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Borz prese Aashir per il gomito. «Vieni con me.»

Al primo piano del magazzino c’era una piattaforma sopraelevata, piuttosto stretta, che serviva al supervisore per controllare le operazioni di carico e scarico, ma ormai era usata di rado. Era separata dalla zona abitabile da una sottile parete di compensato e da una porta ancora meno spessa.

Quando si ritrovarono sulla piattaforma, Borz si rivolse al ragazzo. «Yusuf ti ha insegnato a usare il fucile di precisione?»

Aashir annuì. «Sì.»

«Hai fiducia nelle tue abilità?»

«Sì.»

«Sei in grado di uccidere un essere umano?»

«L’ho già fatto per te, non ricordi?»

Il ceceno annuì. «È vero, e sei stato bravo. Non hai esitato. Oggi avrai bisogno di tutta la tua calma e del tuo coraggio, perché quando saremo entrati all’interno del Thoroughbred Club ti separerai dal resto della squadra. Ho un incarico speciale per te. Nessun altro deve esserne informato.»

Borz fissò il volto del ragazzo per studiarne la reazione. «Mi fido di te, Aashir.» Gli si avvicinò. «Faccio bene?»

«Sai che è così» replicò il ragazzo.

Borz lo fissò in silenzio, poi annuì. «Le bombe sono oggetti meccanici. A volte non esplodono, a volte non funzionano come previsto. È per questo che mi serve il tuo aiuto. Non possiamo lasciare nulla al caso. Secondo le nostre informazioni, tutti i dignitari saranno nella tribuna presidenziale per assistere alla seconda corsa.» Per un attimo il suo volto fu attraversato da un sorriso sarcastico. «Correrà anche il cavallo della famiglia presidenziale, e come al solito vincerà.» Fece una pausa, e quando riprese a parlare la sua voce era ridotta a un sussurro. «Dal momento che è presente la famiglia del presidente, tutto avverrà con la massima puntualità, senza ritardi, in modo che ogni cosa possa essere programmata in anticipo. Ti mostrerò dove piazzarti. Ti daremo un fucile e un trespolo. Ti troverai proprio davanti alla tribuna presidenziale, ma abbastanza lontano per non essere spazzato via dall’esplosione. Il tuo ruolo è fondamentale, lo capisci?»

Aashir annuì. «Perché non avete incaricato Yusuf? È lui l’esperto. Non vi fidate?»

Borz sospirò. «Certo che mi fido di lui: mi ha salvato la vita in Waziristan, ma non lo conosco bene come Furuque. Tu sei con me da più tempo. E hai un talento naturale, non sarai meno efficace di lui.»

Si chinò verso Aashir. «Nessuno uscirà vivo dalla tribuna presidenziale. Sarà compito tuo. Se qualcuno sopravvivesse alla bomba o se l’ordigno non esplodesse, tu dovrai sparare. Prima il presidente americano, poi quello palestinese e infine quello di Singapore.»

«E l’israeliano?» chiese Aashir.

«L’israeliano?»

«Borz, te ne sei dimenticato? Il primo ministro di Israele.»

«No, non mi sono dimenticato di lui. Una telefonata urgente lo costringerà ad alzarsi al momento opportuno: non si troverà nella tribuna quando ci sarà l’esplosione.»

Quindi era quello il piano di El Ghadan, pensò Bourne. Assassinare i capi di Stato, far fallire il processo di pace e dare la colpa agli israeliani. La reazione mondiale avrebbe potuto determinare la fine di Israele. Bourne aveva appoggiato l’orecchio alla parete di compensato e aveva ascoltato la conversazione, ma c’era un aspetto del piano che Borz non aveva rivelato ad Aashir.

Aprì la porta e salì sulla piattaforma.

Borz si voltò. «Yusuf, cosa vuoi? È una conversazione privata.»

«Be’, ora non lo è più.» Si avvicinò. «Perché non dici ad Aashir qual è il suo vero ruolo nel piano?»

«Hai ascoltato la nostra chiacchierata?»

«Quella parete è sottile come un foglio di carta.»

«Io credo che tu abbia ascoltato di proposito» ringhiò Borz.

«Per proteggere Aashir.»

«Ne ho abbastanza delle tue interferenze. Aashir non ti riguarda.»

Bourne lo ignorò. «Aashir, ascoltami…»

Borz saltò addosso a Bourne, impugnando un coltello nella mano sinistra. Bourne schivò il primo affondo e colpì il ceceno al polso, ma la lama lo ferì al braccio destro, che si coprì di sangue.

