30
Khan Abdali sembrava un fantasma: era alto e scheletrico, con le spalle strette e le braccia lunghe. La carnagione era scura e spessa come cuoio invecchiato. Aveva un’età indefinita tra i cinquanta e i settant’anni. Indossava ampi pantaloni e una casacca bianca su cui portava un panciotto azzurro con lo stemma della sua tribù ricamato. Il turbante era giallo e largo come la sua testa. Ma erano soprattutto gli occhi, scuri e profondi, a catturare l’attenzione dei suoi interlocutori.
Lo incontrarono fuori dal villaggio, accompagnato da sei soldati armati fino ai denti. Il villaggio era soltanto un gruppo di case di cemento, solo in parte intonacate, circondate da muri crivellati di buchi. C’erano alcune file di autocarri impolverati dall’aspetto piuttosto malconcio. Probabilmente avevano percorso migliaia di chilometri sulle strade sterrate della regione. I bambini si arrampicavano sul retro dei veicoli e due sentinelle solitarie erano di guardia su uno sperone di roccia, con un AR-15 in spalla.
Bourne pronunciò la tradizionale formula di saluto, tenendo la mano destra sul cuore. Khan Abdali ne fu sorpreso e si avvicinò per ricambiare la cortesia.
«Conosci la nostra terra?»
«Ho vissuto qui per tre anni.»
«E perché te ne sei andato?»
«A causa di una donna.»
Khan Abdali gettò la testa all’indietro e scoppiò a ridere. «E l’hai portata con te?»
«Sì, l’ho sottratta a un capo dei Tori Khel.»
«Ah! Io sputo sui Tori Khel.» Khan Abdali sottolineò il suo pensiero sputando per terra. «E lui è venuto a cercarti?»
«Certo.»
«E tu cos’hai fatto?» chiese l’uomo sollevando le sopracciglia, poco convinto.
«L’ho affrontato. Gli ho detto che ero un djinn, che avevo gettato un incantesimo sulla donna e che doveva lasciarci in pace, altrimenti ne avrei gettato uno su di lui e sarebbe morto dopo una lunga e dolorosa agonia.»
Khan Abdali scoppiò in una grassa risata, e gli vennero le lacrime agli occhi. «Mio caro Yusuf, sei davvero ricco di coraggio e di fantasia. Sono lieto di accoglierti nel mio villaggio, anche se sei in compagnia di quel rozzo ceceno.»
Furono accolti nella casa di Khan Abdali, piena di tappeti e lampade turche in ottone che sembravano uscite da una fiaba. Mangiarono pane e olive e bevvero tè. Le pareti erano tappezzate di fotografie in bianco e nero di uomini e bambini. Nessuna donna, ma Bourne non ne fu sorpreso. Sapeva che per i waziri le donne erano ancora più importanti della religione. Non erano fanatici e non amavano gli estremisti che infestavano le loro montagne. Se le tribù locali non fossero state divise da una lunga e feroce guerra intestina li avrebbero scacciati in breve tempo, ma il Waziristan era una zona quasi spopolata e poche centinaia di fanatici non rappresentavano un fastidio, a meno che non diventassero molesti o non chiedessero favori.
«Khan Abdali, i tuoi figli sono bellissimi. Mi congratulo con te» disse Bourne, cercando di essere il più possibile cortese.
Il capotribù sorrise, scoprendo un paio di protesi d’oro e qualche buco nella dentatura. «Yusuf, fratello mio, sono figli e nipoti.»
«Allah è stato generoso con te.»
«Possa benedirci tutti quanti.»
I tre uomini erano seduti a gambe incrociate su un tappeto. Aashir era rimasto in piedi, contro la parete, attento a ogni dettaglio. Bourne continuò a chiacchierare con il capotribù informandosi sulla situazione della guerra tribale in quella parte del Waziristan. Borz non capiva una parola, ed era sempre più nervoso. Jason lo invitò a rimanere calmo.
