18
Il fuoribordo di Khalifa era ormeggiato alla fine del canale artificiale che avevano percorso per arrivare al Red Pearl. Era una splendida imbarcazione di dodici metri, dalla linea elegante, con una plancetta per i tuffi poco sopra il livello dell’acqua.
Nello stesso istante in cui salì a bordo, Sara capì che la direzione della sua indagine a Doha era stata manipolata con precisione fin dal momento in cui aveva varcato la soglia della casa di Hassim.
E infatti sulla barca c’era proprio lui. Il motoscafo era suo, non di Khalifa. Non la salutò e non la guardò negli occhi, fingendo di essere troppo impegnato alla guida.
Si stavano dirigendo verso il mare aperto. Non era una sorpresa il fatto che non stessero facendo rotta per Doha. Non subito, almeno. C’erano alcune questioni da chiarire, e Sara non aveva dubbi che il colonnello avrebbe fatto tutto il possibile per sistemare le faccende in sospeso.
Il Golfo Persico era immenso. Le acque scure erano punteggiate di petroliere che si muovevano lentamente, in direzione degli stretti che portavano al Golfo dell’Oman e quindi nel Mar Arabico. Era la rotta più importante per esportare nei Paesi occidentali il greggio prodotto in Medio Oriente. Nessuno li avrebbe visti, nessuna imbarcazione li avrebbe intercettati chiedendo spiegazioni sulla loro presenza in quelle acque. E anche se fosse successo, i due uomini a bordo disponevano di autorità sufficiente per evitare controlli approfonditi.
«La prego, si sieda» ordinò Khalifa, indicandole un cuscino bianco. Poi si voltò verso Hassim. «Ora puoi rallentare. L’acqua è abbastanza profonda.»
Sara capiva le implicazioni delle sue parole. Stavano per buttarla in mare.
Khalifa la sorprese e si sedette vicino a lei, come se si trovassero davvero in gita di piacere.
«È tranquillo qui, vero?» Fece un cenno col braccio a indicare la notte. «Siamo lontani da tutti e da tutto. Nessuno saprà mai quel che succederà stanotte.» Le sorrise. «Ogni parola, ogni azione: tutto andrà perduto, nascosto e affondato per sempre. Per quel che riguarda noi tre, questa notte sarà come una pagina misteriosa, strappata dal grande libro della storia.»
Si rivolse ad Hassim. «Va bene, fermati. Spegni il motore e cala l’ancora.»
Poi si alzò, aprì uno stipetto ed estrasse delle pesanti catene. Sara rabbrividì. Poteva sentire il freddo del metallo sulla pelle. Sarebbe sprofondata nelle acque del golfo trascinata da quel peso, senza alcuna possibilità di salvarsi. Accavallò le gambe e si chinò in avanti per toccare il ciondolo d’oro, la stella di David che portava attaccata alla catenina intorno alla caviglia sinistra. Il contatto con l’oggetto la consolò, ma non del tutto. Era già stata molto vicina alla morte, una volta, e non aveva voglia di ripetere l’esperienza per arrivare fino in fondo.
Hassim aveva spento i motori e calato l’ancora. La barca beccheggiava. Il silenzio era totale, rotto soltanto dalle onde che colpivano lo scafo. Non c’erano uccelli in cielo, anche i gabbiani avevano trovato un rifugio dove trascorrere la notte in sicurezza.
Beati loro, pensò Sara. Lei non aveva avuto la stessa fortuna.
L’orizzonte fu illuminato da una scarica elettrica. Un lampo, a cui non seguì alcun suono. Una luce irreale, che sembrava appartenere a un altro universo. Sara aveva la sensazione di essersi staccata dal proprio corpo. La sua mente rifiutava di accettare quello che stava per accadere.
Era la fine di tutto.
Hassim aveva eseguito le istruzioni. «Cosa si fa adesso, Khalifa?»
Il colonnello batté le mani per ripulirle dal sottile strato di sporcizia che incrostava le vecchie catene coperte di ruggine. Sembrava provenissero da una cantina bombardata.
«Adesso ci occupiamo delle persone delle quali non ci si può fidare» replicò mentre estraeva una pistola semiautomatica CZ-99.
Poi premette il grilletto.
Nel bel mezzo del caos, Bourne fece un balzo in avanti per afferrare Furuque, ma fu respinto dalla calca dei ragazzini che cercavano di scappare dai bagni. Erano tutti in preda al panico tranne il cecchino, che era sgusciato tra i corpi raggiungendo la parete posteriore della stanza, aveva rotto il vetro di una finestra con una gomitata e cercava di uscire insinuandosi agilmente tra le schegge di vetro.
