ordinò Rebeka, precedendo Blum lungo il vicolo, nella direzione opposta a quella presa da Jason.

«Abbiamo un incarico?» chiese lui, allungando il passo per starle dietro.

«Tu sì. Togliti dalle palle» replicò lei, dura.