Con la coda dell’occhio Jason vide che Aashir si avvicinava. Il ragazzo colpì Borz alla mandibola con un pugno maldestro il cui unico effetto fu quello di far infuriare ancora di più il ceceno. Si liberò di Bourne con una spallata e afferrò Aashir per la giacca, strattonandolo verso di sé per dargli una testata. Poi lo spinse contro la ringhiera e lo colpì con un poderoso pugno alla pancia. Mentre si piegava in due, Borz lo afferrò per la testa, ma un istante prima che riuscisse a sbattergliela contro la ringhiera, Bourne lo fermò con un pugno ai reni.

Borz accusò la botta e Jason riuscì a fargli mollare la presa su Aashir, che cadde sulla piattaforma. I due continuarono a lottare e Bourne riuscì ad affondare le nocche nelle costole del ceceno, lasciandolo senza fiato. Ma l’altro reagì, sferrandogli un calcio sul collo del piede e tempestandolo di pugni al ventre con la mano destra.

Poi, sempre stringendo il coltello nella sinistra, Borz menò un fendente rivolto alla gola del suo avversario, ma Bourne riuscì a sottrarsi all’attacco. Per un istante i due rimasero immobili, vicinissimi uno all’altro. Borz aveva la bocca vicina all’orecchio di Bourne. «Sei fottuto, Yusuf» gli sussurrò, alzando l’avambraccio e schiacciandoglielo contro la parte anteriore del collo per soffocarlo. «Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate.»

Lo spinse contro la ringhiera e si fece avanti cercando di trafiggerlo, ma Bourne era riuscito a portare le mani nello stretto spazio tra il suo corpo e quello del ceceno. Lo afferrò per la cintura e lo sollevò da terra, sopra di sé. Il gomito di Borz rimase incastrato tra il suo petto e quello dell’avversario. Cercò di liberarlo, ma Bourne lo bloccò e dopo qualche secondo gli spezzò l’articolazione, con uno schiocco che sembrò un colpo di fucile.

Borz cercò di liberarsi, senza più badare al coltello, ma era troppo in alto, troppo lontano dalla piattaforma. Stava per cadere. Con un ultimo sforzo, recuperò il pugnale con il braccio sano e cercò di colpire Bourne, ma era troppo tardi. Perse l’equilibrio, e crollò dall’altra parte della ringhiera.

Per un istante le forti braccia di Bourne lo tennero sollevato in aria, a testa in giù. Poi sembrò fluttuare nel vuoto e precipitò sul pavimento di cemento.

Il cranio colpì la dura superficie per primo, spaccandosi come un melone maturo. Poi, mentre il resto del corpo si abbatteva al suolo, la spina dorsale si frantumò.

Bourne si inginocchiò al fianco di Aashir e lo prese tra le braccia. Sanguinava dal naso e continuava a perdere conoscenza. Jason lo schiaffeggiò sulle guance finché non ripresero colore.

«Stai bene?» gli chiese Aashir.

Bourne scoppiò a ridere. «Dovrei chiederlo a te!» Lo prese sotto le ascelle e lo sollevò. «Adesso alziamoci.»

Aashir si aiutò aggrappandosi alla ringhiera, poi si guardò attorno. «Dov’è Borz?»

«È caduto dalla ringhiera. È morto.»

«No, non lo è.»

Si voltarono. Sulla piattaforma, davanti a loro, c’era Musa. «Yusuf, hai ucciso l’uomo sbagliato. Quello era Nazyr, uno dei miei luogotenenti. Era il capo della squadra in Waziristan.»

«Uno dei tuoi luogotenenti?» esclamò Aashir, incredulo.

«Musa è il vero Borz» disse Bourne. «Ma perché ti sei fatto sostituire da Nazyr?»

«Per ragioni di sicurezza» spiegò Borz. «I mahsud non sono diversi dalle altre tribù del Waziristan. Non potevo fidarmi. Se il mio accordo con loro fosse naufragato, non sarei stato lì a subirne le conseguenze.» Si strinse nelle spalle. «Ma non importa. Furuque doveva essere il nostro cecchino al Thoroughbred Club. Poi sei arrivato tu e hai preso il suo posto. Ma nel momento in cui hai ucciso Nazyr, hai tradito me e tutta la squadra.»

Aashir alzò le mani. «Aspetta! Cosa stai dicendo?»

Nella mano destra di Borz c’era una piccola pistola .25. Prima che chiunque potesse muoversi o dire una sola parola, sparò due volte contro Bourne, colpendolo al petto.

Rimise la pistola nella fondina. «Ho risposto alla tua domanda?» chiese ad Aashir.