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Jimmie Ohrent era un uomo abbastanza ricco da non aver bisogno di lavorare. Nonostante questo, era famoso per essere il miglior istruttore di equitazione di tutto il Sudest asiatico. Era cresciuto a Melbourne, dove aveva imparato a cavalcare nella fattoria dello zio Mike. Aveva vissuto per una decina d’anni in Medio Oriente prima di tornare in Australia. Poi, preso dalla noia, aveva deciso di seguire lo zio a Singapore per tentare la fortuna. Si era fatto prestare un po’ di soldi e aveva iniziato ad allevare cavalli purosangue e arabi, che aveva venduto a un’asta. Gli animali avevano vinto alcune corse al Thoroughbred Club di Singapore e lui aveva accumulato una bella somma. Due cavalli arabi venduti alla famiglia presidenziale avevano vinto l’ambita coppa Raffles. Da quel momento Ohrent era stato spesso ospite a palazzo. Si era fatto tentare dai casinò di Macao e aveva dilapidato tutti i suoi averi. Scivolato in una spirale autodistruttiva, si era messo a bere, come era accaduto a suo nonno prima di lui, e le cose erano andate definitivamente a rotoli.

Ma lui non era suo nonno, ed era riuscito a risorgere dalle ceneri come l’araba fenice. Si era arricchito di nuovo, anche se non come prima. Non era più lo stesso uomo, ma non importava. Era stanco della ribalta. Non gli interessava frequentare il mondo dei proprietari di cavalli e preferiva gli animali, anche se si era stufato di accudirli. Aveva venduto l’attività a un prezzo stracciato, per quel che gliene importava. Era diventato istruttore. Pur facendosi pagare un centesimo di quello che guadagnava un tempo, era felice: finalmente svolgeva la professione che gli piaceva e per la quale aveva un talento naturale.

Quando Camilla arrivò a Singapore, Ohrent lavorava per gli americani da oltre dieci anni, e guadagnava abbastanza da potersi concedere qualche vizio ogni tanto. E poi quegli incarichi gli ricordavano i giorni in Medio Oriente, la sua gioventù e le avventure di allora. La collaborazione era sporadica e ovviamente clandestina, ma la cosa andava benissimo a entrambe le parti. Aveva preparato per Camilla uno splendido esemplare, una focosa puledra di nome Jessuetta, solitamente montata da un tizio di nome Gruen. Ohrent non lo trovava molto simpatico e stava cercando di sostituirlo, quando erano arrivate le istruzioni del suo contatto americano.

A prima vista, Camilla non gli fece una grande impressione. Aveva la corporatura giusta, ma era inesperta. I suoi dubbi sparirono quando la vide cavalcare Jessuetta: aveva talento e imparava rapidamente. Inoltre sembrava avere, come lui, una predisposizione naturale a comunicare con i cavalli. Jessuetta si affezionò subito a lei. «Devi fare attenzione a non darle pacche sul fianco. Tende a reagire scalciando chiunque si trovi dietro di lei.»

Camilla scoppiò a ridere. «Non ho intenzione di darle pacche da nessuna parte. Non mi sembra il tipo da reagire bene.»

Ohrent trovò quella risposta adorabile, e si rammaricò tra sé e sé che il suo incarico consistesse nel preparare Camilla per una caduta. Quella donna riusciva a tirare fuori il meglio da Jessuetta e avrebbe potuto condurla alla vittoria se solo ne avesse avuto la possibilità. Ma non l’avrebbe avuta. Gli ordini erano precisi e non aveva intenzione di disobbedire: lo pagavano bene, e lui era un tipo onesto. Eseguiva le istruzioni alla lettera, anche quando non le capiva e non era d’accordo. Ogni volta che era assalito dai dubbi, li scacciava con l’aiuto di una bottiglia di whisky e si ripeteva che non era affar suo.

Quei momenti, comunque, capitavano di rado. In fondo, aveva sempre i suoi cavalli, che lo amavano, non lo tradivano mai e non facevano del male a nessuno. A volte pensava che gli sarebbe piaciuto essere un animale: la vita sarebbe stata più semplice e più limpida. Non avrebbe dovuto avere a che fare con la disonestà, la maldicenza, la gelosia, l’avidità o la paura. E soprattutto, avrebbe vissuto ignorando completamente l’inevitabilità della fine.

Camilla si innamorò subito di Singapore e dell’atmosfera del club. Il primo giorno, dopo che ebbe incontrato e montato Jessuetta, Ohrent la portò a visitare il giardino nazionale delle orchidee. Quella miriade di specie diverse la entusiasmò quasi quanto l’equitazione.

Chiese al suo contatto di accompagnarla in un negozio di telefonia, dove comprò un cellulare con una scheda locale e mezz’ora di accesso a internet.

Lui la portò a pranzo in un ristorante del quartiere musulmano, di fronte a un negozio che vendeva profumi privi di alcol, nel rispetto delle disposizioni religiose. Davanti a sette portate, una più piccante dell’altra, parlarono del rapporto e delle istruzioni ricevute. Entrambi erano il genere di persone che sentono la necessità di approfondire la conoscenza di quelli con cui dovranno lavorare.

«Non hai famiglia?» chiese Camilla.

«Oh, la famiglia!» Ohrent prese un bocconcino di pollo al curry. «Per quanto mi riguarda, le famiglie sono un gran fastidio. Mi innervosiscono e basta. Sempre lì a cazziarti, a dirti quello che devi fare e come lo devi fare! Ai miei cavalli piace tutto quello che faccio, e il modo in cui lo faccio. Nessuna discussione inutile.»

