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Sara si tamponò i capelli con un asciugamano.
«Mi piaci con i capelli neri. Ti stanno bene» commentò Blum.
Sara lo fulminò con lo sguardo. «Non farti strane idee.»
Lui rise. «Non preoccuparti, non mi piacciono le ragazze con i capelli corti.»
Sara sbuffò e tornò a guardare la sua immagine allo specchio. La moglie del medico le aveva tagliato la chioma con mano sicura, e Blum aveva fatto un salto in farmacia per procurarsi la tintura e i trucchi di cui aveva bisogno.
Sembrava un’altra persona, non c’era dubbio. Bourne avrebbe saputo fare di meglio, ma anche lei se la cavava. Non appena avesse indossato l’abito tradizionale, sarebbe stata scambiata per una donna del Qatar. Il velo avrebbe aiutato. Avrebbe anche cercato di rallentare l’andatura, un dettaglio come il passo veloce poteva mandare all’aria un travestimento altrimenti perfetto. La moglie del medico aveva aiutato Sara a truccarsi e a sistemare il velo e il vestito che lei stessa aveva comprato.
Sara e Blum erano pronti per uscire di casa.
Le sembrava passato un secolo dall’ultima volta che era stata all’aria aperta. La luna splendeva nel cielo e illuminava la mezzaluna del lungomare. Passeggiarono per un po’, come due innamorati intenti ad ammirare le luci sfavillanti della città. Un motoscafo sfrecciò alla loro destra e Sara rabbrividì, ricordando i momenti drammatici che aveva vissuto a bordo della barca di Hassim.
Il Nite Jewel era uno di quei locali che mettono una limousine a disposizione dei clienti abituali. Blum chiamò e dopo un’altra mezz’ora di passeggiata un’auto si fermò al loro fianco.
Il Nite Jewel era vicino al lungomare e si trovava in una strada piena di boutique che a quell’ora erano chiuse. La facciata splendeva e illuminava la notte. Le luci dell’entrata cambiavano colore in continuazione, dal rosso all’arancio, al giallo, al verde, al blu, al violetto e infine all’indaco, avvolgendo i clienti in un infinito arcobaleno.
La limousine accostò e Blum scese per primo, seguito da Sara, in abiti tradizionali. Il portiere riconobbe Blum e aprì la porta placcata d’argento.
L’interno era quasi buio. Quando gli occhi si abituarono alla penombra Sara capì che si trovavano in un corridoio tappezzato di blu e illuminato soltanto da alcuni spot a led montati nel soffitto in ordine sparso, come a imitare la volta celeste.
Poi arrivarono nel locale, e Sara sgranò gli occhi per la sorpresa. Chiunque avesse progettato il Nite Jewel doveva essere un patito dei film di Hollywood degli anni Trenta. La sala era splendida. C’erano tre file di tavolini disposti a ferro di cavallo. Sul fondo c’era un palcoscenico sul quale si esibiva un quintetto jazz.
Ogni postazione era decorata da un abat-jour che diffondeva una delicata luce rosa e da un telefono all’antica che serviva a chiamare le persone sedute ad altri tavoli. Mentre si avviavano ai loro posti, Sara notò che i clienti erano perlopiù avventori solitari, in prevalenza donne.
Blum aveva prenotato un tavolo centrale. Mahmoud Tamer era già arrivato e sorseggiava un bicchiere di acqua tonica con ghiaccio. Aveva spalle larghe da boscaiolo e guance butterate, ma il suo sguardo era penetrante. Non aveva l’aria di uno sprovveduto, e anche se l’avesse avuta Sara sapeva per esperienza che non era il caso di lasciarsi ingannare dalla prima impressione.
Tamer si alzò quando vide Blum avvicinarsi. Indossava una divisa che lo faceva sembrare più alto e distinto. D’altra parte anche l’uomo più mediocre in divisa sarebbe sembrato più affascinante. Era successo persino con uno come Mussolini.
Squadrò Blum dall’alto in basso, come se stesse soppesando un vitello alla fiera del bestiame.
«Tenente» salutò Levi cordiale.
«Blum! Dovrei arrestarla subito.»
«Con quale accusa?»
«Con una qualsiasi.»
«E crede che sarebbe una mossa prudente, o saggia?»
«Questa sera non ho voglia di essere prudente.»
«La capisco. Il suo capo è scomparso.»
Tamer si pizzicò il labbro come per togliere un pezzetto di tabacco. «Non credo che lei capisca, ma si accomodi.»
Blum non obbedì. Non voleva perdere il controllo della situazione. «C’è un tempo per intimidire e un tempo per negoziare.»
«Il Comando Tattico non negozia con nessuno. Voglio Martine Heur, la mercante di diamanti che è stata vista salire a bordo della nave di Hassim, insieme a Khalifa. Secondo il capitano del porto è l’unica sopravvissuta.»
«Martine Heur non si trova più in Qatar. È un’informazione di cui sono certo.»
«Non è abbastanza. Anzi, è un’informazione quasi del tutto inutile.»
«Al contrario. È molto più di quello che lei sapeva fino a cinque minuti fa.»
Tamer gli rivolse uno sguardo truce, come per intimidirlo, ma Blum non era una delle sue reclute. «E allora perché siamo qui? Per guardarci negli occhi? Mi sta facendo perdere tempo.»
«E il suo tempo è prezioso. Sediamoci.»
Tamer sospirò, esasperato. Si sedette, seguito da Blum che prese posto davanti a lui. Sara si era nascosta dietro il suo collega ed era rimasta invisibile fino a quel momento. Tamer alzò lo sguardo e fu sorpreso di vedere una donna così vicina.
«Cosa significa?» chiese.
Sara si sedette al suo fianco e lui si ritrasse come se potesse passargli la lebbra.
«Non rimarrò seduto vicino a una donna» aggiunse con una nota di disgusto.
«Lo farà, invece» replicò Blum.
«E chi è lei per darmi ordini?»
Accennò ad alzarsi, ma Sara fu più veloce: estrasse un bisturi che aveva preso a casa del medico e lo affondò nei pantaloni di Tamer, evitando la coscia per pochi millimetri. Il metallo squarciò il tessuto e affondò nella sedia. L’uomo emise un grido acuto che fu coperto da un assolo di sax. Nessuno se ne accorse.
«Così va meglio» replicò Blum.
Tamer, infilzato come un insetto in una teca, lo ignorò e fissò Sara negli occhi.
Stava per parlare quando il telefono al loro tavolo si mise a squillare. Blum guardò Sara, che sollevò la cornetta in bachelite.
«Per tutto ciò che è santo, hai appena firmato la tua condanna a morte.»