19
Lo squalo puntò dritto su Sara. Aveva la bocca spalancata, e tra i denti stringeva i brandelli sanguinolenti di ciò che un tempo era stato il polpaccio di Hassim. Sara afferrò un femore spolpato del suo amico e lo lanciò con precisione. La testa dell’osso colpì lo squalo sul muso. L’impatto colse l’animale alla sprovvista, e dovette fargli male. Cambiò direzione, alla ricerca di una preda meno aggressiva.
Combattendo l’istinto, Sara si lasciò scivolare verso il basso, nell’acqua insanguinata, finché non sentì che Khalifa mollava la presa sui capelli. Poi di colpo nuotò verso l’alto e si aggrappò al suo avambraccio prima che lui potesse allontanarlo dalla superficie.
Sara tirò la testa fuori dall’acqua. Khalifa si sporse in avanti per ricacciarla in mare, e lei ne approfittò per lanciarsi contro di lui. Teneva in mano la stella di David. Le sei punte splendevano alla luce delle stelle e lei non esitò ad affondare il ciondolo nell’occhio destro del colonnello.
Khalifa gridò per il dolore e si gettò istintivamente all’indietro. Sara, aggrappata al suo braccio, riuscì a risalire lo scafo scivoloso e si ritrovò sulla barca. Khalifa si avventò contro di lei con la folle violenza di un toro ferito. Sapeva che l’impatto l’avrebbe sopraffatta, ma aspettò fino all’ultimo momento prima di fargli lo sgambetto. Lui perse l’equilibrio e non riuscì a frenare lo slancio. Andò a sbattere contro la falchetta e la superò parzialmente. Ora metà del suo corpo era fuoribordo. Si aggrappò a Sara, per usarla come appiglio o, nella peggiore delle ipotesi, per trascinarla in mare con sé. Lei affondò il pollice nell’occhio ferito, poi estrasse con forza la catenina e il ciondolo, imbrattati degli umori del suo bulbo oculare. Lui urlò di nuovo e mosse disperatamente le mani per aggrapparsi meglio al suo corpo.
La donna si divincolò, ritraendosi, poi abbassò una spalla e lo caricò come un ariete, spingendolo oltre la falchetta.
Khalifa rotolò fuoribordo. Sara sentì il tonfo e vide gli spruzzi d’acqua, poi una pinna dorsale che tagliava la superficie del mare, diretta verso di lui. Il colonnello cercò di tenersi in superficie, ma il peso degli abiti bagnati lo trascinava verso il fondo. Riuscì a far emergere soltanto la testa e una spalla.
«Aiuto!»
Lei lo guardò senza alcuna pietà. La guancia e il fianco le bruciavano come il fuoco.
«Vaffanculo.»
«No!»
Il corpo di Khalifa si contorse mentre lo squalo più grande staccava il primo boccone. Urlò e si dimenò, ma il predatore non mollava la presa, muovendo forsennatamente la testa a destra e a sinistra.
Poi al banchetto arrivarono gli altri invitati. Per un istante il colonnello riapparve sul pelo dell’acqua, con il braccio alzato e il pugno stretto. Ma ormai era troppo tardi. Un denso fiotto di sangue gli uscì dalla bocca, mentre l’acqua ribolliva sotto di lui, e infine scomparve per sempre, inghiottito dalle onde.
Furuque gli si era gettato addosso e il suo peso gli schiacciava la gabbia toracica. Bourne non poté fare a meno di ripensare all’albergo di Doha, ai cavi legati al petto, alla corrente elettrica che gli strappava il respiro asfissiandolo. Ansimò, mentre nella sua mente, implacabili, si affollavano le immagini di Soraya e Sonya, indifese e terrorizzate.
Furuque lo colpiva con un furore che non aveva nulla di razionale: era lo sfogo di un fanatico, la giustificazione per tutto quello che aveva detto e fatto fino ad allora. A spingerlo c’era solo la rabbia. La furia dell’oppresso, dell’uomo che crede di essere stato privato di tutto, che non possiede più nulla e dunque non ha più nulla da perdere se non la propria vita, dedicata ad Allah. Un’ideologia fanatica che rendeva Furuque un avversario particolarmente pericoloso. E Bourne si sentiva indebolito e scosso. El Ghadan aveva avuto la meglio su di lui. Peggio ancora, si era insinuato nella sua mente ed era riuscito a sfruttare i suoi punti deboli.
Erano questi i pensieri di Bourne mentre Furuque, accecato dall’odio, continuava a tempestarlo di pugni. La testa e le spalle di Jason sporgevano oltre il bordo del muro di cemento. Furuque voleva farlo cadere, fracassandogli la schiena contro le macerie.
Il volto furioso del cecchino era proprio sopra di lui. Appiccicati alla barba folta erano rimasti frammenti di cibo e il suo alito era ripugnante, come se la bile del fanatismo fosse traboccata dal suo stomaco.