«Però a volte ci si sente soli» replicò lei, come se si stesse rivolgendo a se stessa oltre che a lui.

Ohrent si strinse nelle spalle. «È la vita che ho scelto.» La guardò negli occhi. «Ma tu sei ancora giovane. Perché hai scelto di stare sola?»

«E chi ha detto che sono sola?» replicò lei un po’ troppo in fretta.

Lui sorrise. «Si vede.»

«Davvero?»

«È evidente.»

«Che tristezza.»

«Be’, ti ho detto la verità. Non c’è niente di cui vergognarsi. Se vuoi vivere nell’ombra, perché no?»

Già, perché no? Per molte ragioni, pensava Camilla. Non rispose e continuò a mangiare. Le spezie le avevano anestetizzato la bocca, ma il bruciore si stava facendo strada fino allo stomaco.

«Mi sembra che il mondo delle ombre non sia il tuo paese dei balocchi» continuò lui.

«Il mio cosa?»

«Il tuo habitat naturale.»

«E allora? Mi ci sono abituata.»

«Come ci si abitua alla pressione alta?»

Camilla sorrise. Ohrent le piaceva. Era alto e diritto: non ancora piegato, né dall’età né dai risentimenti. La sua naturalezza la metteva a proprio agio, così come il suo peculiare senso dell’umorismo.

«Be’, quello sarebbe un problema per me!»

«E anche questa vita lo può diventare. E a differenza della pressione alta non puoi sistemare tutto con una pillola. Non c’è niente di normale in quello che facciamo, e mai ci sarà.»

Lei continuò a mangiare. Il cibo sembrava sempre più piccante. «Eppure questa vita piace a tutti quelli che conosco.»

«Sì, ma la domanda è se piace a te.»

Lei rifletté un istante. «Ogni giorno mi ripeto che mi piace.»

«Non è un buon segno» commentò Ohrent posando la forchetta.

Lei si appoggiò allo schienale, assalita da un terribile presentimento.

Lui sembrò leggerle nel pensiero. «Cosa c’è?» chiese, preoccupato.

«Niente.» L’ultima cosa che voleva era che il suo contatto a Singapore la segnalasse come soggetto a rischio.

«Uhm» borbottò Ohrent, per nulla convinto. Ma non insistette, e lei gliene fu grata. Parlò con il cameriere in una lingua che Camilla non riconobbe.

«Tanto tempo fa, mi trovavo in un posto molto lontano da qui, e anche dal mio luogo di nascita. Mi ero unito a una carovana beduina, e stavamo per attraversare il deserto del Negev. Tre pop!, come questo…» Si infilò un dito in bocca, puntandolo contro l’interno della guancia, e lo tirò fuori con forza. «Tre pop! e le teste vicine a me esplosero come meloni.»

Guardò il piatto per un istante, ma era come se i suoi occhi inseguissero qualcosa di invisibile, lontano nel tempo.

«Uno, due, tre. Sangue e pezzi di cervello ovunque: su di me, sui cammelli, ovunque.» Le rivolse uno sguardo cupo. «Palestinesi: Hamas, o forse le milizie di Izz al-Din al-Qassam. Chi può dirlo? Ma non importa. Ne uccisi uno subito, poi inseguii gli altri due e li ammazzai sparandogli a bruciapelo. Che altro potevo fare? Erano pessimi tiratori. Avevano cercato di colpire me e avevano ucciso tre delle persone che mi avevano accolto tra loro.» Si strofinò le mani, come se fossero ancora sporche di sangue. «Questo è il mondo nel quale viviamo. Il mondo che stai tentando di farti piacere.»

«O forse sono stati altri a cercare di farmelo amare» mormorò lei.

«Finito?» le chiese lui, riferendosi solo in parte al cibo.

Lei non rispose. Ohrent disse qualche parola al cameriere, che iniziò a sparecchiare.

Poi tornò a fissarla. «Bene, adesso sei in ballo e devi ballare.»

Camilla prese la busta che le aveva dato Hunter. Non l’aveva aperta e non aveva provato a indovinare il contenuto. La fece scivolare sul tavolo, tenendovi una mano appoggiata.

«Leggila» ordinò prima di spostare la mano.

Ohrent la fissò con uno sguardo stranamente calmo che la rassicurò. Quando lui aprì la busta Camilla si sentì a suo agio, anche se non sapeva perché. Non gliene importava nulla: stava bene, e tanto bastava.

L’uomo rimase immobile per qualche istante, poi iniziò a leggere il rapporto non autorizzato che Hunter e Terrier avevano preparato per lei. Lo fece lentamente, con attenzione, come se fosse consapevole della sua importanza. Poi lo ricominciò daccapo, impassibile. Alzò gli occhi soltanto quando ebbe finito.

«Davvero?»

«Tutto vero.» Per un attimo, Camilla pensò di non aver capito bene la sua domanda.

Lui lasciò cadere i fogli sul tavolo. «Dio mio, ti hanno messo davvero sotto pressione!»

Lei lo fissò in silenzio. Ohrent dovette intuire qualcosa. «Non l’hai letto, vero? Non sai cosa c’è scritto?»

Con il cuore in gola, Camilla afferrò i fogli e iniziò a leggere. Dopo pochi istanti sul suo volto si diffuse un pallore spettrale. Si sentiva come se qualcuno l’avesse appena gettata nel vuoto.