«Il tuo amico ha una brutta faccia» commentò Khan Abdali. «È proprio adatta al suo comportamento impaziente.»
«I ceceni sono sempre nervosi.»
Khan Abdali riempì di nuovo la tazza di Bourne e annuì. «Questa è la tragedia degli uomini che corrono a precipizio verso il proprio destino. E il giovane arabo?»
«Si chiama Aashir Al Kindi, ed è stato gentile con me. Non so altro di lui.»
«L’ho già visto in precedenza. È molto più educato del ceceno.»
«Non avevo dubbi.»
«Forse potresti insegnargli il nostro dialetto» suggerì Khan Abdali.
«Lo farò senz’altro, se ne avremo il tempo.»
Il capotribù annuì, soddisfatto. «Yusuf, fratello mio, che cosa vuole il ceceno da me?»
«Chiede l’autorizzazione al passaggio, per lui e per i suoi uomini.»
«Dov’è diretto?»
«A ovest, in Afghanistan.»
Khan Abdali sospirò. «Non ho simpatia per gli afghani, in particolare per i talebani che grazie all’intromissione degli americani hanno rafforzato la presa sul Paese. Non posso accettare le loro idee disgustose. Hanno deformato la religione, trasformandola in un randello che usano per picchiare tutti quelli che li circondano.»
«Il mio amico ritiene che i talebani siano suoi nemici. Te lo posso garantire.»
Khan Abdali sollevò la testa e guardò Borz. «Ucciderà i talebani, dopo aver raggiunto l’Afghanistan con il nostro aiuto?»
Bourne si voltò verso Borz. «Vuole che tu entri in guerra con i talebani.»
«Che cosa?»
«È il prezzo per farci passare sani e salvi. Vuole le teste dei talebani.»
Borz sbuffò.
«Controllati» lo avvertì Bourne.
«Ho una scadenza. Yusuf, non ho tempo da perdere.»
«Borz, ti suggerisco di trovarlo. Lui non cambierà idea.»
Borz rifletté per un momento. «Digli che va bene.»
Bourne lo fissò attentamente. «Glielo dirò soltanto se mi assicuri che stai dicendo la verità.»
«E come cazzo potrà sapere quel che faremo una volta che saremo usciti dal suo maledettissimo Paese?»
«Il Waziristan ti ha protetto, ti ha tenuto al sicuro e ha tollerato l’attacco dei droni scatenato per causa tua. Gli darai la tua parola e gli porteremo le teste dei talebani.»
Borz gli lanciò un’occhiata feroce. «Hai detto che sono bugiardi. Qual è il problema?»
Bourne si trattenne dal prenderlo a schiaffi, rimandando al futuro il momento in cui si sarebbe tolto quella soddisfazione. «Ho detto che possono arrivare a mentire pur di non essere sopraffatti. Sono uomini d’onore, Borz. Non sono estremisti. Finora ti hanno sopportato, ma potrebbero cambiare idea. A Khan Abdali non importa niente di te. Se non fosse per me, ti avrebbe già mandato al diavolo.»
Borz sospirò e infine annuì. «Va bene, e che vada a farsi fottere!»
Bourne si rivolse di nuovo al capotribù. «Fratello mio, il mio amico è un incivile, per certi versi, ma le sue intenzioni sono buone ed è un uomo d’onore. Ti dà la sua parola: dopo aver attraversato la frontiera, taglierà la testa a molti talebani.»
Il capotribù si accarezzò la barba con aria pensierosa. «Sono d’accordo con te. Il ceceno è un incivile. D’altra parte, tu sei suo amico. Vi concedo il passaggio, ma sarete accompagnati da due tra i miei migliori cacciatori. Vi faranno da guida e vi aiuteranno a tagliare la testa ai talebani.»
E si assicureranno che Borz mantenga la parola data, pensò Jason. Sorrise e ringraziò a lungo Khan Abdali.