Le braccia di Bourne, imprigionate tra le ginocchia del cecchino, erano del tutto inutili. Lasciò penzolare la testa nel vuoto e Furuque seguì il suo movimento, fino a portare con arroganza il suo volto a pochi centimetri da quello dell’avversario. Bourne ne approfittò per dargli una testata sul naso, spezzando le cartilagini e sfondandogli i seni paranasali.
Furuque arretrò, per la sorpresa e il dolore, e Bourne lo afferrò per le spalle riuscendo a ribaltare la situazione. Ora il cecchino si trovava con la testa ciondolante nel vuoto e il volto coperto di sangue. Bourne lo spinse oltre il bordo di cemento, ma Furuque lo afferrò per la camicia e lo trascinò con sé nella caduta.
Precipitarono insieme. La scapola di Furuque colpì lo spigolo di un blocco di cemento e lo ruppe. Bourne rotolò sul terrorista e atterrò di schiena. Rimase immobile per qualche istante, senza fiato, cercando di respirare.
Poi riuscì a girarsi e a mettersi carponi. Guardò Furuque: era supino, con gli occhi spalancati e le pupille fisse nel vuoto. Era morto. Bourne controllò il cadavere. Era rimbalzato sul blocco di cemento ed era atterrato su un groviglio di tondini ritorti di ferro che gli si erano conficcati nel fianco. Dovevano aver perforato il fegato.
Bourne recuperò le forze, un po’ alla volta. Non riuscì a trattenere un’imprecazione: Furuque non avrebbe più potuto dirgli nulla. Né chi fosse il suo mandante né perché gli avesse commissionato l’assassinio del ministro Hafiz.
Si alzò in piedi, ancora debole, e raggiunse la scala di metallo. Aveva già appoggiato una mano sui pioli quando sentì un rumore sopra la sua testa. Alzò lo sguardo e vide il ragazzo che aveva aiutato a fuggire dai bagni del locale. Lo guardava e sorrideva.
Teneva in mano la pistola Stechkin che Bourne aveva sottratto a uno dei terroristi e gliela puntava alla testa.
Sara si era seduta sul ponte imbrattato di sangue della barca di Hassim. Nessuno si sarebbe mai più divertito, a bordo di quell’imbarcazione, pensò. Scoppiò in una risata isterica. Aveva già visto la morte in faccia, ma sfuggire a un branco di squali era un’esperienza completamente diversa. Portò le ginocchia al petto, poi strinse le braccia intorno ai polpacci e iniziò a dondolare avanti e indietro.
Nella mano sinistra stringeva la stella di David d’oro, ancora sporca dell’umor vitreo di Khalifa che aveva la consistenza della marmellata. Il suo ciondolo preferito. Avrebbe voluto sciacquarlo, ma non riusciva a muoversi. Si rese conto di tremare in maniera incontrollabile.
Sentì un tuono in lontananza. Riuscì a girare la testa e vide che verso sud le stelle erano oscurate da nubi più nere della notte, solcate da lampi blu. L’aria era pesante, si percepiva l’odore della pioggia e le onde si stavano alzando. Sara sapeva che in quel periodo dell’anno i temporali potevano essere estremamente pericolosi.
Doveva levare l’ancora e dirigersi verso la costa, il più velocemente possibile, per non essere sorpresa in mare aperto. La barca non avrebbe resistito a onde alte due metri, avrebbe imbarcato acqua e forse si sarebbe capovolta.
Quei pensieri la spinsero a scuotersi dal torpore. Non perse tempo a rivestirsi. Corse verso prua, levò l’ancora e andò al timone mettendo in moto.
Il motoscafo tornò in vita e il motore rombò, impaziente. Accese il GPS, individuò la costa e lasciò che il dispositivo tracciasse il percorso, poi schiacciò la leva dell’acceleratore: l’imbarcazione partì a tutta velocità.
Stranamente, quella dimostrazione di pura energia la aiutò a reagire. Accarezzò le finiture del timone in ebano con un gesto affettuoso.
Scappare da una tempesta poteva essere divertente. Era rischioso, certo, ma il pericolo aumentava l’euforia. Aveva imbrogliato la morte e superato insidie tremende, e adesso era lì, a guidare una barca da un milione di dollari a gambe divaricate, piena di energia e nuda come un verme.
Uno strano pensiero le attraversò la mente: era tornata sul campo, dove la morte era sempre dietro l’angolo, eppure si sentiva al sicuro. Era il suo territorio, e conosceva le tecniche per dominarne ogni centimetro. Ed era quella sensazione a rendere la vita degna di essere vissuta, almeno per lei. Lontana dal lavoro sul campo era come addormentata. Ora si sentiva di nuovo viva.
Alle sue spalle, il vento era aumentato. Non era ancora una burrasca, ma la pioggia aveva iniziato a sferzare le onde. Davanti a sé, Sara intravedeva le luci del porto di Doha, scintillanti come una collana di perle.
Aveva il tempo per rivestirsi. Si infilò l’abito e il giacchino, pulì la stella di David e ritornò alla civiltà.