Il fuoco delle semiautomatiche era incessante. Le grida che laceravano l’aria si fecero meno frequenti, poi cessarono del tutto.
Bourne afferrò per la camicia uno dei due ragazzi che Furuque aveva arringato e lo spinse verso la parete in fondo, poi lo aiutò ad attraversare la finestra rotta e lo seguì dall’altra parte.
Si ritrovarono in uno stretto passaggio di cemento invaso dalle macerie, probabilmente un vecchio deposito per le casse. Sulla parete più lontana c’era una scaletta di metallo che portava al pianterreno. Il ragazzo cercò di raggiungerla, ma Bourne lo trattenne e lo spinse contro il muro. Un istante dopo il potente fascio di luce di una torcia illuminò il passaggio, la finestra rotta, la scala e infine si spense, seguito da un urlo. Il rumore degli stivali si attenuò, sostituito dal ruggito del motore dei veicoli che si allontanavano.
Quando tornò il silenzio, Bourne fece un cenno al ragazzo e si avviarono verso il muro. Salì per primo e controllò la situazione. Il luogo era deserto come quando era arrivato. Nessuno avrebbe mai saputo quello che era successo là sotto, a meno che non fosse così sfortunato da finire per sbaglio nel locale sotterraneo disseminato di corpi morti e agonizzanti. Erano poco più che bambini, e ora la loro vita era stata spezzata.
Fece segno al ragazzo di seguirlo; raggiunse la superficie e lo aiutò a salire gli ultimi pioli.
Si accucciarono tra i radi ciuffi d’erba. Bourne ascoltò i rumori della notte. Un cane avanzò tra le macerie, alzò la zampa e pisciò su un pezzo di cemento, poi annusò l’aria e si voltò verso di loro guardandoli con i suoi occhi gialli. Ringhiò sommessamente, poi all’improvviso parve dimenticarsi della loro presenza e se ne andò.
Ma qualcun altro si ricordava perfettamente di loro, e uscì dall’ombra per colpire Bourne con violenza. Lui e il ragazzo furono scaraventati all’indietro, verso il bordo di cemento che dava sullo stretto passaggio.
Bourne sentì la sua presenza e il suo odore, e alla fine lo vide, illuminato dalla flebile luce che filtrava dalla finestra del bagno.
Era Furuque, il cecchino.
Il botto della pistola fu assordante.
Sara si spostò di lato, ma il proiettile non era diretto a lei: Hassim fu colpito al cuore.
«Mio Dio! Perché lo ha ucciso?»
«Un uomo che è disposto a tradire non è un uomo affidabile.» Il colonnello infilò la pistola nella fondina. «Uno che vende segreti non è affidabile, e deve essere eliminato.»
Sara ricordò le parole che Khalifa aveva pronunciato durante la cena: le tre categorie in cui suddivideva le persone. Non poteva dire di non essere stata avvertita. Ma non aveva capito, era troppo arrugginita. Si rimproverò per la sua stupidità, e giurò a se stessa che non sarebbe successo mai più. Stava recuperando rapidamente la prontezza necessaria per le missioni sul campo. Si chiese se non fosse già troppo tardi.
Khalifa tornò a sedersi vicino a lei, e questa volta Sara si accorse della pistola infilata sotto l’ascella. Il corpo di Hassim rotolava sul ponte, avanti e indietro, imbrattando di sangue la barca, ma Khalifa sembrava non farci caso.
«Allora, è il momento di decidere cosa fare con te» proseguì con un profondo sospiro.
Sara stava per chiedergli che cosa intendesse, ma sarebbe stata una domanda sciocca, e aveva già commesso troppe idiozie. «Cosa ti ha detto Hassim?»
«Che sei ebrea.» Sollevò le spalle, poi le lasciò ricadere. «E questa è la cosa più importante, vero?»
Per i fanatici come lui non c’era nulla di più importante, pensò cupamente Sara.
Il colonnello si voltò a guardare Hassim. «Vedi? Se non fosse per te, quell’uomo sarebbe ancora vivo.»
«Sei stato tu a sparargli.»
«Perché tu lo hai trasformato in una spia.»
«Ha deciso da solo.»
«Davvero? Adesso alzati e trascinalo a poppa!»
Sara obbedì, e Khalifa la aiutò spingendo il cadavere con un piede. Lo sistemarono sulla plancetta di poppa.
«Adesso torna qui.»
Non era il caso di tuffarsi in mare. Erano troppo lontani dalla costa, non sarebbe riuscita a sopravvivere. Valutò la possibilità di scagliarsi contro Khalifa e spingerlo in acqua. Ma dal suo sguardo sapeva che era esattamente ciò che lui si sarebbe aspettato. E l’ultima cosa che voleva era rendergli la vita facile.
«Non l’ho costretto.»