Prima della partenza il capotribù prese Bourne da parte. «Yusuf, fratello mio, temo che tu sia circondato da traditori» gli sussurrò. Il suo alito sapeva di datteri e olive. «Ti auguro una lunga vita.» Gli prese la mano destra e la girò con il palmo rivolto verso l’alto. «Per questo motivo, ti faccio un dono.» Gli appoggiò un oggetto piccolo ma pesante sulla mano, poi gli richiuse le dita in modo da nasconderlo. «È un chilai, un braccialetto. È un portafortuna, ma anche un’arma. Contiene un mangèr.»
«Un serpente?» chiese Bourne, sorpreso.
Khan Abdali sorrise. «Un serpente lungo come un’unghia, ma dotato di un veleno rapido e potente. Ti aiuterà nei momenti più bui, per combattere l’oscurità.»
«Grazie.» Si infilò il braccialetto al polso sinistro. «Khan Abdali, sei molto generoso, e altrettanto saggio.»
Il capotribù annuì. «Ti auguro un buon cammino.»
La polvere sollevata dalla jeep nascose alla vista il villaggio e tutti i suoi abitanti.
Vincent Terrier era in una zona rurale della Virginia, al Jake’s World, un locale pieno di cromature e di cimeli degli anni Cinquanta. Era seduto vicino a una delle ampie finestre che si affacciavano sul polveroso parcheggio e sulla superstrada. Visto da fuori, il locale sembrava un jukebox rovesciato su un fianco. Le luci esterne erano accese.
Terrier stava mangiando una fetta di torta di mele piuttosto insipida e sorseggiava un caffè annacquato. Stava penando a Nighthawks, il famoso dipinto di Edward Hopper che raffigurava i clienti di un bar di New York all’epoca della Grande Depressione. L’immagine perfetta della sua vita, pensò. Era nato in una squallida casa popolare di Detroit, dove suo padre lavorava come operaio nell’industria automobilistica, almeno finché la fabbrica non era stata chiusa. Lo stabilimento vuoto era rimasto lì, come un simbolo della decadenza di quella parte d’America. Vincent era stato lo studente svogliato di un sistema scolastico che se ne fregava di lui come degli altri, aveva passato gli anni del college a bere, e poi… un lavoro? Neanche per idea: non c’era niente di interessante nel raggio di centinaia di chilometri. Aveva fatto il lavapiatti e l’aiutante di un becchino sadico per circa sei mesi. Nient’altro.
Si era arruolato nelle forze armate ed era andato in missione nel Corno d’Africa, in Iraq e infine in Afghanistan. Sulle montagne afghane era arrivata la rivelazione, come per Saul sulla via di Damasco. Aveva visto donne e bambini, anche neonati, morti di fame e vestiti di stracci. Lo fissavano con uno sguardo da uomini anziani: lo sguardo di chi ha già visto tutto e non si aspetta più niente dalla vita.
Terrier aveva ripensato alla sua infanzia disastrata e aveva capito quanto fosse facile per gli estremisti arruolare quei bambini ancor prima che diventassero uomini. Quei bastardi offrivano delle prospettive, un futuro: l’unico futuro che fosse disponibile. Li nutrivano, li vestivano, davano loro una casa e un’arma, e intanto iniettavano nel loro corpo il veleno dell’indottrinamento. Per i ragazzini era una questione di sopravvivenza, nulla di più. Era l’odio a mantenerli in vita, la prospettiva del martirio dava un senso alla loro esistenza e a quella delle loro famiglie.
Al suo ritorno in patria era cambiato, ma in maniera diversa rispetto a molti suoi commilitoni. Aveva fatto domanda al dipartimento della Difesa ed era stato subito accettato. Era in gamba, intelligente, e aveva esperienza. Era stato addestrato alla Fattoria per sei mesi, poi per tre mesi al Caseificio, prima di essere spedito di nuovo in Medio Oriente, in qualità di agente sul campo. Era perfetto per il ruolo: conosceva bene la lingua e le abitudini di quelle regioni.
Aveva sempre portato a termine con successo le missioni, per la gioia dei superiori. Finché non era stato notato da Marty Finnerman, che aveva un buon occhio nel riconoscere i talenti, ed era diventato il suo uomo di fiducia per raccogliere preziose informazioni sui movimenti del nemico e sulle sue tattiche in continua evoluzione. E così si era ritrovato nella West Wing, ad aggiornare il presidente in persona.
Le luci si riflettevano sul suo piatto vuoto, che conteneva soltanto alcune briciole unte. All’esterno, un’enorme Chrysler Imperial blu scuro del 1972, perfettamente lucidata, entrò nel parcheggio. Terrier alzò una mano, richiamò la cameriera e ordinò due caffè.
Le luci di cortesia della Chrysler si spensero. I neon brillavano sulla griglia del radiatore. Seguì con lo sguardo la persona che era scesa dall’auto, e stava salendo gli scalini per entrare nel locale.
Hunter si guardò attorno, vide Terrier e si sedette di fronte a lui. In quel momento arrivarono i caffè. Indossava un paio di jeans scoloriti, stivali da cowboy e una camicia di denim sotto una giacca di pelle scamosciata che non tolse.
«Ti mancano soltanto le frange.»
«Vaffanculo anche a te» replicò lei, con una risata.
«Non potevi venire con una macchina meno vistosa? Tipo una Honda o una Chevy?»
Hunter assaggiò il caffè. «Avanti, ti piace un sacco la mia Imperial!»
Era vero: era il simbolo di quel che l’America era stata, al massimo del suo splendore, e non era più. Gli dava una sensazione rassicurante e gli confermava che avevano scelto la strada giusta.
«Come vanno le cose al Caseificio?» le chiese.
«Non fare il modesto. La tua esibizione è stata perfetta, Camilla ci è cascata in pieno.»
«E tu ne hai approfittato?»
«Secondo te?»
«Allora, che ne pensi?» Terrier aveva appoggiato le mani sul tavolo.
«È perfetta. Ha il giusto background… ma questo lo sai meglio di me, dal momento che sei stato tu a suggerire il suo nome a Finnerman. Quel coglione di suo padre rappresenta tutte le storture dell’impero consumista che l’America è diventata» replicò Hunter.
«Onore a lei, per avere riconosciuto la verità.» Terrier bevve metà del caffè. Era già freddo. «Sarà pronta in tempo per Singapore?»
«Devi smetterla di preoccuparti.»
Hunter allontanò la tazza, disgustata. Come darle torto, pensò Terrier.
«Camilla è una ragazza in gamba. La sua capacità di apprendimento è stupefacente.»
Terrier le lanciò un’occhiata dubbiosa. «Quindi è così che stanno le cose.»
«Non vado a letto con lei.»
«Non ancora.» Scoppiò a ridere. «Hai un paio di giorni per rimediare.»
Hunter sorrise. «Cosa succede nel mondo, fuori dal Caseificio?»
Lui le passò una busta portadocumenti. «Per la nostra comune amica.»
«Sei sicuro?»
«È la chiusura del nostro accordo.»
«Ottimo.» Hunter la fece scivolare sulla panca. «Allora siamo a posto.»
Terrier si chinò in avanti. «I ragazzi stanno preparando un’offensiva mediatica sul disastro dei droni. Tireranno fuori il solito repertorio: gli americani sono stati reclutati in patria, sono andati in Siria di propria volontà, indottrinati da Faraj.»
«Traditori, in altre parole.»
«Esatto. Un pericolo grave e immediato per la sicurezza nazionale, bla bla bla.»
«Potrebbe funzionare.»
Lui annuì. «Più di quanto non immagini. Ma non è detto. All’estero protesteranno, per non parlare della lobby che si oppone ai droni.»
«Che Dio li protegga.»