«Certo. Voi non lo fate mai.» Khalifa strinse le labbra carnose, poi la spinse contro la panchina. «Sporchi ebrei! Ci avete preso tutto e poi, come se non bastasse, avete portato gli americani nelle nostre case perché uccidessero uomini, donne e bambini. Gli americani sono come un’infezione che si diffonde ovunque, corrompendo e degradando ogni cosa.» Sputò sul ponte. Il grumo di saliva diventò rosa mescolandosi con il sangue di Hassim. «Vi ho sempre odiati, voi ebrei, ma mai come in questo momento.»
«Peggio per te.»
«Non sono io quello che sta per morire, ebrea.» Si alzò in piedi e tirò fuori la pistola. «Spogliati.»
«Mi spoglio soltanto per i gentiluomini.»
Khalifa la colpì con violenza con la canna della pistola. Il duro impatto con il metallo le fece perdere l’equilibrio e Sara si ritrovò in ginocchio, sanguinante. L’uomo le strappò il giacchino e le spalline del vestito.
«Toglitelo lentamente, ruotando i fianchi.»
«Colonnello, io sono una vera kosher, al cento per cento.» Si drizzò in piedi e non si pulì il sangue dalla guancia, lasciando che le gocce cadessero sull’abito. «Sono troppo pura per uno come te.»
Lui la afferrò rudemente per il gomito e la rimise in piedi, continuando a minacciarla con la pistola. «Smettila di parlare e fa’ quello che ti ho detto.»
«Oppure? Mi ucciderai? Sempre meglio di qualsiasi cosa tu abbia in mente di fare!» replicò lei con uno sguardo di sfida.
«No, se ti pianto un proiettile in un ginocchio, e poi nell’altro, e poi nelle altre articolazioni. È una morte lunga e dolorosa, credimi.»
Non doveva essere la prima volta che Khalifa minacciava un trattamento così violento. E probabilmente non sempre si era limitato alle minacce. Non obbedì subito, per conservare un po’ di dignità. Rimase ferma come una statua, con le spalle e la schiena nude.
«Adesso muovi i fianchi. Ancheggia come sai fare.»
«Il tuo film porno personale.»
«Direi più uno snuff movie.» Baciò la pistola. «Hai finito di recitare la parte della signora. Adesso muoviti, sporca ebrea. Muoviti come l’animale che sei.»
Sara si mosse e il vestito scivolò fermandosi sui fianchi. La brezza fresca della notte le fece inturgidire i capezzoli. Abbassò l’abito fino alle caviglie.
Il desiderio di Khalifa era evidente. «Non porti biancheria intima.»
«A cosa servirebbe con questo caldo?»
Aveva provato a distrarlo, almeno per un attimo. Ma avrebbe potuto risparmiarsi la fatica, perché Khalifa non la stava più guardando. Anche lei si voltò verso poppa.
Il cadavere di Hassim si era mosso, come se fosse tornato in vita. Sara gridò. Era vivo? Non era possibile, dopo una pallottola nel cuore. Il corpo si mosse di nuovo, e allora Sara vide la pinna triangolare. Hassim era sdraiato su un fianco, con il braccio sinistro in acqua. Uno squalo si era avvicinato e aveva addentato l’arto penzolante. Hassim era ormai per metà fuoribordo, e le enormi mandibole preistoriche stavano facendo a pezzi ciò che era rimasto di lui. Il sangue si stemperava nell’acqua salata, richiamando altri animali. Hassim non era altro che cibo per i predatori, ormai.
«Povero Hassim! Guarda che brutta fine ha fatto, per colpa tua.» Khalifa riportò lo sguardo su Sara. «Via quel vestito!» La afferrò di nuovo per il gomito e la spinse verso la plancetta di poppa, proprio mentre il corpo di Hassim svaniva nelle acque gorgoglianti. La portò sul bordo della barca.
«Buttati in acqua!»
Sara lo guardò terrorizzata. «Non puoi farmi questo!» Si preparò a reagire, ma era troppo tardi. «Danzerò per te…»
Khalifa la colpì al petto, lei perse l’equilibrio e cadde in mare. Riemerse sputando acqua salata. Il colonnello, inginocchiato sopra di lei, sorrideva compiaciuto.
La afferrò per i capelli e le spinse la testa sott’acqua. In basso, grandi ombre scure si contorcevano in una danza frenetica e pezzi di carne galleggiavano tutto intorno a lei.
Poi un mostruoso squalo toro di quattro metri la colpì violentemente con un fianco, e la pelle ruvida come carta vetrata dell’animale le lacerò la carne. Le ombre si avvicinarono a quel banchetto di sangue, tendini, ossa, muscoli e grasso. Stavano arrivando per lei.