Terrier si chinò in avanti e abbassò la voce. «Ma c’è una sorpresa: Finnerman vuole che io metta assieme una rete locale, per convincere l’opinione pubblica che abbiamo catturato gli estremisti che reclutavano i ragazzi.»
«Stai scherzando?»
Terrier annuì. «Già. Ma lo scherzo è tutto per noi.»
«Hai già individuato un bersaglio?»
Le sorrise. «Secondo te?»
Mentre Hunter guidava l’Imperial diretta al Jake’s World, dalla rastrelliera del Caseificio era scomparsa una bicicletta. Camilla pedalava su uno stretto sentiero parallelo alla superstrada. La notte era luminosa, e non era difficile seguire la scia rossa dei fanali dell’Imperial. Se Hunter si fosse allontanata più di una decina di chilometri l’avrebbe persa, ma qualcosa le suggeriva che sarebbe rimasta nelle vicinanze del Caseificio.
Le strade che circondavano la struttura di addestramento erano presidiate da numerosi soldati, e Camilla non avrebbe potuto imboccarle senza mostrare le credenziali. Era un’eventualità che non voleva nemmeno prendere in considerazione: doveva uscire senza permesso, senza lasciare traccia del proprio passaggio né all’andata né al ritorno.
Durante una delle cavalcate le sembrava di aver visto un buco nella rete. Aveva pensato di prendere Dixon, ma il rumore degli zoccoli l’avrebbe tradita e l’assenza dell’animale non sarebbe passata inosservata. La bici, invece, era silenziosa e discreta. Si era rivelata la scelta giusta, dal momento che il varco era troppo piccolo per Dixon. Un grosso cervo aveva cercato di saltare la recinzione, ma il ventre era rimasto agganciato al filo spinato che la sovrastava e l’animale era morto dissanguato. Sotto il suo peso la rete era crollata, ma il circuito elettronico non si era interrotto. Un bell’esempio di errore di progettazione. Camilla era salita sulla schiena dell’animale, poi si era dovuta aggrappare alla punta delle corna per mantenere l’equilibrio mentre passava dall’altra parte, portando con sé la bicicletta. Anche da morto, il cervo conservava la sua imponenza. Camilla lo aveva ringraziato per averle fornito una via d’uscita, dispiaciuta per la sua fine così simile a quella di un soldato caduto sul campo di battaglia.
La Imperial era molto più veloce di lei, ovviamente, ma Camilla aveva intuito la sua meta: la sagoma del grande jukebox luminoso del Jake’s World.
Protetta dalla giacca di pelle, pedalò a tutta velocità e arrivò al locale pochi minuti dopo Hunter. Scivolò sul retro del locale e sorprese tre procioni nascosti dietro alcune auto. Li abbagliò con la torcia elettrica, costringendoli a rifugiarsi nell’ombra.
Scese dalla bici, la appoggiò alle scale ed entrò dalla porta di servizio. Si infilò in cucina, come se facesse parte dello staff. Il personale era troppo indaffarato per prestarle attenzione, ma fece in modo di raggiungere la toilette nel minor tempo possibile.
Vide subito Hunter che parlava con aria seria, ma dovette spostarsi un po’ prima di riuscire a scorgere il suo interlocutore.
Un brivido le percorse la schiena, come se qualcuno le avesse fatto scivolare un serpente nella camicetta. Hunter stava parlando con Vincent Terrier, e dal suo volto e dai suoi gesti concitati si trattava con ogni probabilità di una conversazione clandestina.
Si sporse leggermente di lato per avere una visuale migliore e riuscì a cogliere dalle loro labbra qualche parola. Quindi Terrier era coinvolto insieme a lei in quella specie di cospirazione ideologica. All’improvviso capì il ruolo dell’uomo in ciò che era avvenuto: con la sua presenza sgradevole aveva fatto sì che lei si avvicinasse ancora di più a Hunter, spingendola tra le sue braccia. Camilla si passò una mano sulla faccia per asciugare il sudore gelido che aveva iniziato a imperlarle la fronte.